Presentato il decimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale

di Mirko Testa

ROMA, mercoledì, 13 ottobre 2010 (ZENIT.org).- Otto milioni 370 mila i poveri in Italia, mentre le famiglie sono costrette sempre più a chiedere aiuto economico alle strutture di assistenza. E’ questo il dato allarmante che emerge dal decimo Rapporto su povertà ed esclusione sociale dal titolo “In caduta libera”, realizzato da Caritas italiana e dalla Fondazione “Emanuela Zancan” e presentato mercoledì mattina a Roma.

La realtà fotografata dal Rapporto presenta una situazione peggiore rispetto a quella che si rifletteva nelle ultime stime dell’Istituto di Statistica Italiano riferite al 2009, e che parlava di 7 milioni e 810.000 di poveri.

Secondo Caritas e Fondazione Zancan, in Italia si è abbassata la soglia della cosiddetta “povertà relativa” e si sono affacciate sulla scena nuove situazioni di impoverimento, legate a fattori sociali, culturali, finanziari, valoriali e psicologici.

Aumenta, inoltre, la crescente categoria degli impoveriti, cioè di coloro che rischiano, per un qualunque imprevisto (infortunio, licenziamento, disoccupazione prolungata etc.), di cadere sotto la linea della povertà, posta intorno ai 983 Euro per un nucleo di due persone: 1 italiano su 5 sarebbe in questa condizione.

La famiglia, la principale vittima della povertà

Nel suo intervento di presentazione mons. Giuseppe Pasini, presidente della Fondazione Zancan, ha detto che nel 2009, in Italia, le famiglie colpite dalla povertà assoluta – cioè non in grado di accedere ai beni essenziali che consentano uno standard di vita minimamente accettabile – risultavano essere 1162 (il 4% delle famiglie residenti), per un totale di 3 milioni e 74 mila individui (il 5,2% dell’intera popolazione).

“Anzitutto – ha sottolineato – la famiglia è la principale vittima della povertà e dell’impoverimento . Le famiglie considerate agiate, e quindi al riparo dalle ripercussioni della crisi, sono circa il 45% del totale. Le altre, in proporzioni diverse hanno risentito dell’attuale congiuntura sfavorevole, o per la difficoltà ad arrivare alla fine del mese, o perché impossibilitate a onorare impegni e debiti pregressi, o perché non riescono più a risparmiare, o perché impossibilitate ad assicurare ai figli un avvenire soddisfacente”.

“Inoltre – ha continuato – la povertà, accompagnata dalla precarietà di lavoro, colpisce la famiglia in fase di progettazione, imponendo ritardi nella celebrazione del matrimonio. L’età media per gli uomini è oggi di 32 anni, quella per le donne è di 29 anni”.

“Il ritardo nella celebrazione del matrimonio – ha spiegato ancora – ha una ripercussione anche sulla procreazione. Le scelte procreative, tendono a spostarsi verso la fase terminale della fecondità della donna. L’età media del primo parto si è alzato attorno ai 32 anni” rendendo così “più problematiche le eventuali maternità successive”.

Inoltre, ha evidenziato, “le difficoltà economiche sono almeno in parte causa anche di tanti aborti”, così come “l’assenza di una politica di sostegno alla famiglia rende problematica ogni decisione dei coniugi in merito ad eventuali nuove nascite”.

Nel prendere poi la parola, mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha ravvisato due fenomeni strutturali particolarmente preoccupanti all’interno di questa situazione: “l’aumento delle diseguaglianze e la sensazione di un impoverimento generalizzato, non solo dal punto di vista del reddito, ma anche delle aspettative e delle risorse culturali”.

Per questo, ha precisato, è più che mai necessario “investire a tutto campo, a partire dal sostegno a quel soggetto essenziale del tessuto sociale che è la famiglia”. Non si tratta, infatti, semplicemente di una questione di assistenza: “è piuttosto una questione di giustizia, di dignità e di libertà”.

Il presule ha quindi accennato alla piaga dell’evasione fiscale: “la sottrazione di risorse dovute alla comunità pesa sugli onesti, sottraendo loro legittime risorse, e diminuisce la disponibilità di aiuti agli indigenti”.

“Chi ha a cuore il futuro del Paese – ha detto mons. Crociata – non si limita a reclamare politiche pubbliche efficaci ed efficienti, ma persegue anche percorsi di giustizia, di dignità, di libertà e soprattutto di responsabilità, perché è questa la parola chiave per guardare con realismo e fiducia a un futuro condiviso”.

Il presule ha infine parlato in favore del “federalismo solidale”, che potrebbe portare “a nuovi e più efficaci assetti in un sistema assistenziale caratterizzato da troppi squilibri”.

Per una cultura della sobrietà e dell’essenzialità

Nel contrasto alla povertà la Chiesa nel 2009 ha messo in campo progetti per i quali la Conferenza episcopale italiana ha impiegato 11 milioni e 300.000 euro.

Secondo quanto ricordato da mons. Vittorio Nozza, direttore di Caritas Italiana, sono state oltre 650 le iniziative locali: dal prestito della speranza ai fondi diocesani di solidarietà, dal microcredito per famiglie e imprese a tutta una serie di progetti nei settori abitativi, lavorativi e di risposta ai bisogni primari.

Oltre al sostegno economico, attualmente le Caritas diocesane puntano anche sull’accompagnamento educativo e sulla “trasmissione di una cultura e di prassi più attente ai valori della sobrietà e dell’essenzialità, capace di promuovere responsabilità istituzionali e solidarietà diffusa”.

Infine, molte Caritas diocesane e comunità ecclesiali locali svolgono funzioni di advocacy nei confronti delle istituzioni, “dando voce a chi non ha voce”.

“Purtroppo – ha lamentato mons. Vittorio Nozza –, nonostante i buoni rapporti che spesso intercorrono tra le Caritas diocesane e le istituzioni locali nella presa in carico quotidiana del disagio sociale, i prefigurati tagli allo stato sociale e la conseguente riduzione di impegno pubblico in tale ambito non potranno che ricadere sugli presenze di solidarietà, che già adesso svolgono faticose funzioni di supplenza e integrazione alle carenze dell’intervento pubblico”.

“Non vi è dubbio – ha concluso – che, nel futuro, un ruolo centrale sarà svolto dalle Regioni. Dalle Regioni, e anche dai Comuni, si attende l’attivazione di percorsi innovativi di contrasto alla povertà, con forte attenzione alla centralità della famiglia”.