di Domenico Delle Foglie
Tratto da Avvenire del 5 maggio 2011

Se c’è un voto che sta a cuore ai cittadini italiani è quello amministrativo. Che si tratti del piccolo paesino di montagna o della grande metropoli, scegliere il sindaco è sempre più una cosa seria, anzi serissima.

E talvolta persino appassionante. Una competizione nella quale spesso si rimettono in circolo antiche contrapposizioni, e lo scontro dialettico – complici anche le tv e i quotidiani locali – si fa infuocato. Non mancano persino i colpi bassi, all’americana. Con la vita personale del candidato e dei suoi principali sostenitori messa sotto i riflettori e radiografata. Eppure, c’è qualcosa che sembra tabù per tutti i candidati. Basta dare un’occhiata ai programmi elettorali o verificare i pronunciamenti pubblici, ed è un’autentica impresa trovare traccia di alcune questioni per nulla secondarie.

Non è dato sapere cosa pensino i nostri futuri primi cittadini (e con loro le liste che li appoggiano) su alcuni temi essenziali e che forse potrebbero, anzi dovrebbero, trovare posto anche nelle agende amministrative. Tre questioni ci sembrano ineludibili: la vita, la famiglia e l’educazione. A noi piacerebbe sapere se un candidato sindaco è favorevole alla vita e magari ha in serbo qualche sorpresa, tipo un sostegno alle madri sole che rischiano di scegliere l’aborto solo per ragioni economiche. Si chiama «favor vitae». A noi basterebbe semplicemente che un sindaco riconoscesse che la sua città sta subendo un profondo processo di invecchiamento e che dichiarasse di non volersi rassegnare a governare una comunità in perenne deficit demografico. E magari si ponesse il problema di come favorire le nascite.

Giusto per fare un esempio sul fronte opposto, quello del fine vita, il cittadino comune forse vorrebbe sapere se il futuro sindaco intenda rilanciare, ad esempio, il registro dei testamenti biologici. Già ci sono tante città italiane in cui i sindaci uscenti hanno aperto quei registri, pur sapendo che non hanno alcun valore giuridico. Ma parlarne in campagna amministrativa no, perché è pericoloso. Forse toglie voti? A pensar male…

C’è poi il capitolo famiglia. Su questo tema agli elettori forse basterebbe sapere se il candidato sindaco intenda parlare di «famiglia» o di «famiglie». Una questione semantica? No, una questione strategica e di contenuto. Se sceglierà la «famiglia», vorrà dire che intenderà amministrare tenendo conto del nucleo naturale così come è stato delineato dalla Costituzione italiana. Se invece parlerà di «famiglie», vorrà dire che penserà alle altre forme di unioni, soprattutto omosessuali. Perché per le unioni civili e spesso anche per quelle semplicemente «di fatto», tante amministrazioni locali hanno già provveduto a evitare sperequazioni. Spesso creando addirittura meccanismi perversi, in base ai quali, come è stato più volte dimostrato, le coppie non regolarizzano la propria posizione familiare proprio per usufruire di una via preferenziale nell’assegnazione di un posto all’asilo nido. Infatti una donna sola e madre ha un punteggio superiore da far valere. Il tutto in barba alla coppie che, invece, scelgono il matrimonio (civile o religioso non importa). Per loro solo tasse e niente servizi. Che gonzi!

Perché lasciare fuori il tema dell’educazione? Basti pensare a tutti i disagi delle giovani famiglie legati alla carenza cronica di asili nido, per capire che non è possibile eludere la questione. Per non parlare delle mense scolastiche, delle ludoteche, delle biblioteche, degli scuolabus, degli spazi verdi attrezzati e dedicati all’infanzia (e non solo ai cani), della qualità professionale del personale educativo comunale.

Ora, si dirà che i sindaci non possono fare tutto, che le casse comunali sono vuote, che si rischia di innalzare le addizionali comunali ai livelli più alti. Tutto giusto, ma ci piacerebbe votare anche in base alle loro idee, ai loro valori di riferimento e alle loro proposte su questi temi. Purtroppo, già ce le immaginiamo le prossime elezioni amministrative. Giocate tutte come un referendum contro o a favore di Berlusconi. Per carità, diteci piuttosto cosa pensate sulla vita, sulla famiglia e sull’educazione. E tanto per non sbagliare, anche sui trasporti locali, sulla casa, sul lavoro e sul verde pubblico. Magari anche con una spruzzatina di servizi sociali.