di Monica Mondo
Tratto da Il Sussidiario.netil 27 luglio 2011

Nura ha 16 anni, capelli lucidi e lunghi, occhi scuri e fieri, come le donne della sua gente, in Pakistan. Vive a Bologna, è andata a scuola, lavora. Si potrebbe parlare di integrazione, dura, ma alla fine riuscita.

Se ne gloriano le amministrazioni delle nostre città: il multiculturalismo è diventata una parola grimaldello, capace di aprire ogni porta, ogni parrocchia, ogni sovvenzione, la conta in cabina elettorale. Non ci crede nessuno, che sia un processo necessario e inarrestabile. Che sia semplice sradicare da abitudini centenarie, liberare dagli egoismi cui spesso la povertà conduce, educare, e pochi in realtà hanno voglia di farlo. Una casa, un contratto a tempo, chiudendo gli occhi se è irregolare.

D’altra parte sono tanti, e di problemi ne hanno pure gli italiani, eccome. Una casa decente non basta. Se i vicini sentono le urla dei figli, quando il padre li picchia, la sera. Se chiamano la polizia, che interviene quattro volte, e accoglie le proteste indignate della famiglia, le rassicurazioni. D’altra parte, in quante famiglie italiane si usano le maniere forti, se a loro va bene…

Poi capita che Nura si vede con un ragazzo pakistano, mica un fricchettone coi rasta o il cranio rasato, che la porta ai rave party. Uno dei suoi. Che però ai suoi non sta bene, perché Nura è già promessa, deve sposare un suo parente, hanno stabilito così, “da noi i matrimoni li decide la famiglia”, anzi, “le donne”, si scusa il padre, tanto per gradire, che la colpa ricada ancora su di loro. E così la ragazza torna a casa, si chiude in bagno, tracanna acido muriatico, per morire.

La trova il fratello, e che fa? Sconvolto, la soccorre, la difende, lui che è di seconda generazione, come ci dicono, e dunque comprende il senso di libertà e diritti della persona. Neanche per idea. La schiaffeggia, e ai medici, ai giudici increduli spiega che è una testa matta, che vuole mai? Anche lui ha una ragazza promessa, da anni, funziona così, deve imparare a obbedire.

Fanno appello alla tenerezza materna: tante donne hanno pagato per difendere le proprie figlie, ci ricordiamo di Nusheen, presa a sprangate da un fratello, e difesa dalla mamma vittima anch’essa, uccisa a colpi di mattoni dal marito e dal figlio, solo l’anno scorso. Invece Nura ha una famiglia unita, e ferma sui principi: la madre va in ospedale tutti i giorni, dice che l’ha convinta, che è una ragazza ribelle, ma ora ha capito. Di più, con una frase agghiacciante: “Ha imparato dalle zie in Pakistan a bere acidi, a ferirsi, a usare violenza contro se stessa, loro lo fanno sempre”. Già, si usa così.

È evidente che solo la stupidità o la malafede possono dar credito a queste obiezioni; è evidente che Nura va protetta, strappata a quella famiglia di aguzzini, e pazienza se sarà doloroso, se sarà difficile. Non c’è integrazione possibile, non cerchi responsabilità il ministro Carfagna. Non fidiamoci più. Al primo sospetto di vessazioni fisiche o sulle coscienze, si muova la scuola, i servizi sociali, i tribunali. Ci sono bambini orfani che trovano famiglie amorevoli.

Meglio toglierle alla famiglia, le Nura, come le Nusheen, le Hina. Prima che sia troppo tardi, prima di trovarle sepolte dentro un sacco in un prato. O prima che si sentano costrette a piegare il capo, e con un esofago nuovo, sapientemente ricostruito dai medici, le troppe Nura si plachino e acconsentano a sposare l’uomo prescelto. Gli esperti, gli studiosi ci dicono che nella tradizione musulmana (quale tradizione, e di quale Islam?) un matrimonio è valido solo se le due parti vi acconsentono liberamente. Non fidiamoci troppo. Non è solo colpa di ignoranza e tradizioni ancestrali, col tempo destinate a mutare.

Le storie come quella di Nura sono l’esito del buonismo ottuso e strumentale a certa politica; della tolleranza omertosa di troppi cultori di usi e costumi; della complicità di leader religiosi fai da te, incontrollabili; di certo complesso di colpa che ci prende, davanti al nostro benessere e alla coscienza di secoli di sfruttamento e depredazione. E ci impedisce di intervenire in tempo, di essere severi e rigidi, di pretendere rispetto e controlli, impietosi. Ne va della vita. Ne va del nostro modo di guardare all’umano, della salvezza di una cultura, la nostra.