Controriforma • Libertà religiosa e voto cattolico in America
di Mattia Ferraresi
Tratto da Il Foglio del 14 febbraio 2012

La Casa Bianca ha buone ragioni per non definire la modifica proposta venerdì scorso alle linee guida della riforma sanitaria un compromesso, ma una semplice “accomodation”, una risoluzione senza un sostanziale passo alla ricerca di un terreno comune con i suoi detrattori. In questo caso le istituzioni religiose e, in particolare, i vescovi cattolici. Per le stesse buone ragioni, la Conferenza episcopale americana ha immediatamente bollato la modifica proposta da Barack Obama come “inaccettabile” e ha rilanciato la sua campagna per “correggere questo problema attraverso gli altri poteri dello stato” e ha spiegato che continuerà a chiedere al Congresso di votare una legge per proteggere la libertà religiosa. I tratti della battaglia fra i vescovi e la Casa Bianca sono ormai noti: le linee guida diramate dal dipartimento della Salute impongono alle istituzioni religiose, comprese quelle che offrono servizi a tutti i cittadini a prescindere dal loro credo (ad esempio università, ospedali, cliniche) di offrire un’assicurazione sanitaria alle proprie dipendenti che copra contraccettivi, metodi di sterilizzazione e farmaci che possono indurre all’aborto.

Appellandosi alla clausola dell’esenzione religiosa negoziata durante il dibattito sull’Obamacare, il mondo religioso, in particolare quello cattolico, ha iniziato una guerra di trincea contro l’Amministrazione che ruota attorno a un argomento non teologico: imporre alle strutture cattoliche di offrire servizi che violano la coscienza dei fedeli è contrario alla libertà religiosa garantita dalla Costituzione. Dopo aver capziosamente spiegato che le istituzioni “strettamente” religiose, ad esempio le parrocchie, sono tutelate dall’esenzione ma senza sottolineare troppo che migliaia di ospedali cattolici cadono fuori dalla categoria (perché in quelle strutture non ci sono soltanto medici e pazienti cattolici) e saranno obbligati ad adeguarsi, Obama ha fatto un passo laterale mascherato da passo indietro: sollevare i datori di lavoro che obiettano alla regola facendo ricadere il costo dei servizi contestati sulle compagnie assicurative.

All’annuncio dell’emendamento, Timothy Dolan, arcivescovo di New York, capo della Conferenza episcopale americana e cardinale in attesa di berretta, ha esternato un prudentissimo ottimismo: “E’ un passo nella giusta direzione”. Qualche ora più tardi, dopo aver studiato il contenuto della proposta, l’ottimismo è stato sostituito dalla frustrazione per il gioco delle tre carte praticato da Obama. I vescovi oppongono due ordini di argomenti. Il primo riguarda il principio per il quale tutti i cittadini hanno il diritto-dovere di accedere gratuitamente a contraccezione e sterilizzazione, cosa che ripugna le istituzioni religiose, visto che “la gravidanza non è una malattia”; il secondo ordine di ragioni ha a che fare con l’applicazione della legge. Se gli ospedali cattolici non pagheranno certe prestazioni, chi le pagherà? Una gentile donazione delle assicurazioni? Certamente no. I costi ricadono sempre sull’istituzione che si ribella alla contraccezione per decreto, soltanto per via indiretta, attraverso l’innalzamento del premio per i dipendenti che obiettano alla pratica. Obama sperava che spostare il problema su un soggetto laico come la compagnia assicurativa fosse sufficiente a dare sollievo ai religiosi, i quali non sarebbero più i titolari diretti di pratiche inaccettabili, ma soltanto gli innocenti fiancheggiatori del sistema. Lo ha spiegato il capo di gabinetto di Obama, Jack Lew, con argomenti apodittici che i detrattori giudicano opinabili: “La soluzione non mette le istituzioni religiose nella posizione di dover pagare servizi sui quali pongono obiezioni”.

Rimane da chiarire, poi, come si applichi l’esenzione religiosa per i cattolici che acquistano un’assicurazione individualmente e non attraverso il proprio datore di lavoro, oppure in che modo le compagnie assicurative cattoliche possano esimersi dal meccanismo. Tutte le istituzioni coinvolte dal cambiamento avranno tempo fino al 1° agosto del 2013 per adeguarsi alle regole e i vescovi promettono di continuare la gagliarda battaglia per la libertà religiosa; nella coda dell’occhio di entrambi i contendenti c’è l’elettorato cattolico, agglomerato numeroso e fluido che il presidente non può permettersi di scaricare prima delle elezioni di novembre.