di Alfredo Mantovano da www.lanuovabq.it

Parlamento

Col margine di imprevedibilità che i lavori parlamentari spesso riservano, è probabile che da domani – 18 settembre – l’Aula della Camera affronti il voto della legge sull’omofobia. Le reali differenti posizioni alla vigilia dell’esame del provvedimento emergono passando in rassegna gli emendamenti presentati.

 Oltranzisti pro legge. Sono coloro che l’hanno proposta e sostenuta, e che intendono farla approvare. Con sfumature differenti, di questo schieramento fanno parte Sel, Cinque Stelle, Pd e una parte – rispetto al passato, meno decisa – del Pdl. Per loro il testo uscito dalla Commissione è un ripiego, dettato dalla necessità di giungere in Aula: Non hanno rinunciato a renderlo ancora più penalizzante. Sintetizza la loro posizione il correlatore della legge, l’on. Scalfarotto (L’Espresso, 26 agosto): “questa legge così com’è manca di un pezzo. L’aggravante (…), che incide sui reati già esistenti”. L’obiettivo è di rendere applicabile alla materia ogni disposizione della Legge Mancino. Vanno in questa direzione gli emendamenti a firma degli on. Businarolo e altri (M5S), che introducono le definizioni esplicite di omofobia e di transfobia, e degli on. Michela Marzano e altri (Pd), che individua una attività di “prevenzione antidiscriminazione” da svolgere nelle scuole: per come è congegnata, equivale alla propaganda scolastica dell’ideologia del gender.

 Moderatamente favorevoli. Sono coloro che non contestano la legge, anzi la accettano, tant’è che non hanno presentato né pregiudiziale di costituzionalità né emendamenti soppressivi. Sono esponenti del gruppo Scelta civica/Udc: hanno concentrato i loro sforzi su un unico emendamento, primo firmatario l’on. Gitti (fra i cofirmatari gli on. Gigli, Buttiglione, Binetti e Marazziti), la c.d. “clausola di salvaguardia”. Il testo che propongono suona in questi termini: “non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e le manifestazioni di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente”. Capire che cosa “salvaguarda” questa clausola non è semplice: escludere dal concetto di discriminazione “le condotte conformi al diritto vigente” è una tautologia. Se il “diritto vigente” è anche quello che verrà fuori dall’approvazione di questa legge, a che cosa devono essere “conformi” le “condotte”? Il resto, e cioè il richiamo alla “la libera espressione e le manifestazioni di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza” è estremamente generico, lascia campo libero ad arbitri interpretativi e applicativi, e non tutela la manifestazione di opinioni perché non stabilisce una linea di confine fra di esse e gli atti violenti. Se una “clausola di salvaguardia” così congegnata fosse la garanzia chiesta per votare a favore della legge, sarebbe una contropartita equivalente al nulla.

 Contrari. Sono coloro per i quali questa legge non serve, avendo già in sé il codice penale la sanzione per atti discriminatori, e – al contrario – introduce norme liberticide sul piano della manifestazione delle idee, della ricerca scientifica, dell’educazione e dell’istruzione. Sono altresì consapevoli che, come ha ricordato il relatore Scalfarotto, questa legge è il passo necessario per i matrimoni gay. Di questo schieramento fanno parte deputati della Lega, di Fratelli d’Italia e del Pdl: essi presentano articolate pregiudiziali di costituzionalità, sulla scia anche di un parere critico della Commissione affari costituzionali, e hanno depositato emendamenti soppressivi o in modo sensibile modificativi. Per non lasciare nulla di intentato, hanno pure loro proposto qualche “clausola di salvaguardia”, evidentemente in subordine rispetto all’opposizione di principio al testo. La stesura più completa e convincente sembra quella dell’on. Pagano e altri, che esclude dall’applicazione delle nuove norme “la manifestazione di opinione, l’attività educativa, di formazione e di istruzione in tema di diritto di famiglia”, unitamente alla “organizzazione interna delle istituzioni religiose e gli istituti scolastici e universitari”. Le altre, ad es. quelle a firma degli on. Costa e Sisto, pur apprezzabili nell’intento, rischiano di lasciar fuori qualcosa di importante.

 L’inciucio “cattolico”. C’è un emendamento che merita particolare attenzione. Ha il n. 1.61 e reca come prime firme quelle degli on. Verini e Marzano (Pd). E’ composto di due parti: la prima è una “clausola di salvaguardia” esattamente eguale all’emendamento Gitti (Sc/Udc); la seconda adempie all’impegno assunto dall’on. Scalfarotto, perché introduce l’aggravante. Estende infatti l’articolo 3 della legge Mancino alle condotte motivate da omofobia o transfobia, esattamente come faceva l’articolo 3 del testo originario, prima delle modifiche in Commissione. Con termini diversi è esattamente lo stesso testo: la gravità della seconda parte di questo emendamento, oltre che in sé, sta nel fatto che gli articoli 5, 6 e 7 della Mancino si applicano quando si procede per i reati aggravati ai sensi dell’articolo 3; approvando quest’emendamento, saranno possibili perquisizioni, sequestri e confische delle sedi nelle quali l’autore del reato aggravato si riunisce (art. 5), la sospensione e lo scioglimento delle associazioni cui egli appartiene (art. 7).

Perché quest’emendamento merita più attenzione degli altri? Perché, al di là delle dichiarazioni di questo o di quell’esponente politico, fa emergere in anticipo i termini di quello che tecnicamente si può definire un inciucio:

a. la Sinistra non demorde sull’aggravante, e quest’emendamento la introduce nella estensione più ampia;
b. coloro che hanno firmato la lettera dei 26 – deputati che in quel documento si sono definiti “cattolici”, e che fanno parte di Sc/Udc e Pd – ritengono di chiudere la partita introducendo nella legge una clausola di salvaguardia, quale che sia;
c. il testo della prima parte di quest’emendamento è identico a quello a firma Gitti e colleghi di gruppo (il che conferma il lavoro comune);
d. l’intero emendamento 1.61 è sottoscritto, fra gli altri, dall’on. Bazoli, che è il primo firmatario della lettera dei 26;
e. dal Palazzo fonti attendibili dicono che sull’emendamento ci sarebbe il via libera del Governo, e che il rappresentante dell’Esecutivo darebbe a esso parere favorevole. Non si sa con quanta coerenza con le belle parole sulla famiglia spese pochi giorni fa dal presidente del Consiglio alle Settimane sociali.

 Se così fosse, ancora una volta avrebbe ragione l’on. Scalfarotto, per il quale la cautela da lui tenuta in Commissione permetterebbe alla legge di “essere approvata dal 70 per cento del Parlamento (…). Anche i cattolici si apprestano a votarla”. Chiunque può constatare quanto questi “cattolici” orientino le loro posizioni al diritto naturale e alle riflessioni del Magistero, da ultimo ribadite a Torino dal Cardinale Bagnasco. E’ certo che la discussione e il voto su una legge così ostile al buon senso fornirà indicazioni non solo sul merito della materia, ma – anche in vista dei provvedimenti che seguiranno, matrimonio gay anzitutto – sul ruolo e sull’affidabilità di chi svolge la nobile attività della politica spendendo l’ancor più nobile qualifica di cattolico.