Le Ong: «Dighe costruite nel Punjab per inondarli di proposito e salvare la terra di un notabile» • Travolto il villaggio di Khokharabad: 15 morti e 377 senzatetto. «Nessuna via di scampo»
di Laura Silvia Battaglia
Tratto da Avvenire dell’1 settembre 2010

Di fronte alla piena delle acque non c’è pietà che tenga. E nel Pakistan ostile ai cristiani si dirotta alla mi­noranza discriminata l’acqua che ha man­dato giù il cielo e che l’uomo non vuole. Lo riferiscono le ong locali all’agenzia Fi­des: nel Punjab, nei pressi di Multan, do­ve si trova il villaggio cristiano di Khokha­rabad, è stata costruita una diga per sal­vare alcuni terreni e deviare le inondazio­ni verso aree abitate dai seguaci della Cro­ce. Così l’intero villaggio è stato spazzato via e nessuno ha avuto il tempo di met­tersi in salvo: 15 i morti e 377 i profughi cri­stiani rimasti senza tetto.

Tai Masih, uno dei respon­sabili del villaggio denun­cia l’aberrazione dell’uomo che si aggiunge alla cala­mità: «Il nostro villaggio è stato inondato di proposi­to» e punta il dito contro Jamshed Dasti, un politico locale di Muzaffargarh, proprietario delle terre in­torno al villaggio. Sarebbe stato lui a costruire dighe e barriere e a sprofondare nella tragedia 377 persone, «senza casa e senza raccolto», sottolinea Tai Masih. Que­sto episodio aggrava ancora di più la si­tuazione dei cristiani, già discriminati du­rante i soccorsi al Pakistan alluvionato: la Caritas e altre Ong avevano denunciato discriminazioni nella distribuzione di vi­veri verso gli appartenenti a minoranze religiose in Punjab e Sindh e, cinque gior­ni fa, nella valle di Swat, erano stati ucci­si tre operatori umanitari americani cri­stiani, giunti sul posto per garantire gli aiuti. L’attacco era stato sferrato da inte­gralisti islamici e proprio per evitare un blocco delle donazioni e degli aiuti (mol­ti dei quali offerti da Ong cristiane) il go­verno e l’esercito pachistano mantengo­no il massimo riserbo sull’accaduto. In­tanto, l’India ha quintuplicato gli aiuti, portandoli a 25 milioni di dollari, e l’Ara­bia Saudita ha inviato in Pakistan 2400 ca­mion carichi di aiuti umanitari. Il pro­gramma alimentare mondiale (Pam) sti­ma in 800mila le persone rimaste isolate e raggiungibili solo per via aerea. Per que­sto, il direttore generale dell’Unicef, Anthony Lake, e direttore del Pam, Joset­te Sheeran, hanno visitato la provincia del Punjab. Lanciano un appello: «La minac­cia adesso è triplice: la popolazione ha perso sementi, casa e fonti di reddito».

Che la situazione, eccetto nella città pa­chistana di Thatta, nella valle dello Swat, non stia tornando alla  normalità, lo con­ferma ad Avvenire il commissario straor­dinario della Croce Rossa i­taliana, Francesco Rocca: «Non siamo affatto in fase di miglioramento. La rottura degli argini nella provincia del Sindh, con in 100 villag­gi allagati, lo dimostra. L’u­nico aspetto positivo è che gli aiuti, adesso, possono partire anche da Karachi, sia su elicottero che con con­vogli pronti ad affrontare decine di ore di viaggio».

La Croce Rossa internazio­nale è presente in Pakistan sia nella ca­pitale Islamabad che a Karachi con 1500 unità tra Comitato e federazione locale a cui si aggiungono i volontari della Mez­zaluna rossa presenti sul territorio. Ma, alle difficoltà per alla messa in sicurezza di aiuti, beni di prima necessità, volon­tari e assistenza sanitaria, si aggiunge un altro pericolo. Rocca: «Le mine: la zona dello Swat, ai confini con il Pakistan, è piena. Ciò significa che appena si ritire­ranno le acque, bisognerà bonificare il territorio perché saranno tutte risalite in superficie e sarà ancora più difficile lo­calizzarle». Un motivo in più non chiu­dere gli occhi di fronte a una emergenza umanitaria davvero senza precedenti. E che il mondo sembra ignorare più del dovuto.