di Anto Akkara da La Bussola Quotidiana

Tiangia, India – All’alba di questo 2012 Hippolitus Nayak, funzionario del governo oggi in pensione, cattolico, ha ricevuto gli  auguri per l’anno nuovo più belle di sempre. Il mattino del 1° gennaio, Lakhno Pradhan, uno dei capi dei fondamentalisti indù che aveva guidato gli attacchi di massa contro i cristiani e le loro chiese nei dintorni del villaggio di Tiangia, si è presentato alla sua porta offrendogli un fiore. «Ha chiesto scusa per quel che le bande indù avevano fatto contro i cristiani. Dio sta sciogliendo i cuori induriti del Kandhamal» (distretto dello Stato federato indiano dell’Orissa), ha commentato Nayak la cui casa è stata distrutta nel corso di uno dei peggiori episodi di persecuzione anticristiana dell’intera storia dell’India.

Accadde infatti che, dopo l’assassinio del leader nazionalista Swami Lakshmanananda Saraswati, avvenuto il 23 agosto 2008, i fondamentalisti indù cominciarono a gridare al “complotto cristiano”. E così, malgrado i ribelli maoisti avessero rivendicato l’omicidio, masse di indù presero a scatenare indiscriminatamente la rabbia contro i cristiani di quella regione spersa nella giungla. Nello scenario di violenza selvaggia che si protrasse indisturbatamente per settimane, furono dunque ammazzati più di 100 cristiani, e 300 chiese e quasi 6mila case abitate da cristiani vennero saccheggiate e incendiate, finendo per mettere in mezzo alla strada più di 54mila persone.

Nayak sottolinea che oggi parecchi ex persecutori frequentano invece regolarmente la Messa domenicale in quella medesima chiesa cattolica di Tiangia dove sono stati brutalmente assassinati una mezza dozzina di credenti che si erano rifiutati di rinnegare la fede. «Entrare in questa chiesa mi rasserena lo spirito. Nulla può farsi cambiare decisione», ha aggiunto Jamboti Digal, una vedova, partecipando alla liturgia del primo dell’anno celebrata in quella martoriata parrocchia.
Proprio così. In tutto il Kandhamal stanno oggi abbracciando le fede cristiana centinaia di indù, e addirittura alcuni di coloro che hanno cercato di costringere con la forza i cattolici della regione all’abiura si scusano ora delle brutalità commesse.

Don Prasanna Kumar Singh, vicario della parrocchia di Pobingia, ha riferito all’agenzia di stampa cattolica tedesca KNA, Katholische Nachrichten-Agentur, che uno dei capi dei fondamentalisti indù della regione si era del resto già per tempo “scusato” di avere severamente danneggiato una chiesa che poi è stata restaurata e riconsacrata solo nel 2011. «Ha persino preso parte alla liturgia Natale, mettendosi a servizio per portare i doni all’offertorio».

Don Prabodh Kumar Pradhan, vicario della parrocchia di Raikia, che, servendo 750 famiglie, è la maggiore del Kandhamal, conferma il desiderio espresso da molti indù di convertirsi al cristianesimo. Ma, dice il sacerdote, «dobbiamo fare attenzione giacché potremmo avere guai con la legge».
In base allo Statuto sulla libertà religiosa dell’Orissa, infatti, coloro che cambiano fede e i capi religiosi che si convertono debbono prima ottenere il permesso dal funzionario governativo di più alto rango della zona. Don Pradhan, ex retore del seminario minore di san Paolo di Balliguda, commenta diretto: «Il Kandhamal sta di fatto dimostrando che Tertulliano aveva ragione». L’apologeta latino e storico della Chiesa Quinto Settimio Fiorente Tertulliano scrisse infatti che «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani».

La sublime testimonianza di fede e di fedeltà offerta dai cristiani perseguitati del Kandhamal, dove le scene di perdono dei persecutori si moltiplicano, ha infatti toccato, riferisce don Pradhan, il cuore di numerosi indù.
Certo, malgrado questi segnali positivi, il Kandhamal è ancora lontano dall’essere completamente pacificato. Due pastori, Saulo Pradhan e Minoketon (Michael) Nayak, sono stati uccisi nel 2011 in circostanze ancora misteriose ma riconducibili comunque al fondamentalismo indù.
E a Natale, di ritorno dalla Messa della mezzanotte cui aveva partecipato assieme alla moglie e al fratello minore, Dilip Mallick, un indù recentemente convertitosi al cattolicesimo, ha trovato la propria casa, costruita secondo tradizione con il legno, nel villaggio di Madinato, vicino a Balliguda, ridotta in cenere.

«Questo dimostra che diventare cristiano oggi nel Kandhamal è pericoloso», commenta il padre monfortano K. J. Markose, già padrino di un convertito dall’induismo. Ma Mallick non si è fatto intimorire: «Resterò cristiano qualsiasi cosa succeda», ha riferito alla KNA.
«Posso solo dire che sono gente di Dio», ha detto di questi convertiti mons. John Barwa, arcivescovo Cuttack Bhubaneswar, durante la sua recente visita pastorale nella regione. «I piani dell’Altissimo stanno oltre la nostra comprensione. Ciò che è avvenuto nel Kandhamal è stato molto doloroso. Ma non è stata una maledizione. Anzi, adesso si sta rivelando una benedizione».

Traduzione di Marco Respinti