di Francesco Agnoli da Il Foglio 14 gennaio 2010

Vi sono personaggi che devono la loro fama non al proprio mestiere, quanto alla continua aggressività che dimostrano verso il cristianesimo. E’ solo grazie a essa che trasbordano sui giornali e sulle riviste e che vengono interpellati di continuo, come oracoli, sugli argomenti più disparati. Mi riferisco in particolare a due volti noti della tv italiana: Piergiorgio Odifreddi e Margherita Hack. Entrambi, oltre che “scienziati” a tempo perso e “vaticanisti” a tempo pieno, fanno parte della Uaar, l’agguerritissima associazione che ha ottenuto la sentenza di Strasburgo contro il crocifisso. Entrambi, come gran
parte dei fondatori della suddetta associazione, hanno più volte rivelato la loro ammirazione per il comunismo.
Odifreddi, inoltre, può vantare studi in Urss, al di là della cortina di ferro, laddove la chiesa era perseguitata in
nome del socialismo “scientifico”, e i suoi membri venivano sterminati, insieme ai proletari, ai borghesi, agli anarchici… da
atei illuminati, e molto “razionalisti”. Margherita Hack, invece, si distingue da anni per le sue battaglie progressive, avendo firmato nel 1971, sul settimanale l’Espresso, un appello contro il commissario Calabresi, in cui egli compariva come “torturatore” e “responsabile della morte di Pinelli”, ed essendosi candidata più volte nel partito dei Comunisti Italiani, anche di recente.
Pensavo a questa provenienza ideologica leggendo alcuni loro articoli, dedicati, come sempre, ai presunti ostacoli che la chiesa avrebbe opposto alla scienza, e scritti con la consueta abilità propagandistica di marca bolscevica. Si sa che per 72 anni, nella
Russia sovietica, vennero composti commedie e racconti sull’Inquisizione, sul caso Galilei e su mille altri peccati  veri o presunti del cristianesimo, senza mai che qualcuno potesse interrogarsi sulla bontà o no dei gulag, delle purghe o di altri similari stermini di massa. I comunisti vecchi e nuovi sanno infatti molto bene quanto sia importante controllare le parole, impadronendosi
delle più fascinose e suggestive, e quanto sia del pari essenziale fornire un’opportuna visione del passato: “La storia è la politica proiettata nel passato”, scriveva Pokrovsky, e chi la controlla ha in pugno il presente. Per questo nell’orbe sovietico non soltanto i libri di studio erano quelli decisi dal partito, ma persino le vicende del partito venivano scritte e riscritte dal vincitore di turno.
Eppure, anche “scienziati” prestati alla politica e alla storiografia come i due  personaggi sopra citati dovrebbe sapere,
nel 2000, che la scienza, come l’arte, la letteratura, la filosofia, la musica, ecc., patirono come non mai sotto i regimi comunisti. Lo ricordava cinquant’anni fa un evoluzionista ateo come Julian Huxley, allorché, nel suo “La genetica sovietica e la scienza” (Longanesi, 1952), raccontava come i sovietici attaccassero l’astronomia contemporanea, la teoria della relatività, e “il concetto di un universo finito, ma in corso di espansione”, in quanto “la moderna teoria astronomica è il principale nemico ideologico dell’astronomia materialista”. Per l’Accademia delle scienze russa Einstein, Bohr e Heisenberg erano colpevoli di “oscurantismo” e di “metafisica borghese”, mentre la genetica di Gregor Mendel veniva ripudiata perché “razzista”, “mistica” ed “antiscientifica”. A essa venivano contrapposte le strampalate elucubrazioni di Miciurin e Lysenko, considerate in perfetto accordo col marxismo materialista; nel contempo gli scienziati che appoggiavano le teorie “eterodosse” erano costretti all’abiura, perdevano il posto, finivano in Siberia o sparivano nel nulla (Huxley ricorda Vavilov, Levit, Ivanov, Dubinin, Gause, Schmalhausen, Jebrak,  Sasciarov…). Un bellissimo libro Vorrei raccomandare un bellissimo libro che può fungere da antidoto alle posizioni dogmatiche di quanti vorrebbero desumere dalla scienza il loro roccioso e ideologico ateismo. Mi riferisco allo splendido lavoro di Roberto
Giovanni Timossi, “L’illusione dell’ateismo” (san Paolo): non un libello polemico, senza serietà di analisi, come i lavori dei due autori citati, ma un trattato scientifico e argomentato di storia e di filosofia della scienza. Da esso mi limito a trarre alcuni concetti espressi da scienziati veri: James Clerk Maxwell (1831-1879) e Max Planck (1858-1947). Il primo, protagonista degli studi sull’elettromagnetismo, era un fervido credente, un lettore dei Padri della chiesa, e sosteneva che vi è per la scienza
un limite invalicabile rappresentato dall’origine della materia. Lo scienziato può studiare e comprendere il “meccanismo interno della molecola”, ma “risalendo lungo la storia della materia… la scienza è incompetente a ragionare sulla creazione della materia
dal nulla”. Per Planck, padre della fisica dei quanti, “la scienza conduce a un punto oltre il quale non ci può più guidare”, ma oltre il quale l’uomo deve innalzarsi: “Non è certo un caso – scriveva – che proprio i massimi pensatori di tutti i tempi siano stati anche nature profondamente religiose”, perché “solo coloro che pensano a metà diventano atei; coloro che vanno a fondo
col loro pensiero e vedono le relazioni meravigliose tra le leggi universali, riconoscono una Potenza creatrice”.