di Andrea Sartori

Nei giorni in cui Barack Obama entra di diritto tra i Grandi della Storia grazie alla sua epocale Riforma della Sanità (ma dopo l’aperta sfida alla Cina con l’incontro col Dalai Lama in nome del diritto alla vita del popolo tibetano, Obama era già nell’Olimpo dei forti), nei giorni in cui i politici italiani gareggiano in populismo, nei giorni in cui Benedetto XVI prende finalmente una posizione netta contro i mali della Chiesa, è passata quasi inosservata la ricorrenza del martirio del coraggioso arcivescovo salvadoregno Oscar Romero.

Esattamente trent’ anni fa, il 24 marzo 1980, un grande ed incompreso sacerdote moriva. Oscar Arnulfo Romero veniva colpito dai cecchini della dittatura salvadoregna mentre celebrava Messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza. Nella sua omelia si era nuovamente scagliato contro il potere, rappresentato dal governo di El Salvador, invitando i soldati ad “ubbidire a Dio piuttosto che agli uomini”, come avrebbe detto San Paolo. Romero aveva apertamente invitato i soldati a disobbedire ad un governo che ordinava di uccidere. Fu ucciso nel momento supremo della Santa Messa, mentre elevava l’Ostia Santa, nella quale ogni domenica rivive il Supremo Sacrificio del Cristo.
Oscar Romero è protagonista di un mito, che vede in lui un sacerdote “marxista” vicino alla cosiddetta teologia della Liberazione, quel ramo teologico radicale molto fiorente in America Latina che mescola cristianesimo e marxismo, e che fu strenuamente combattuto da Giovanni Paolo II. E proprio sui rapporti tra l’arcivescovo Romero e Papa Wojtyla si sono versati i proverbiali fiumi d’inchiostro, specie da parte dei detrattori del pontefice venuto dall’Est.

E’ inutile negarlo, incomprensioni tra Giovanni Paolo II e Romero ci furono. L’operato dell’arcivescovo sudamericano è stato letto superficialmente e travisato da molti, e, in un primo momento, dallo stesso Papa. In realtà Romero non era un Che Guevara in veste talare, non era teologicamente vicino a Leonardo Boff e Hans Kung. Era invece un conservatore.
La fama di Romero come vescovo fu invece quella di un conservatore. Ai primi tumulti della teologia della Liberazione, Romero si mostrò subito prudente: aveva giustamente timore di una Liberaciòn intesa solo in senso politico, e non trascendente. Temeva un cristianesimo demagogico, populista, che non tenesse conto della superiore realtà dell’anima. Aveva capito che la religione è cosa troppo alta per abbassarsi a far politica, che la politica “sporca” irrimediabilmente la purezza della religione (e quanti di questi esempi ci offre la Storia). Romero preferiva parlare di Salvaciòn piuttosto che di Liberaciòn. Aveva compreso che la cosiddetta liberazione deve essere totale, e comprendere sia anima che corpo, mentre i cosiddetti teologi della Liberazione forse si occupavano un po’ troppo del corpo. E questo suo approccio “conservatore” gli aveva fatto guadagnare la stima dell’oligarchia salvadoregna, che pensava di avere un custode dello “status quo”.

Il 15 ottobre 1974 viene nominato vescovo di Santiago de Maria, una delle zone più povere del Paese. Il 3 febbraio 1977 è nominato arcivescovo di San Salvador. Il “conservatore”, l’uomo che prese posizioni nette contro la teologia della Liberazione in quanto riduceva il cristianesimo a mera questione politica, sceglie di stare con gli ultimi: rifiuterà di vivere in un palazzo vescovile, scegliendo di vivere in una stanza della sagrestia della cappella dell’Ospedale della Divina Provvidenza. E comincerà la sua denuncia profetica contro il Potere.
La morte del suo collaboratore gesuita padre Rutilio Grande sarà la miccia che accenderà l’incendio profetico di Romero. E questo porterà la chiesa salvadoregna a pagre un pesante tributo di sangue. Ecco il paradosso di Romero: un uomo che non amava la politica, che non voleva fare politica, che vedeva nel cristianesimo politico un qualcosa di limitato e limitante, si ritrova ad essere un personaggio politico, unico baluardo contro lo strapotere dello Stato-Leviatano. Ed è questo il compito “temporale” della Chiesa: essere il baluardo dei poveri e dei calpestati contro la prepotenza del Cesare di turno. Martin Luther King, altro martire cristiano del XX secolo, diceva: “La Chiesa non è la padrona o la serva dello Stato, ma la coscienza dello Stato”. Romero diceva: “Vedete, la Chiesa dei povero non è una chiesa della demagogia, ma una Chiesa (che) muovendo dal Papa e dal Vangelo ritrova una predilezione e un lavoro per i più bisognosi, perché da questo trae più forza per reclamare la conversione di tutti gli uomini. Non ci si salva senza conversione alla parola di Cristo nel giudizio finale: ‘Tutto quello che avete fatto ad uno di questi bisognosi lo avete fatto a me”. Romero era quindi un fedelissimo a Roma. La sua condanna del materialismo e dell’idolatria del denaro, presente sia nel capitalismo che nel marxismo, era chiara: “Non è marxista, la Chiesa, e non si è impegnata a favore di nessun sistema sociale. Nei sistemi, la Chiesa solo difende la sua etica religiosa, e così come dice che il comunismo ateo è incompatibile con la trascendenza e la fede in Dio, anche ha detto che il materialismo del capitalismo liberale è ateo, idolatra, perché adorando il proprio denaro e difendendo il proprio denaro calunnia senza riguardo la dignità altrui.”. Lontano dai due estremi del cristianesimo moderno, quello “liberazionista” e quello vicino al potente di turno, Romero riprendeva la celeberrima espressione del Vangelo, secondo la quale “Non si può servire a Dio e a Mammona”.
Romero era lontano dalla tentazione della lotta di classe, nonostante avesse scelto di stare vicino ai poveri: “Io continuo a credere a quanto dissi ai funerali dell’ingegner Borgonovo e del padre Navarro: ogni vita è sacra, sia del ricco sia del povero”. Predicava un giusto mezzo tra presenza sociale e spirituale della Chiesa: “Il pericolo di ogni movimento è andare agli estremi – sosteneva – o molta attività o molto spiritualismo. Deve esserci un equilibrio tra la preghiera e l’impegno per il prossimo”.

Eppure sono notissime le difficoltà di Romero con la Curia Romana, uno degli aspetti più spinosi e controversi della carriera di Giovanni Paolo II. La vicenda è contestualizzata in un momento difficile, che vedeva il Papa in prima linea contro l’Unione Sovietica. L’incomprensione tra Romero e Wojtyla, tra due “santità” è nota: non è nemmeno la prima della Storia. Basti ricordare le incomprensioni tra GIovanni XXIII e Padre Pio da Pietrelcina e addirittura tra i due “principi degli Apostoli” Pietro e Paolo. Monsignor Cassidy ricorda il suo incontro con Romero in Piazza San Pietro  nel maggio 1979. Ricorda il presule latinoamericano come “molto triste” mentre diceva “Adesso non sono capito, non trovo comprensione”. Adesso sembra impossibile, in quanto Wojtyla e Romero era due personalità più vicine di quanto si possa credere: ambedue in lotta contro il Potere dello Stato, contro due dittature. Ambedue convinti che tra Fede e politica ci dovesse essere “unificazione, ma non identificazione”. Se la dittatura salvadoregna aveva martirizzato padre Grande come poi martirizzerà lo stesso Romero, la dittatura polacca serva dell’Urss avrebbe martirizzato, nel 1984, padre Jerzy Popieluszko, e aveva già spesse volte incarcerato il primate Wyszinski, e come avrebbe tentato di assassinare lo stesso Pontefice per mano di Ali Agça. Ma in quel momento, probabilmente e umanamente, Wojtyla vedeva solo la dittattura comunista, che avrebbe voluto combattere, e per questo consigliò Romero di scendere ad accordi col suo governo. Questo è il grande inganno del Potere: nell’appoggiare indirettamente un certo tipo di regime perché “meno peggio” dell’altro. La lotta al potere assoluto deve essere a trecentosessanta gradi, senza distinzioni fra “destra” e “sinistra”. Romero, il pastore evangelico e ontano da tentazioni liberazioniste è stato probabilmente interpretato come un “liberazionista”. Questo malinteso deve avergli fatto più male delle pallottole che lo uccisero un anno dopo, lui, fedele a Roma, fedele al Papa.
Ricordare Romero oggi, in un momento di grande difficoltà per la Chiesa a causa di pastori indegni che hanno abusato di innocenti, è ricordare tutti quei pastori che hanno fatto onore alla Chiesa. E’ ricordare che comunque senza la Chiesa, o almeno una certa parte della Chiesa, verrebbe a mancare un sostegno per i bisognosi e gli oppressi. E’ ricordare la lotta di pastori coraggiosi contro regimi criminali, come quello cinese: ricordiamo l’appello del cardinale emerito di Hong Kong Joseph Zen Ze-kiun a favore della democrazia in Cina. Ricordiamo l’alto prezzo pagato dal cardinale Ignatius Kung Pin-mei, per un trentennio nelle carceri cinesi. Ricoradre Romero è ricordare anche capi spirituali di altri religioni i quali, in nome di una superiore concezione dell’essere umano, si battono contro lo strapotere dello Stato, come i buddhisti Aung San Suu Kyi contro la Giunta birmana e Sua Santità il XIV Dalai Lama Tenzin Gyatso, strenuo lottatore affinché un popolo, come quello tibetano, che non ha la possibilità di autodifendersi e che sta subendo un genocidio in silenzio, viva. E’ ricordare il grande martire della non-violenza del XX secolo, uomo di spirito prima che di Stato, che non sporcò mai la religione con la bassa politica: il Mahatma Gandhi. Romero è un esempio dell’insostituibile apporto sociale della Chiesa: ricordiamo come il cardinale di Milano Dionigi Tettamanzi sia arrivato laddove lo Stato non è stato capace di arrivare, con l’aiuto alle vittime della crisi. Ricordare Romero è anche ricordare i martiri del XX secolo.
In occasione del Giubileo del 2000 Giovanni Paolo II inserì il nome di Romero nel testo della “celebrazione dei Nuovi Martiri” riprendendo quanto aveva scritto in occasione proprio della morte dell’arcivescovo: “Il servizio sacerdotale della Chiesa di Oscar Romero ha avuto il sigillo immolando la sua vita mentre offriva la vittima eucaristica.”In Romero sono presenti tutti i martiri cristiani dell’ultimo secolo, martirizzati dai regimi di stampo fascista, comunista, islamista. Ultimi dobbiamo ricordare i martiri pakistani bruciati vivi perché non vollero convertirsi all’islam. Anche in loro vive Romero. Romero è uno dei 40 milioni di martiri del XX secolo. Forse non sarebbe azzardato consacrare il giorno della morte di Romero in onore dei martiri cristiani vittime dei totalitarismi.

Motivo di controversia è il fatto che Romero, pur martire, non sia ancora santo. Molti detrattori di Wojtyla argomentano: per il martirio non serve il miracolo accertato. Giovanni Paolo II ha canonizzato una quantità incredibile di santi. Romero è venerato come santi dai luterani, dagli anglicani e dalla chiesa vetero-cattolica. Perché questo ostracismo proprio da parte della “sua” Chiesa? In realtà Romero ha il titolo di Servo di Dio. Per chi vede una parzialità politica in tutto questo, bisogna ricordare che anche Popieluzsko, il martire anticomunista polacco (quindi molto vicino a Giovanni Paolo II) morto solo quattro anni dopo Romero, è attualmente “solo” Servo di Dio. Nel 2007 Benedetto XVI si è pronunciato in favore della beatificazione di Oscar Romero, ma si è opposto ad una lettura esclusivamente politica della sua morte. E’ esattamente quel che avrebbe voluto Romero, “politico” suo malgrado.
Le cose di Cesare passano. I politici sono capaci di azioni cristiane, come recentemente ha dimostrato Obama nelle sue lotte per i diritti umani e per il diritto alla salute degli americani. Raramente un politico, però, si comporta da cristiano. Allora la Chiesa ha il dovere di parlare chiaro, e di prendere posizioni nette (anche se, purtroppo, spesso anche la Chiesa non è stata all’altezza di tale compito). Ma non si può, e non si deve, ridurre la missione del cristiano solo all’attivismo politico. E’ fortemente limitante, in quanto i sistemu politici muoiono, e muoiono in fretta. La Chiesa deve soprattutto dare una speranza che va oltre la politica: dinanzi a grandi misteri quali la Vita e la Morte né Berlusconi né Marx né Obama né i Radicali sono in grado di dare risposte: la Chiesa deve essere la coscienza della politica, ma non deve essere solo un organismo politico. Deve arrivare laddove la politica non sarà mai in grado di arrivare: a dare un senso alla vita dell’Uomo. E questo vale anche per altre religioni: anche la lettura esclusivamente politica di una grande figura come il Dalai Lama è limitante: Le parole di Tenzin Gyatso, proprio perché toccano corde profonde, vivranno anche quando il miracolo cinese si sgonfierà per la sua “impermanenza”.
Ed era questo che voleva Romero “profeta politico” suo malgrado. E per tale motivo la lettura di Ratzinger è esatta.