«Ricordiamoci della più importante delle virtù, il realismo. E ricordiamoci che se la Chiesa fa bene a invitare alla misericordia e all’accoglienza verso tutti, gli Stati devono pensare innanzitutto ai loro cittadini e devono cercare di governare questo fenomeno globale della migrazione…». Vittorio Messori, giornalista e scrittore, intervistatore dei Papi e autore di best seller, ascolta con attenzione il giudizio preoccupato espresso dal Segretario del Pontificio Consiglio per i migranti e gli itineranti, l’arcivescovo Agostino Marchetto, che ieri ha accolto la notizia della definitiva approvazione del pacchetto sicurezza dicendosi «triste e dispiaciuto» perché la legge a suo avviso «porterà molti dolori e difficoltà per persone che, già per il fatto di essere irregolari, si trovano in una situazione di precarietà».
Messori, il Vaticano prende le distanze…

«Innanzitutto vorrei dire che dovremmo smetterla di affermare che la Chiesa o il Vaticano dichiarano questo o quello, quando a parlare è un singolo prelato, come in questo caso».
È vero che qualche mese fa, per un caso simile, la Segreteria di Stato precisò che certi giudizi non potevano essere attribuiti al Vaticano. Ma è pur vero che l’arcivescovo lavora nel dicastero della Santa Sede per migranti.
«D’accordo, ma nemmeno il Papa invoca il carisma dell’infallibilità se non in rarissimi casi. Figuriamoci i suoi collaboratori. Con questo non voglio sminuire la portata delle affermazioni di monsignor Marchetto ma solo precisare che ci vuole attenzione a non trasformare ogni giudizio personale in un pronunciamento della Santa Sede».
Entriamo nel merito. Cosa pensa di quanto ha detto Marchetto?
«La legge segreta del cristianesimo, non mi stancherò mai di ripeterlo, è quella dell’et-et, dell’unione degli opposti. Ciascuno di noi sarà giudicato in base a questi due elementi: la giustizia e la misericordia. Anche la Chiesa deve contemperare la carità, l’accoglienza, l’attenzione ai poveri, con la prudenza, che è definita da San Tommaso “auriga virtutum”, cioè cocchiera delle virtù. La prudenza le contiene e le traina tutte. Ebbene, oggi potremmo tradurre con realismo la virtù della prudenza. Dunque l’attenzione ai poveri non può dimenticare che ci troviamo di fronte non all’immigrazione – cioè ad un fenomeno come quello che portò gli italiani in America – ma ci troviamo di fronte a una grande migrazione, allo spostamento di interi popoli. Qualcosa che accade una o due volte in un millennio».
Il realismo che cosa le suggerisce in questo caso?
«Che non è possibile spalancare le porte a tutti, accogliere tutti. È necessario, invece, cercare di governare il fenomeno, tenendosi lontani dalla demagogia. Purtroppo negli ultimi decenni è accaduto più volte che la doverosa ed evangelica attenzione ai bisognosi sia scivolata in quella demagogia tipica dell’ideologia post-sessantottina, che produce frasi ad effetto e attestazioni di bontà, ma rischia in qualche caso di diventare disastrosa per le stesse persone che si vorrebbero aiutare. La Chiesa è amica della verità ed è contraria all’ipocrisia. Bisogna riconoscere che spesso coloro che arrivano nel nostro Paese non sono affatto o non sono soltanto i più bisognosi, ma coloro che hanno potuto pagarsi il viaggio. Rappresentanto le élite

. Così come bisognerà riconoscere che non tutti coloro che si presentano come perseguitati lo sono davvero».
Qual è, invece, il compito dello Stato?
«Credo che valga per lo Stato ciò che vale innanzitutto per se stessi. La prima carità è quella verso se stessi. Non è possibile amare gli altri se non amiamo noi stessi. Ora, gli Stati, prima di pensare agli altri, devono pensare ai propri cittadini, alla loro vita, al loro lavoro, alla loro sicurezza. È un dovere che incombe. Un certo “estremismo” delle virtù appartiene ad alcuni grandi santi. Ma i reggitori dei popoli hanno il dovere di occuparsi innanzitutto dei loro cittadini. Questo, attenzione, senza fanatismo o esasperazioni. L’altro, l’immigrato, non è un nemico. La Chiesa ci insegna l’accoglienza. Dobbiamo accogliere e aiutare senza dimenticare la grande virtù del realismo».
Andrea Tornielli
per © Il Giornale 3 luglio 2009