di Stefano Zecchi
Tratto da Il Giornale del 12 maggio 2010

Onora il padre e la madre: più che un comandamento cruciale della nostra tradizione, potrebbe sembrare una frase ad effetto di un cabarettista in cerca di una facile risata da parte del suo pubblico.

Oggi sono padre e madre ad essere incoraggiati dalla società a onorare i propri figli, oppure, se proprio va bene, essa chiede loro di stabilire un rapporto politically correct: ognuno faccia i fatti propri e non interferisca nelle vicende dei singoli.

Un’intesa democratica in cui s’abbassa il livello dell’autorità genitoriale e si alza quello dell’identità filiale. Dunque, regole ristabilite in nome dell’equilibrio democratico, che distribuisce le quantità a garanzia di una giusta divisione democratica dei poteri. Onora il padre e la madre va, invece, inteso come il titolo di una differenza incolmabile che determina un’istituzione fondamentale: la famiglia. La famiglia vive delle differenze gerarchiche dei suoi membri. Intorno agli anni del Sessantotto furono pubblicati una serie di libri così radicali nell’idea di destrutturazione dell’istituto familiare, inteso come centro di alienazione, di sopraffazione, di distruzione delle creatività, come luogo d’incubazione della fascistizzazione sociale, che a leggerli oggi sembrano – quelli sì – copioni per modesti cabarettisti di provincia.

Eppure quei testi erano opera di scrittori allora venerati – Marcuse, Laing, Goffman, Facchinelli e ancora molti altri – che hanno fatto più scuola (ovviamente più disastri) di quanto si possa immaginare, proprio perché codificavano una serie di atteggiamenti, di concezioni, di stati d’animo latenti.

Da un lato le gerarchie, dall’altro l’egualitarismo della democrazia radicale. Le prime da abbattere, l’altro – l’egualitarismo – da esaltare e affermare con ogni mezzo. Certo – si può giustamente osservare -, i tempi di quel radicalismo sessantottesco sono morti e sepolti. Ma poco importa. Quel radicalismo era la schiuma di utopie folcloristiche, e non sono state queste ad essere diventate storia. La contrapposizione tra gerarchia e democrazia è costitutiva delle società occidentali moderne, indipendentemente dal Sessantotto e dalle sue esaltazioni. La prima si basa su una tradizione che esprime una differenza di valore all’interno di un contesto. Questa differenza è essenzialmente di tipo qualitativo, non oggettivabile. La democrazia esprime le sue differenze di valore in termini quantitativi, misurabili: vale il più, non conta il meno. Una regola semplice, da tutti facilmente comprensibile, che abbatte la complessità di valutazione della qualità.

Quando, per esempio, dico: «Autorità morale», ne comprendo il significato se riesco a compiere culturalmente un processo che sviluppa una sequenza gerarchica di ordine specificamente intellettuale. Se, invece, intendo semplificare il processo di valorizzazione all’interno di un contesto, elimino la dimensione intellettuale, introducendo una distinzione quantitativa. E, infatti, la distinzione sociale che più conta in democrazia è quella quantitativa.

L’idea di gerarchia, e la sua conseguente espressione di autorevolezza, sono sospettosamente respinte, perché appaiono arbitri elitari imposti da un’autorità superiore. Una sana democrazia non può permettersi questo rischio intellettuale. Al contrario, regolarsi sulla misurazione delle quantità, infonde quel sentimento di sollievo che libera dalla decisione sulle differenze, perché affida la scelta all’equilibrio dell’oggettività calcolabile. La gerarchia, che non può che possedere un fondamento qualitativo, è di ordine intellettuale, riconoscibile sulla base di una tradizione o di una élite.

Da un lato, la quantità che non richiede nessuna specificità intellettuale per essere riconosciuta, dall’altro la qualità che solo culturalmente è riconoscibile. Inoltre, la regola della quantità appare anche vantaggiosa per garantire e difendere l’inviolabilità del singolo. E, infatti, nulla come la quantità lascia spazio all’individualismo, a una presunta libertà del soggetto che, per dare fondamento alle proprie scelte, non chiede, non ha bisogno di riferirsi ad alcuna autorità superiore.

Il soggettivismo moderno è figlio della destrutturazione delle gerarchie fondate sull’ordine intellettuale. Si prenda come esempio il concetto di bellezza. La bellezza è una domanda radicale di significato non riducibile in termini psicologici. Per millenni, la potenza del bello ha rappresentato un problema di senso, di costruzione antinichilista del senso. Il soggettivismo moderno riduce questa domanda a una questione individuale, a un fatto psicologico, a una vicenda legata al gusto personale. La domanda di significato implicita nel concetto di bellezza è metafisica, e va interpretata all’interno delle corrispondenze gerarchiche del valore. Anche «Onora il padre e la madre» rimanda a una inderogabile gerarchia di significato. È un principio metafisico costitutivo dell’idea stessa di famiglia. Una volta destrutturata questa gerarchia, si destruttura la famiglia, la quale, perdendo la sua idealità, diventa una faccenda soggettiva, personale, psicologica: la famiglia si allarga, si restringe a piacimento; i suoi componenti sono variabili a seconda degli umori sociali. Si onora il figlio, si disprezza il padre, si dimentica la madre… e non finisce ovviamente qui: una fantasmagoria di situazioni in cui domina l’idea che tutti debbano avere eguali pesi per il corretto rispetto delle libertà individuali.

Non è un caso che gli operatori culturali più amanti della modernità siano gli psicologi, gli psicanalisti, i terapeuti familiari, che generosamente sono sempre presenti al capezzale di una famiglia in crisi per eccesso di fantasia dei suoi membri: eccoli pronti ad aggiustarne i pezzi, a incollarne uno sopra, uno sotto, cercando di dare ad ognuno il suo, in nome di un giusto equilibrio quantitativo, democratico. In questa gioiosa ridefinizione della famiglia, celebrata come la più alta conquista civile delle libertà dei singoli e della libertà d’espressione, appare come deprecabile ostacolo la figura del padre. Diventa, allora, cosa buona e giusta portarlo alla rottamazione. Il padre va annientato o ridicolizzato, perché sua è, innanzitutto, la simbolicità della gerarchia familiare, riconoscibile intellettualmente per tradizione.

Il padre è il vertice dell’ordine gerarchico ma, come la bellezza nella deriva individualista moderna si soggettivizza in ciò che piace, così il padre si soggettivizza nella figura dell’amico, del mammo e di altre simili amenità. La madre, a sua volta, invece di rientrare nell’ordine gerarchico genitoriale e rispettarlo, tende ad assumere funzioni non sue, cioè, il più delle volte, funzioni paterne proprio perché è destrutturata l’immagine gerarchica del padre. Naturalmente ci sono molte ragioni sociologiche e psicologiche che determinano questo processo di annullamento dell’autorità gerarchica paterna e la conseguente centralità della madre nell’amministrazione familiare: è sotto gli occhi di tutti che ormai viviamo in una società mammizzata. Sul fatto si possono sviluppare, appunto, molte analisi, ma il problema ontologico è un altro e riguarda l’interpretazione del comandamento «Onora il padre e la madre» nel segno di una differenza di valore gerarchico non derogabile.