Piccola storia di un grande missionario
di Stefano Girola

La mattina dell’11 giugno 1848 qualcosa d’insolito accadde a Port Essington, isolato avamposto militare inglese nella penisola di Cobourg, nel remoto nord australiano. Il contingente al completo, soldati e ufficiali, rese gli onori militari alla salma di un prete di 35 anni, morto di stenti e di malaria due giorni prima. Lo accompagnarono alla tomba “con tutto il rispetto che era dovuto a un uomo tenuto in così alta stima”, assicurò il comandante MacArthur al primo arcivescovo cattolico di Sydney, John Bede Polding.
Il fatto che dei militari protestanti rendano onore a un missionario cattolico, passerebbe forse inosservato nell’Australia d’oggi. Ma alla metà del XIX secolo molti nella colonia britannica condividevano le tesi del reverendo presbiteriano John Dunmore Lang, secondo cui il Papa era l’anticristo e la diffusione della “superstizione papista” nel nuovissimo continente una minaccia da scongiurare a tutti i costi.
Chi era l’uomo nei confronti del quale il pregiudizio anticattolico non ebbe alcun effetto?

Padre Angelo Bartolomeo Confalonieri era nato a Riva del Garda nel giugno del 1813 e si era formato in vari istituti cappuccini del Trentino. Per realizzare la sua vocazione di missionario fra gli aborigeni si era preparato non solo spiritualmente al Pontificio collegio urbano de propaganda fide, ma anche fisicamente sulle montagne della sua regione, con prove estreme di sopportazione del digiuno, del freddo e del caldo intenso.
Fu a Roma che egli incontrò l’irlandese John Brady, vicario generale per il Western Australia. Costui intendeva riportare con sé a Perth un folto gruppo di missionari europei disposti a contribuire all’edificazione della Chiesa nell’Australia occidentale e settentrionale, le zone di più recente colonizzazione. Confalonieri accettò l’invito di Brady e il 15 settembre del 1845 partì da Londra per gli antipodi.
Appena due anni prima, a Stradbroke Island, vicino a Brisbane, tre preti italiani e uno svizzero, appartenenti all’ordine passionista, avevano fondato la prima missione cattolica fra gli aborigeni, nell’Est del Paese. Si trattava ora di dare vita a nuove missioni anche nel resto della colonia, soprattutto nelle zone in cui i contatti fra europei e aborigeni erano recenti o inesistenti, circostanza ritenuta più propizia all’opera di evangelizzazione.
Poco dopo essere arrivato a Perth, il 1° marzo del 1846 Confalonieri s’imbarcò per raggiungere Port Essington, a nord-est della zona in cui oggi si trova la città di Darwin. Era accompagnato da due giovani catechisti irlandesi, James Fagan e Nicholas Hogan, con i quali avrebbe dovuto fondare la missione.
Non esistendo allora un servizio marittimo nell’Australia occidentale, essi dovettero circumnavigare l’intera isola continente in barca a vela, passando per Sydney.
Mentre stava attraversando lo stretto di Endeavour, fra Australia e Nuova Guinea, la barca urtò la barriera corallina e si inabissò rapidamente. Pur non sapendo nuotare, Confalonieri riuscì a salvarsi restando aggrappato a uno scoglio insieme al capitano. Tutti gli altri passeggeri perirono nel naufragio, inclusa la giovanissima figlia del capitano. L’indomani i due naufraghi furono tratti in salvo da un piccolo vascello britannico che li portò a Port Essington.
Sarebbe difficile immaginare un inizio più disastroso per la nuova missione. Privo dei suoi compagni morti tragicamente, Confalonieri aveva anche perso tutto ciò che portava con sé. Fu il comandante MacArthur a fornirgli il vestiario e beni di prima necessità.
Nonostante ciò, Confalonieri non si perse d’animo e si accampò da solo all’ingresso della baia, a quattordici miglia di distanza dal più vicino insediamento europeo. Occorre ricordare che in quei tempi era convinzione generale che gli aborigeni del remoto nord fossero molto bellicosi, nonché dediti al cannibalismo.
Confalonieri non sembrò dar peso a questa sinistra reputazione e anzi ottenne persino l’aiuto di alcuni aborigeni nella costruzione d’una baracca. Come ha sottolineato lo storico Tom Luscombe, il missionario trentino “sembrava vivere seguendo una scala di valori completamente diversa da quella seguita da tutti gli altri uomini”.
Dopo essere entrato in contatto con gli indigeni, Confalonieri fece una scelta del tutto eccezionale fra i missionari che operavano in Australia a quei tempi. Anziché cercare di convincerli dei benefici della vita sedentaria, egli  decise di seguire gli aborigeni nei loro spostamenti, adottando il loro nomadismo. In questa scelta sarà imitato alcuni anni dopo dal più famoso missionario cattolico fra gli aborigeni, Rosendo Salvado, il fondatore della comunità monastica benedettina di Nuova Norcia.
Condividendo la loro vita quotidiana, Confalonieri riuscì presto a ottenere una buona conoscenza della lingua del gruppo tribale degli Iwaidja. Oltre a ciò, egli disegnò una mappa della zona, che delimitava con precisione le diverse aree tribali. La mappa è tuttora conservata nella State Library di Melbourne.
La padronanza delle lingue aborigene dovette apparire al prete trentino come essenziale per l’opera di evangelizzazione. Proprio negli stessi anni, l’altra missione italiana a Stradbroke Island  stava  fallendo anche per l’incomunicabilità  fra  missionari  e aborigeni.
Confalonieri cominciò a lavorare a un dizionario della lingua Iwaidja e tradusse in questo idioma anche alcune preghiere e letture dal Nuovo Testamento. Oltre a ciò, egli edificò un rudimentale ospedale da campo e nel curare gli aborigeni durante un’epidemia d’influenza mise in pratica competenze mediche apprese in Italia.
Ma la vita nomade, la solitudine e la difficoltà nell’adattarsi a un clima e a un cibo tanto diversi da quelli europei prostrarono fisicamente e moralmente Confalonieri.
Dopo soli due anni dal suo arrivo a Port Essington, il giovane prete morì a causa di una febbre malarica. Giunti a conoscenza del suo stato, i militari inglesi cercarono inutilmente di soccorrerlo, e nei pochi attimi di coscienza che gli rimasero, il missionario pregò il comandante MacArthur di far avere a sua sorella una piccola croce e uno scapolare, i suoi unici possedimenti materiali.
Proprio riflettendo sull’esperienza di Confalonieri, il missionario tedesco Georg Walter, che visse per molti anni fra gli aborigeni del Kimberley, espresse nel 1928 un dilemma cruciale per molti missionari in Australia:  “La regola principale per ogni missionario è quella di adattarsi alle condizioni locali e allo stile di vita delle popolazioni cui intende portare la luce della fede. Il problema con gli aborigeni è che è impossibile per il missionario seguire la loro vita nomade, è troppo difficile per chi non v’è abituato”.
Per quanto riguarda l’evangelizzazione degli aborigeni, è difficile giudicare i risultati immediati della predicazione di Confalonieri. L’affermazione del cardinale di Sydney, Patrick Moran nel 1896, secondo cui il missionario convertì quattrocento aborigeni al cattolicesimo era probabilmente troppo ottimistica.
Ma per altri versi l’importanza della breve e drammatica esperienza australiana di Confalonieri è sempre più evidente. Grazie anche al suo lavoro, l’immagine dei missionari come “distruttori delle culture tradizionali”, in passato molto popolare fra storici e antropologi, appare sempre più inadeguata. Anche studiosi laici, in particolare i linguisti, ammettono sempre di più il loro debito nei confronti degli studi dei missionari, fra i primi a occuparsi con serietà delle lingue indigene, molte delle quali sono ormai scomparse.
Inoltre, l’interesse missionario in questo campo, oltre al suo significato culturale, aveva una valenza più profonda. Ai tempi di Confalonieri la maggioranza dell’opinione pubblica addirittura negava la piena umanità degli aborigeni o li considerava un curioso relitto preistorico. Dimostrare la complessità e la ricchezza delle strutture lessicali o grammaticali aborigene era una scelta controcorrente, che smascherava la falsità delle opinioni più diffuse sugli indigeni. Non a caso, quasi quarant’anni dopo la missione di Confalonieri, i gesuiti austriaci che nel territorio del Nord proseguirono la sua opera evangelizzatrice, cercarono di convincere l’opinione pubblica coloniale che le lingue aborigene erano tanto ricche quanto quelle classiche europee.
Non a caso, dunque, quando nel 1992 gli aborigeni ottennero finalmente il riconoscimento dei loro diritti sulle terre tradizionali, si dovette spesso ricorrere proprio alle mappe dei missionari per dirimere questioni legate ai confini tribali, davanti a tribunali non sempre pronti ad accettare la prova della memoria orale indigena.
Per tutti questi motivi, il contributo di Confalonieri non è mai stato dimenticato nell’Australia del Nord, e in particolare nella diocesi di Darwin, quella in cui l’inculturazione della fede cristiana ha avuto sviluppi notevoli. Basti pensare che proprio da questa diocesi partì per il Congresso eucaristico di Melbourne del 1973 un gruppo di aborigeni che diede vita alla prima “messa aborigena”, con una liturgia adattata ai riti e alle simbologie indigene.
Sembra vi siano ancora tracce di Confalonieri nelle storie orali d’alcuni indigeni, mentre una targa lo ricorda su una parete della cattedrale di Darwin, città in cui si trova un parco dedicato alla memoria del giovane missionario trentino.
Finora, tuttavia, il ricordo di padre Confalonieri è rimasto prevalentemente confinato alla diocesi di Darwin. Tutto ciò potrebbe cambiare anche grazie all’iniziativa d’un insegnante di religione al liceo classico “Prati” di Trento, Rolando Pizzini. In seguito ad alcune conversazioni con emigrati trentini in Australia, Pizzini era venuto a conoscenza della figura del suo conterraneo. Un viaggio nella penisola di Cobourg, che rese evidenti le difficilissime condizioni ambientali e climatiche che Confalonieri dovette affrontare in solitudine, convinse Pizzini che la storia del missionario di Riva del Garda meritava d’essere approfondita e raccontata. Così, grazie al generoso sostegno del museo storico e della provincia di Trento, il docente è riuscito a riunire intorno a sé un gruppo di studiosi, sia dall’Italia che dall’Australia, impegnati in un ambizioso progetto di ricerca che porterà nel 2010 alla pubblicazione d’un libro e di un documentario dedicati a Confalonieri e al contesto storico-geografico della sua missione.  L’intenzione  è  quella di presentare i risultati di questa ricerca in un grande raduno  previsto a Trento nel settembre 2010, alla presenza dei missionari trentini in Asia e in Oceania.
Fra gli studiosi impegnati in queste ricerche anche Elena Franchi, docente a contratto presso l’università di Trento, che vede in Confalonieri “un missionario che cedeva solo in minima parte al mito del buon selvaggio e in tal senso si qualificava come antropologicamente all’avanguardia”.

(©L’Osservatore Romano – 19 settembre 2009)