Il governo Zapatero vuole combattere la «cultura sessista» di alcune storie popolarissime. Motivo: trasmettono un’immagine subalterna della donna rispetto al maschio. Ma tentare di correggere una favola significa fraintenderne il significato simbolico
Tratto da Il Giornale  del 12 aprile 2010

Nella Spagna alle prese con la crisi economica gravissima, sta circolando nelle scuole un opuscolo che insegna a leggere nel modo corretto quattro favole classiche: Biancaneve, La Bella addormentata, Cappuccetto Rosso, Cenerentola. Il ministro dell’Uguaglianza del governo Zapatero, ovviamente una donna, ha deciso di tagliare dalle radici, cioè dalle favole, quella cultura sessista e maschilista che corrompe i bambini spagnoli.

Mettere sotto processo le favole più amate dai bambini non è una novità. Ogni tanto salta fuori dai labirinti del progressismo quello che vuole dimostrarsi più intelligente dei propri contemporanei e rivoluzionare i modelli di apprendimento adolescenziali. Perché dover rallegrare i bambini – si chiedono questi spiriti illuministi animati da passione egualitarista – con racconti in cui una femmina tremebonda aspetta l’aiuto del maschio forte e coraggioso? Perché trasmettere l’immagine di una subalternità irrevocabile della femmina nei confronti del maschio? Perché il bene può trionfare se il maschio – non la femmina – riesce a sconfiggere le forze del male con la propria abilità guerriera e la propria astuzia, qualità che sarebbero assenti nelle femmine?

Queste e innumerevoli altre varianti dello squilibrato rapporto tra uomo e donna diventano argomenti validi per la battaglia femminista in nome della parità dei sessi. Una battaglia che finora hanno vinto le favole e, con loro, i bambini. L’abbaglio (meglio sarebbe dire: l’ignoranza) di chi dall’alto del suo potere decide di censurare o «correggere» le favole, nasce da quando si pensa di stabilire un’analogia tra il significato simbolico di una favola e il significato di esperienze reali di cui ci parla la cronaca, facendoci conoscere miserevoli e violente prevaricazioni maschiliste. Un abbaglio, poi, che non consente neppure di comprendere il più elementare valore del concetto di tradizione.

Generalmente, le favole cominciano con la bella frase a tutti nota: «C’era una volta… ». Parole superflue o, invece, fondamentali per capire l’errore del ministro di Zapatero e di coloro che sulla sua stessa lunghezza d’onda hanno dichiarato guerra alle favole? Con quell’espressione – c’era una volta – il tempo dell’avvenimento che verrà raccontato perde i propri confini e si infrangono le convenzioni che separano il passato dal presente e dal futuro. Ciò che rende la vicenda di una favola contemporaneamente reale e irreale, presente e passata, riconoscibile o irriconoscibile in un determinato luogo geografico, sono proprio la fusione e confusione delle diverse dimensioni temporali e delle straordinarie e fantastiche collocazioni spaziali. È questa magia di tempi e di spazi a trasfigurare ogni cosa: ecco una comunissima montagna diventare la spelonca dell’orco, un ranocchio trasformarsi in un principe, una splendida fanciulla nascondere le sembianze di una strega. Questa magia cattura la fantasia dei bambini, rendendo di facile e immediato apprendimento il contenuto morale delle favole, i cui princìpi riassumono la storia culturale di un popolo, suggerendo un modo di comportarsi e di credere in essenziali valori della tradizione. Le favole sono tradizione. Ma è la forma del linguaggio simbolico che ne caratterizza il messaggio: senza quel tipo di linguaggio la favola diverrebbe pura e semplice cronaca, descrizione di un fatto. Mentre un bambino accoglie la verità favolistica ancora avvolta dal fascino della magia e del mistero, un adulto dovrà confrontarsi con il linguaggio simbolico della  narrazione. È chiaro, allora, che contrastare o correggere il messaggio della favola significa confondere i due piani espressivi, quello simbolico e quello reale, come se – per esempio – gli animali simboli della pace, della forza, della furbizia, ecc. fossero realmente la pace, la forza, la furbizia. Un bambino può credere che la colomba sia la pace, il leone la forza, la volpe la furbizia, assimilando immagine e realtà, fantasia ed esperienza; se un adulto procede cognitivamente nello stesso modo, significa che è un rimbambito.

Veniamo, ora, al senso della tradizione. Si è detto che la favola riassume i valori della tradizione. Nulla di male opporvisi, ricordando però che essa disegna tutto il complesso morale di una civiltà, tutto ciò che è bene e male, giusto e ingiusto, vero e falso. Se si contesta solo un frammento del messaggio favolistico – la subalternità della femmina al maschio – il bambino, nella sua semplicità, finirà per stravolgere ogni cosa e credere anche che l’impostore sia più sincero del principe, la strega migliore della povera contadinella e inutile o sciocco sacrificarsi per gli altri. Dunque, la morale della storia dice che se il ministro di Zapatero per l’Uguaglianza vuole lodevolmente restituire dignità e pari diritti alla donna, faccia leggi opportune e lasci stare le favole e i bambini.