Questa mattina sono stato in Duomo a Milano per la celebrazione delle esequie di sua eccellenza monsignor Luigi Padovese, Vicario Apostolico in Anatolia. Ha presieduto i solenni funerali, il cardinale Dionigi Tettamanzi, affiancato da cinquanta vescovi provenienti da tutto il mondo. La Chiesa di Milano in questa celebrazione ha voluto esprimere la gratitudine al Signore per il dono di questo figlio della terra ambrosiana tragicamente assassinato. Il cardinale Tettamanzi aveva inviato una lettera a tutta la diocesi, in particolare ai sacerdoti, religiosi e religiose, ai tanti gruppi missionari e soprattutto ai giovani, affinché partecipassero al solenne funerale. Il Duomo era stracolmo, le tre navate piene di fedeli, ho notato la presenza di molti giovani, ricordo che oggi è lunedì.

Fa un certo effetto assistere per la prima volta a un rito funebre che riguarda un uomo, ucciso violentemente, un martire della fede. Ho avuto l’opportunità di dirlo, dopo avergli baciato l’anello episcopale, a sua eccellenza il cardinale monsignor Dionigi Tettamanzi mentre usciva dal Duomo.

Monsignor Luigi Padovese, è stato ucciso il 3 giugno scorso dal suo autista, era nato a Milano il 31 marzo 1947, originario della parrocchia della Trinità, fu ordinato sacerdote il 16 giugno 1973. Professore titolare della cattedra di Patristica alla Pontificia Università dell’Antonianum, prima di essere ordinato vescovo, fu per 16 anni direttore dell’Istituto di Spiritualità nella medesima università. Professore invitato alla Pontificia Università Gregoriana e alla Pontificia Accademia Alfonsiana, per 10 anni fu visitatore del Collegio Orientale di Roma per la Congregazione delle Chiese Orientali. Consulente della Congregazione per le Cause dei Santi, l’11 ottobre 2004 venne nominato Vicario apostolico dell’Anatolia e vescovo titolare di Monteverde. Venne consacrato a Iskenderun il 7 novembre dello stesso anno.

La Turchia conta 70 milioni di abitanti, il 99% sono musulmani. I cristiani sono lo 0,6% della popolazione; i cattolici sono circa 30mila. Il vicariato dell’Anatolia ha 4550 cattolici, 7 parrocchie, 3 sacerdoti diocesani, 14 religiosi e 12 religiose. Dopo l’assassinio di don Andrea Santoro, del quale aveva celebrato i funerali nel 2006, Padovese aveva espresso la sua gratitudine per la decisione della Diocesi di Milano di inviare in Turchia un proprio prete, don Giuliano Lonati, per continuare il lavoro del sacerdote assassinato. Monsignor Padovese il 5 febbraio scorso ricordando il sacerdote ucciso diceva: “Mi piace rilevare che sia stato ucciso come simbolo, come realtà di sacerdote cattolico. Non è stata uccisa soltanto la persona, ma si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava: ricordarlo in questo momento, all’interno dell’anno dedicato ai sacerdoti, è quanto mai significativo, per ricordare a tutti noi che la sequela di Cristo può arrivare anche all’offerta del proprio sangue”. Parole veramente premonitrici del suo martirio.

“Oggi siamo tutti Chiesa di Anatolia”, ha detto monsignor Ruggero Franceschini, arcivescovo di Smirne, intervenendo per ultimo in Duomo. E penso che tutti quelli che eravamo in Duomo un po’ tutti ci siamo sentiti appartenenti alla Chiesa di Anatolia. «Hanno ucciso il pastore buono, ha detto Franceschini  e la sua Chiesa di Anatolia, piccolo gregge disperso, ora è anche colpito, sgomento, impaurito”. “La piccola chiesa di Anatolia – ha proseguito il religioso – è troppo giovane per superare da sola una tragedia simile, troppo fragile per fronteggiare il male che l’ha colpita, troppo povera per trovare in se stessa le risorse per continuare a sperare almeno di esistere”. Monsignor Franceschini che ha preso il posto di Padovese, alla fine del suo intervento ha detto: “del resto cosa volete che vi dica di un vescovo missionario ucciso nella solennità del Corpus Domini? Per lui parlano il suo corpo spezzato e il sangue versato per tutti”. Di fronte a una bara servono a poco i tanti prevedibili commenti che si possono fare, l’ avevo appena detto al mio amico Matteo. Certo il governo italiano dovrebbe chiedere giustizia, come ha auspicato il governatore della Lombardia Roberto Formigoni. Le istituzioni in Duomo c’erano tutte dal sindaco Letizia Moratti al vice presidente della Camera Maurizio Lupi in rappresentanza del Parlamento.

Franceschini intervistato da Asianews aveva dichiarato a padre Bernardo Cervellera che l’uccisione del vescovo è avvenuta con il rituale islamico, cioè sgozzamento. Ha confermato anche la sanità mentale dell’assassino, che conosceva da molto tempo. Probabilmente un omicidio programmato e studiato nei particolari da gruppi eversivi, che vogliono allontanare la Turchia dall’Europa. La Chiesa turca non crede all’omicidio a sfondo sessuale, o alla “pia bugia” della malattia mentale di Murat Altun. Sa che l’uccisione è avvenuta seguendo un rituale islamico, ma anche dietro a questo apparente fanatismo c’è dell’altro. Tanto più che l’omicida non è mai stato un musulmano fervente. Mons. Franceschini ipotizza che l’assassinio è stato studiato con precisione, il killer istruito per bene, e i mandanti devono avere come scopo la destabilizzazione del Paese e l’allontanamento della Turchia dall’Europa.

Monsignor Franceschini è stato schietto,  dopo il martirio di mons. Luigi Padovese la Chiesa in Turchia è prostrata e ferita, ma più unita. Con la limpidezza che lo contraddistingue, egli chiede a Roma e alla Chiesa universale di mostrarsi più vicina alla Chiesa di Turchia con intelligenza e solidarietà fattiva. E fa un appello perché volontari, insegnanti, suore e religiosi, vadano in missione in Turchia, a tenere aperte soprattutto le poche scuole cattoliche.

Monsignor Franceschini ha chiesto di pregare per i cristiani in Turchia. Ma una preghiera consapevole della posta in gioco, su cui non vogliamo rinunciare malgrado le difficoltà: qui è nata la comunità cristiana e qui sono avvenuti i primi concili e non possiamo abbandonare questi luoghi. Occorre una solidarietà non solo proclamata, ma attiva. Ogni anno abbiamo bisogno di aiuti per riparare qualche chiesa, e non sappiamo come fare. Poi occorre comprare un appartamento per far risiedere il prete, uno per farci vivere le suore e poi occorre che vi siano laici e sacerdoti che vengano a vivere con noi. In Turchia – ha continuato il presule – non c’è libertà a proclamare il Vangelo nelle piazze, non c’è libertà di aprire seminari, o di costruire nuove chiese, ma possiamo lavorare nelle nostre parrocchie già fondate, incontrare persone, trasformare i nostri saloni in chiese…

DOMENICO BONVEGNA