di Marco Respinti da La Bussola Quotidiana
La pedofilia? Un fatto “normale”, che siccome la nostra società “retrograda” ancora non percepisce come tale va “normalizzato” a tutti i costi.  Convinti di questo e convocati dalla B4U-ACT – una organizzazione pro-pedofilia che agisce dietro la maschera della cura dell’igiene mentale -, il 17 agosto a Baltimora, nel Maryland, si sono dati convegno un nugolo di ricercatori provenienti da uno stuolo di università statunitensi per ascoltare e applaudire la star riconosciuta di tutta la materia, il sessuologo Frederick S. Berlin, fondatore del National Institute for the Study, Prevention and Treatment of Sexual Trauma e della Clinica per i disordini sessuali dell’ospedale universitario Johns Hopkins. Chi vi ha partecipato in veste critica ne dà resoconti scioccanti, per esempio Matt Barber, vicepresidente del Liberty Counsel Action e corettore della Liberty University School of Law, un ateneo evangelicale di Lynchburg in Virginia (preziosa anche la testimonianza di Bon Hamer, ex agente dell’FBI che per tre anni ha frequentato sotto copertura ambienti pedofili e che oggi illustra adeguatamente l’ideologia della B4U-ACT).

Parrebbe una forzatura, ma non lo è. Tutto sta del resto nella definizione. Se è una perversione frutto di devianza patologica, va da sé che la pedofilia sia socialmente inaccettabile e dunque pure sanzionabile; ma se è semplicemente uno dei comportamenti sessuali umani possibili, per quanto particolari o “bizzarri”, non esiste motivo per stigmatizzarla. L’elemento discriminante – dicono i fautori della sua normalizzazione – non è infatti la moralità di tale comportamento sessuale in sé, ma la coercizione e la violenza eventualmente esercitate sul partner, cioè solo il contesto e i modi. Ma ciò vale evidentemente per ogni comportamento sessuale, inclusi tutti quelli particolari o “bizzarri”; anzi, vale per tutti i comportamenti umani, sanzionabili eventualmente a norma di codice penale. Per questo, affermano i suoi sostenitori, la pedofilia deve essere considerata solo accidentalmente diversa da altri comportamenti sessuali umani e quindi mai giudicata socialmente inaccettabile, tantomeno sanzionabile. Occorre, dicono, semplicemente disciplinarla in base a una precisa “deontologia”.

Oltre alla pedofilia, possono peraltro essere e vanno quindi “sdoganati” anche tutti gli altri comportamenti sessuali particolari o “bizzarri”, compresi quelli che in base a definizioni appunto “retrograde” verrebbero definiti aberranti, per il semplice motivo che non esiste criterio oggettivo per definirne alcuni giusti e altri sbagliati. Da qui il grande sforzo culturale di riclassificare le “perversioni” o le “devianze” secondo un linguaggio nuovo figlio di una mentalità libera da condizionamenti etico-sociali e da pregiudizi religiosi che le renda semplicemente “altra sessualità” (ciò che è considerato inaccettabile in alcune culture e in alcune epoche, si dice, non lo è in altre) senza alcun giudizio sulla loro liceità morale, e che dunque confini alle patologie dei disturbi mentali solo quei comportamenti che si manifestano in forme di violenza fisico-psicologica su soggetti non consenzienti e/o caratterizzate da dipendenza ossessivo-compulsiva.
Non è del resto esistito, nei Paesi Bassi, il Partito dell’Amore Fraterno, della Libertà e della Diversità, la prima formazione politica dichiaratamente pedofila, nata nel 2006 e scioltasi nel 2010, che aveva tra i propri obiettivi quello di liberalizzare la pornografia infantile e i rapporti sessuali fra adulti e bambini?

Il “Manuale” degli psicologi americani
Organizzazioni come il B4U-ACT criticano dunque fortemente le definizioni attualmente adottate in ambito scientifico da medici, psicologi e psichiatri che ancora giudicano la pedofilia frutto tout court di disturbi mentali, abbandonando questo possibile comportamento sessuale umano ai tabù, a tal punto da rendersi disponibili – questa la loro mission – per rivedere radicalmente i parametri su cui esse si reggono. E l’organizzazione di un simposio importante come quello di Baltimora dimostra come il giro mentale dei suoi attivisti sia più diffuso di quel che s’immagini, oltre a rivelare l’esistenza di una forte lobby culturalmente pro-pedofilia all’interno della comunità medica e scientifica, come conferma Judith Reisman, visiting professor alla citata Liberty University e grande avversaria di questo mondo, almeno dal 1977.

Ora, in tema di sessualità umana, è l’autorevolissima e stimatissima American Psychological Association (APA) a stabilire quali siano gli standard che determinano comportamenti di natura patologica derivanti da disturbi mentali e quali, per bizzarri che siano, no. L’APA lo fa – appunto autorevolmente  – con il “Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali” (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), universalmente noto e pressoché sempre citato con la sigla DSM, i cui criteri costituiscono di fatto il “magistero vincolante” della nosografia (vale a dire la scienza che si occupa della classificazione sistematica delle malattie) in materia.

Da che esiste, questo “Manuale” è il punto di riferimento certo per medici, psichiatri e psicologi sia clinici sia ricercatori di tutto il mondo.
È insomma il “Manuale” APA che risponde – per dirla con una battuta – alla domanda posta da una nota canzone di Vasco Rossi, «quante deviazioni hai?». Proprio il “Manuale” APA ha già operato una rivoluzione culturale sul tema, cancellando il concetto di “perversioni” (Sigmund S. Freud definiva così le «attività sessuali finalizzate alle regioni del corpo non genitali») e sostituendolo con il più politicamente corretto “parafilie”.

Kinsey, il pioniere
Con questo termine oggi si definisce in ambito psichiatrico, psicopatologico e sessuologico l’insieme della manifestazioni della sessualità umana non direttamente connesse a fini riproduttivi. Vale peraltro la pena di notare che, se concepito diversamente, per esempio ancora in termini freudiani, questo universo del “diversamente sessuale” bollerebbe come inaccettabili la stragrande maggioranza dei comportamenti sessuali ritenuti invece non solo oramai normali (esiste persino una letteratura di genere pubblicata da editori non certo da caserma ed esistono scrittori lanciati come promesse talentuose dai milieu dei premi letterari, dalle terze pagine dei quotidiani nazionali di ogni orientamento politico, dai direttori di collane), ma talora persino virtù da “grandi amanti”. E pure che esso coincide – evidentemente in modo perfettamente legale per il nostro ordinamento giuridico – con gran parte dell’editoria, della videografia e della sitografia pornografiche. Del resto, con il nome di “iconolagnia”, lo stesso feticismo della pornografia è annoverato dall’APA fra le parafilie raggruppate genericamente nella sezione Disordini sessuali o parafilia non altrimenti specificata.

Molto, se non tutto, ha del resto origine con il biologo e sessuologo statunitense Alfred C. Kinsey (1894-1956) e con il suo famoso “rapporto” sulla sessualità umana, in realtà due libri scritti con la collaborazione di altri, Sexual Behaviour in the Human Male, del 1948, e Sexual Behaviour in the Human Female, del 1953. È stato Kinsey a insegnare al mondo che «al di là delle interpretazioni morali, non c’è alcuna ragione scientifica per considerare particolari tipi di attività sessuali come intrinsecamente, per origine biologica, normali o anormali» e a trattare apertamente, forse per primo, anche della sessualità nei bambini in modo tale da far subito parlare di istigazione, se non altro culturale, alla pedofilia.

La revisione tanto attesa
Clinicamente, sono oggi riconosciute dal “Manuale” APA otto maggiori forme di “parafilia”, classificate in base all’atto sessuale che sostituiscono con pratiche di altro tipo o all’oggetto verso cui si indirizzano, nonché al canale sensoriale che eccitano. Per poterle considerare patologiche, il “Manuale” APA stabilisce che le “parafilie” debbano ricorrere per almeno sei mesi e manifestarsi come forma di sessualità esclusiva o prevalente di un certo soggetto, interferendo in modo rilevante con la sua normale vita relazionale e causandone un disagio clinicamente significativo.

L’APA ha redatto la prima versione del “Manuale”, identificata come DSM-I, nel 1952 per controbattere all’Organizzazione Mondiale della Sanità che quattro anni prima, nel 1948, aveva reso pubblico un testo, l’International Statistical Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death, oggetto di numerose contestazioni. Nel 1968 l’APA ha quindi riveduto il proprio “Manuale” pubblicando il DSM-II, lo stesso ha fatto nel 1980 con il DSM-III, seguito nel 1987 dal DSM-III-Revised e ancora nel 1994 dal DSM-IV, ulteriormente poi modificato all’inizio del Terzo Millennio, proprio nel 2000, dal DSM-IV-Text Revision (o DSM-IV-TR), quello che oggi fa universalmente testo in attesa della nuova edizione, il DSM-V, annunciato per il 2013. Ed è proprio su questa ulteriore revisione che punta tutto il club “amici della pedofilia” alla B4U-ACT.

Howard Kline, direttore scientifico della B4U-ACT, contesta infatti il modo attraverso cui l’APA persiste nel catalogare la pedofilia fra le parafilie derivanti da disturbi mentali poiché sostiene che le sue indagini si fondano soltanto sui dati raccolti tra soggetti criminali, «le quali ignorano completamente l’esistenza di coloro che rispettano la legge». I pedofili, cioè, che non esercitano né coercizione né violenza sui partner – «Possiamo aiutarli», garantisce Kline all’APA, «perché noi siamo le persone di cui essi scrivono» – e che quindi non hanno, secondo la B4U-ACT, alcun motivo per vedere conculcati i propri comportamenti sessuali, per “bizzarri” (ma non molesti) che qualche “retrogrado” ancora li giudichi.

Il precedente omosessuale
Del resto, i pro-pedofili che contestano le classificazioni del “Manuale” APA dandosi volontari per contribuire a una sua revisione sbandierano con orgoglio un grande precedente. Quello dell’omosessualità. Fino al DSM-II l’omosessualità era annoverata tra le parafilie frutto di disturbi mentali, ma dal 1972 è stata derubricata; e questo non attraverso la stesura di un nuovo “Manuale” completamente riveduto nei suoi criteri portanti, ma solo attraverso una disinvolta modifica introdotta nella settima ristampa dello stesso DSM-II per consenso comune di medici, psicologi e psichiatri che nell’omosessualità non hanno ravvisato (più) quegli aspetti specifici in grado di collegarla a disturbi mentali (qualora essi si manifestassero in pendenza di omosessualità verrebbero giudicati comportamenti sanzionabili a prescindere dall’orientamento omosessuale delle persone coinvolte), ma solo una forma altra di sessualità.

Oggi l’APA considera così l’omosessualità un comportamento umano particolare fra i molti possibili e socialmente accettabili, e a questo suo magistero si rifanno con enfasi un po’ tutti. Ed è alla sua capacità di annientare il diritto naturale trasformando truffaldinamente in parametro scientifico il relativismo che si va progressivamente diffondendo nella società occidentale che l’evidentemente diffusa e potente lobby pro-pedofilia guarda con trepidazione non esattamente verginale.