A tre anni dalle peggiori violenze anticristiane della storia dell’India, la situazione del distretto del Kandhamal, nello Stato indiano orientale di Orissa, a prima vista, sembra tranquilla. Non si registrano aperte aggressioni di battezzati da parte degli estremisti indù e questo va a sostegno del governo locale che vuole far passare la tesi di una «completa pacificazione»

Dietro l’apparenza, però, cova ancora la violenza, come testimoniano la recente uccisione di un pastore protestante, la seconda dall’inizio dell’anno. O i tanti atti di aggressione e di intimidazione perpetrati o ancora le morti rimaste senza un responsabile. Inoltre, l’impossibilità del rientro a casa per migliaia di profughi da un lato, la lentezza e la difficoltà nel perseguire i colpevoli da parte del Tribunale speciale per il Kandhamal dall’altro disegnano un quadro dalle tinte quantomeno fosche.

L’ondata di violenza – che dal 23 agosto colpì il Kandhamal e marginalmente distretti limitrofi per poi estendersi con una rapidità e con logiche forse preordinate ad altre regioni dell’India – ha cancellato l’immagine di un Orissa “laboratorio di convivenza”. Ora che gli scontri aperti sono finiti, nelle foreste e nei villaggi della regione si vive un clima di paura e sospetto. Novanta morti, 6.500 case distrutte, decine di chiese devastate o bruciate, molte di migliaia di profughi sono il bilancio dei fatti dell’agosto 2008. Un’eredità destinata a pesare a lungo.

In piccoli centri che tre anni fa videro le uccisioni, i roghi e le sofferenze, la popolazione cristiana permane nell’ansia e nell’insicurezza. Villaggi e cittadine come Bodimunda, Shankharakhole e Beticale, sono anche quelli dove più è sentito il boicottaggio economico, parte della nuova strategia dell’induismo militante per “ripulire” la regione dai battezzati, in maggioranza tribali e fuoricasta. Una situazione che non ha solo ragioni religiose. I ricchi commercianti e imprenditori, insieme ad alcuni gruppi politici, cercano di strumentalizzare la situazione per impadronirsi di terre, di risorse e di voti.
Indubbiamente, poi, in una condizione spesso di povertà condivisa, sospetti e gelosia contribuiscono ad allungare i tempi del ritorno alla normalità. Al di là della propaganda, molti indù vorrebbero che i cristiani vivessero in povertà, senza libertà d’espressione o di pratica religiosa. In diverse località rifiutano ogni tentativo di riconciliazione e anche di ammettere che qualcosa di drammatico sia accaduto in Kandhamal.

Una situazione che permane per l’inazione de governo. Come sostiene un attivista cristiano della regione: «Nessuno si interessa del benessere del Kandhamal, eccetto la Chiesa e gli stessi cristiani». C’è da chiedersi se ci sarà mai una “vera normalità” in Orissa, se si raggiungerà di nuovo quella pace sociale che tanti sembrano non volere e a cui sempre meno sembrano credere. Ci si domanda anche se vi sarà mai giustizia per le vittime. Le indagini superficiali della polizia e processi che si concludono troppo spesso con sentenze blande oppure con assoluzioni piene lasciano al momento poche speranze e molta rabbia. «I veri colpevoli della violenza restano in libertà e di conseguenza, chi può sapere se le violenze del Natale 2007 e quelle del 2008 saranno le ultime? In ogni caso ci vorranno altri anni per ricostruire il Kandhamal», dice con amarezza padre Ajaya Kumar Singh, direttore dei servizi sociali dell’arcidiocesi di Cuttack-Bhubaneswar.

Che avverte: «Le forze dell’hinduttva (“induità”, ovvero dei fautori di un’India esclusivamente indù) potrebbero fare cose ancora peggiori in futuro. Il governo sarà in grado di prendere efficaci misure preventive? Potrà applicare la legge in modo concreto e evitare sul territorio violenza e persecuzione? Sarà in grado il governo di rendere disponibili fondi per il benessere dei cristiani, come dei poveri e degli emarginati in termini si istruzione, sicurezza sociale, assistenza sanitaria e pari opportunità?».
«Se c’è una cosa che abbiamo imparato da quanto accaduto – dice ancora padre Singh – è che non possiamo aspettarci protezione. Occorre invece che leader cristiani riescano ad accedere a posti di responsabilità nell’amministrazione locale e centrale, come nella politica». Sono in molti ad avvertire che se la persecuzione ha colpito i cristiani dell’Orissa tre anni fa, potrebbe avvenire lo stesso altrove in un prossimo futuro, per un’altra minoranza. Anche perché la carta religiosa non è la sola giocata dagli estremisti. L’Orissa è uno Stato ricco di risorse naturali, ma la sua popolazione è tra le più arretrate dell’India. Qui la collusione politica e uno sviluppo che interessa le sole aree costiere rendono i distretti più isolati regioni sottosviluppate, riserve di voti da comprare, blandire, minacciare.

L’Orissa è insieme un laboratorio sociale e un esempio per il Paese e i suoi responsabili. Certamente la persecuzione religiosa è in qualche modo endemica nel grande Paese asiatico e l’Orissa non è eccezione. Tuttavia qui i gruppi radicali indù hanno deciso di giocare la carta della “pulizia religiosa”, una strategia pianificata meticolosamente e non un fenomeno improvvisato.

Da qui, proprio per questo può però partire la riscossa delle forze sane del Paese, qui si può aprire un laboratorio per una nuova coscienza. Davanti al tentativo dell’induismo militante e del sistema di egemonia castale, si può avviare un processo verso una società più uguale, dove ciascuno possa godere di dignità, diritti, avere la giusta parte e risorse e opportunità. Una forte volontà politica è quello che serve per avviare questo processo. La Chiesa dell’Orissa, dal canto suo,w sta facendo la sua parte.

Stefano Vecchia da Avvenire