di Giacomo Samek Lodovici
Tratto da La Bussola Quotidiana il 3 gennaio 2011

Nel blog che Repubblica on line gli predispone, dandogli così un risalto davvero notevole, il 24 dicembre Piergiorgio Odifreddi si è cimentato ancora una volta nel suo sport preferito, vale a dire la demolizione del cristianesimo. Con pessimi risultati, come al solito.

Secondo il matematico di Cuneo coloro che si scambiano gli auguri di Buon Natale a volte «credono di commemorare con i loro auguri la nascita di Gesù. E la maggioranza degli auguri non sa, o ha dimenticato, che la scelta del 25 dicembre come giorno del Natale cristiano è mutuata dalla festa del Sol Invictus, “Sole Invitto”, il Dio Sole (El Gabal) che l’imperatore Eliogabalo importò nel 218 a Roma dalla Siria».

Secondo Odifreddi la scelta del 25 dicembre è un tipico esempio di riciclaggio cristiano di temi e motivi precedenti, come quella di chiamare Dio col nome di Padre: già Giove-Iuppiter romano – dice il matematico – era «contrazione del vocativo Dyeu Pitar. Un minimo di linguistica basta dunque a smascherare l’anacronismo della fede in Dio Padre: cioè, in Padre Cielo, quello stesso che nella religione naturalistica del Rig Veda era sposato a Prithvi Mata, la “Madre Terra”, e aveva come figli il fuoco Agni e la pioggia Indra». Insomma, per Odifreddi, «è su queste oscure confusioni tra la luce e Dio da un lato, e tra il Sole e Cristo dall’altro, che si basa e prospera la mitologia cristiana […]. In fondo, il vero significato del Natale è questo: non che “un bimbo è nato in noi”, ma che da oggi le giornate saranno sempre meno buie e sempre più luminose. E’ una bella notizia, e dunque Buon Natale a tutti: del Sole Invitto, naturalmente!».

Ora, per quanto riguarda Dio come Padre, anche Platone dà (nel Timeo) a Dio questo appellativo, ma che cosa implicano questo esempio, quello di Odifreddi ed altri che si potrebbero citare? Il cristianesimo non rivendica per questo appellativo un’originalità, bensì per le caratteristiche di questa paternità: solo il Dio cristiano è un Padre che compie tutte le seguenti attività: crea (il che è ben di più che meramente plasmare) gli uomini dal nulla, li conserva tutti nell’essere, li assiste provvidenzialmente tutti (e non solo alcuni, per esempio non solo quelli buoni), li considera tutti dotati della stessa dignità, tutti li crea liberi, tutti li chiama ad una comunione d’amore con sé, ecc.

Per quanto riguarda il 25 dicembre, si può consigliare a Odifreddi di leggere, tra i tanti articoli possibili, per esempio quello scritto da don Nicola Bux sul Timone dello scorso dicembre (“25 dicembre: data esatta?”, Il Timone no. 98, 2010, pp. 44-45), oppure quello di Tommaso Federici (“25 dicembre è data storica”, 30 Giorni, novembre 2000, pp. 63-68), che spiegano che questa data è molto probabilmente proprio quella della nascita di Gesù.

Certo, un cristiano prova una certa emozione sapendolo; ma, anche se questa data fosse convenzionale, anche se fosse stata scelta per cristianizzare una festa pagana, la fede cristiana sarebbe in pericolo? Per nulla. Infatti, il cristianesimo sta o cade in rapporto alla verità/falsità dell’esistenza storica di Gesù di Nazareth e della sua divinità, non in relazione alle date scelte per proporre ai credenti la commemorazione liturgica dei fatti della sua vita.

Ora, ovviamente, circa la divinità di Gesù non ci sono prove: il Dio cristiano infatti rispetta la libertà dell’uomo, si propone e non si impone, lascia suffciente luce per crdere ma anche sufficiente ombra per chi non vuole credere. Ci sono però ci sono diversi indizi. Come ha ben mostrato Vittorio Messori nei suoi libri (cfr. Ipotesi su Gesù e Dicono che è risorto), gli studiosi seri devono ammettere che c’è qualcosa di inspiegabile con le categorie umane all’origine del cristianesimo: che cosa ha infatti trasformato il gruppetto di apostoli affranti, impauriti e abbattuti dopo la morte del loro Maestro – come li vediamo il venerdì della crocifissione – nei coraggiosi annunciatori del Vangelo della resurrezione, disposti a percorrerre tutto il mondo conosciuto e a sacrificare la loro vita per questo? Che cosa è avvenuto tra il Venerdì santo e la Domenica di Pasqua? I Vangeli ce lo dicono, e così come descrivono con assoluta credibilità e coerenza la vita terrena di Gesù, ci parlano della sua resurrezione e degli incontri con gli apostoli dopo la sua resurrezione. C’è un Big Bang all’origine del cristianesimo, che non si spiega con categorie umane, sociologiche, etc.

Sull’esistenza storica di Gesù, invece, le fonti storiche abbondano. Rimandando alla lettura dei lavori, per esempio, di Marta Sordi ed Ilaria Ramelli per una panoramica più completa, qui ci si può limitare ai soli autori non cristiani (dunque non sospettabili di parzialità) che parlano di lui. C’è chi cerca di mettere in dubbio l’autenticità dei passi dei loro testi riguardanti Gesù ma, anche qualora questi critici avessero ragione in un caso o  due (in realtà ci sarebbe da discutere), le fonti sono ben più numerose. Per esempio, negli Annales Tacito scrive di «Cristo, che sotto il regno di Tiberio fu mandato a morte da Ponzio Pilato»; altri autori latini del I-II secolo che parlano di Gesù sono Plinio il Giovane e Svetonio; parlano di Gesù anche l’autore ebreo Flavio Giuseppe, il samaritano Thallus ed il siriano Mara Bar Serapion; di Gesù parlano in seguito anche due filosofi, Celso e Porfirio, che polemizzano ferocemente contro il cristianesimo e cercano di combatterlo, però non mettono minimamente in dubbio l’esistenza di Gesù di Nazareth.

Insomma, quale che sia la loro data precisa, noi cristiani col Natale e con la Pasqua non commemoriamo delle date, bensì dei fatti: quelli più cruciali della storia.