di Ajay Kumar Singh
Sentenza paradossale del tribunale del Kandhamal per tre persone accusate degli assassini di un capo tribù indù, che difendeva i cristiani, e di una vedova di 65 anni. I fatti risalgono al 25 agosto 2008. L’All India Christian Council: Sentenza mostruosa. Dhirendra Panda, indù e attivista per i diritti umani: A repentaglio i valori di umanità e democrazia.

Bhubaneshwar (AsiaNews) – Hanno ucciso un capo tribù indù che difendeva i cristiani, poi hanno bruciato il corpo e la sua casa per non lasciare tracce. Ora il tribunale del Kandhamal li ha assolti dall’accusa di omicidio per insufficienza di prove, ma li ha condannati a tre anni di carcere duro e ad una multa di mille rupie (14 euro) per aver distrutto le prove a loro carico. Per adesso sono liberi su cauzione sino al 25 novembre, data in cui l’Alta corte dell’Orissa dovrà esprimersi sulla sentenza.
Protagonisti di questa vicenda sono il 62enne Senapati Pradhan ed i 65enni Revenswar Pradhan e Tidinja Pradhan, imputati insieme ad altre sette persone per gli omicidi del leader tribale Sidheswar Pradhan e di Padisti Nayak, 65enne vedova arsa viva, avvenuti nel villaggio di Solesoru.
“Non posso credere che gli assassini siano stati assolti per l’omicidio” afferma ad AsiaNews Nabajini Pradhan, 35enne nipote di Sidheswar che aveva presentato denuncia alla polizia 12 giorni dopo l’uccisione dello zio. “La nostra famiglia è a rischio, siamo minacciati di morte di continuo e vogliono eliminarci”. Poi aggiunge: “Hanno ucciso mio zio ed hanno bruciato il suo corpo per distruggere qualunque prova dell’omicidio”.
I fatti risalgono al 25 agosto 2008, un giorno dopo il funerale dello Swami Laxamananda Saraswati, leader indù dal cui omicidio sono scaturite le violenze anti-cristiane in Orissa. Testimoni oculari, che hanno deposto durante il processo, raccontano che gli estremisti indù avevano già dato segno di voler attaccare i cristiani mentre si dirigevano al funerale. I cristiani, spaventati, si erano quindi rifugiati nella foresta e solo alcuni coraggiosi erano rimasti nel villaggio. Questi ultimi confidavano nella protezione di Sidheswar Pradhan, autorevole leader tribale, che già l’anno prima aveva preso le loro difese davanti ai radicali indù.
Reduci dal funerale dello Swami i militanti indù hanno assalito le case dei cristiani. I pochi rimasti nel villaggio sono corsi da Sidheswar Pradhan per chiedere il suo intervento subito seguiti dai gruppi di estremisti. Il cugino 60enne del capo tribale, un dalit cristiano, rievoca oggi con AsiaNews quei momenti. “Sidhewar chiedeva ai fanatici di non bruciare le case di innocenti e indifesi: ‘Avete distrutto la Chiesa e questo è già troppo. Perché dovete attaccare persone che non hanno nessuna colpa? Solo perché sono cristiani? Non sono né assassini, né criminali, sono del nostro popolo’”.  “Mio cugino – aggiunge il parente della vittima – ha pagato per aver difeso i cristiani. Era solo una persona giusta e onesta. Alcuni anni prima aveva partecipato alle elezioni del villaggio sostenuto anche dal Bharatiya Janata Party . Ma i radicali indù non potevano accettare che uno dei loro capi clan li ostacolasse nella loro pulizia religiosa. Era troppo. Lo hanno accoltellato in più parti del corpo, lo hanno bruciato e se ne sono andati via solo dopo aver dato fuoco alla sua casa”.
Nello stesso giorno del brutale omicidio del capo tribù, gli estremisti indù hanno arso viva anche  Padisti Nayak. La donna aveva lasciato la sua casa ad Adaskupa, nei pressi di G.Udayagiri, per far visita all’unica figlia, sposata e residente nel villaggio di Solesoru. Alla notizia degli attacchi indù i parenti avevano abbandonato la casa, mentre la vedova 65enne era rimasta, convinta che gli estremisti non le avrebbero fato del male in quanto anziana. Dodici giorni dopo l’attacco del 25 agosto, Iswar Digal, genero dell’anziana fuggito in un campo profughi con la famiglia, è riuscito a contattare il magistrato distrettuale per avere informazioni sulla suocera. Le autorità hanno organizzato un sopralluogo a Solesoru dove hanno trovato solo pezzi di ossa e brandelli di carne umana bruciata, acquisendoli come prove delle violenze.
Dhirendra Panda, indù e attivista per i diritti umani, afferma che “la giustizia sta ormai deragliando e alcuni responsabili dell’indagini sono legati agli estremisti del Sangh Parivar. Sono determinati a proteggere gli accusati, disposti a gestire i casi in modo insensato piuttosto che assicurare la giustizia alle vittime. Ormai non sono messi a repentaglio solo i diritti religiosi della popolazione, ma i valori centrali di umanità e democrazia”.
John Dayal, fondatore e leader dell’All India Christian Council (Aicc) definisce il verdetto una “mostruosità della giustizia” e annuncia ricorso per “ottenere la giustizia che meritano almeno le vittime”. Poi aggiunge: “Abbiamo visto chi ha ucciso Sidheswar e bruciato viva Padisti Nayak. Però non ci sono prove e adesso i responsabili, con le mani insanguinate, sono fuori dal carcere, liberi di dare la caccia ai cristiani”.