Signor Direttore,
le dichiarazioni, che hanno suscitato vasta eco mediatica, dell’on. Rocco Buttiglione sull’omosessualità, in quanto “atto oggettivamento sbagliato”, ricalcano, nel senso, le affermazioni del Catechismo della Chiesa Cattolica al paragrafo 2357. In tale paragrafo si afferma che “la Tradizione ha sempre dichiarato che gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (Congr. per la Dottr. della fede, Dich. Persona humana, 8), pur riconoscendo che “la sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile”.

Al paragrafo 2358 si afferma che “un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce, per la maggior parte di loro, una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione”.
E ciò è giusto. Cosa si intende però per discriminazione? Non dare un lavoro o una casa a una persona in quanto avente orientamento omosessuale, è discriminazione. Ma dire no al matrimonio gay o all’adozione di bambini da parte di due uomini o due donne omosessuali è discriminazione? Io credo di no. Un bambino ha bisogno di un papà e di una mamma, non di due papà o di due mamme.
E’ vietato sostenere ciò o si è accusati di omofobia? Buttiglione fu costretto a dimettersi, anni fa, da una importante carica europea perchè ebbe la sincerità di sostenere il pensiero del Catechismo a cui si rifà ben un miliardo di cattolici nel mondo.
Il primo a essere discriminato, a quanto pare, è stato proprio lui. La domanda che io mi pongo è però un’altra: come mai Buttiglione ha voluto affrontare ancora, e davanti a giornalisti, un tema che oggi sta diventando sempre più “politicamente scorretto”? Come mai, specie fra i politici cattolici e non, è uno dei pochi a fare affermazioni chiare e pubbliche, che sì sono in linea col Magistero cattolico, ma che per la maggior parte di essi è materia da tenersi adeguatamente a distanza e abilmente da evitare e tacere? E’ giusto che, in una società democratica, gli unici abilitati a parlare di omosessualità siano solo le voci “pro”, mentre non abbiano diritto di cittadinanza le voci critiche?
Credo che il filosofo prof. Buttiglione abbia intuito un cambiamento di clima culturale e sociale su tale questione, che ai più è sfuggito. In realtà si è aperto, da qualche anno, un dibattito. Concezioni date troppo per scontate, anche in campo psicologico, sono messe oggi in discussione. L’omosessualità è una malattia? E’ una scelta? Un disordine? Un vizio? E’ genetica? Nessuno ha mai dimostrato che sia genetica, non esiste il gene della omosessualità.
Quando decine di anni fa è stata tolta dai manuali di psichiatria, ciò è avvenuto più per pressioni sociali, che per dati scientifici. Freud stesso riteneva che fosse una patologia, oggi molti psicologi tendono a dire di no e che va accettata.
Vi sono però psicoterapeuti, come il californiano dr. Joseph Nicolosi, membro dell’Associazione americana di psicologia e direttore sanitario della Thomas Aquinas Psychological Clinic, che in base ai propri risultati terapeutici, sono arrivati a conclusioni completamente differenti.
Nel suo libro “Oltre l’omosessualità”, pubblicato dalle edizioni San Paolo (2007), nella prefazione, il dr.Nicolosi scrive che vi è “la richiesta, da parte di un numero crescente di persone, di essere aiutate ad uscire dal comportamento omosessuale, che praticano, ma in cui non si riconoscono, e a cui imputano il loro disagio psicologico ed esistenziale”.
Credo che, al di là di diverse e legittime opinioni, ci sia oggi vario materiale per un approfondimento scientifico, scevro da pregiudizi e ad ampio spettro.
“Oltre l’omosessualità”: è possibile?

Dr. Glauco Santi

© http://www.parmadaily.it/ – 27 ottobre 2010