Renè Guitton che da anni studia l’Internazionale anticristiana spiega perché esiste un «nuovo razzismo figlio del laicismo»
di Lorenzo Fazzini
Tratto da Tempi del 23 giugno 2009

Le Figaro ha definito il suo saggio «un libro che farà storia».  Grazie a lui anche l’Onu, tramite l’Alleanza delle civiltà, sta iniziando ad interessarsi della questione dei cristiani perseguitati nel mondo: 200 milioni di persone, secondo le stime di International christian concern, una ong americana tra le più impegnate nella difesa della libertà religiosa dei cristiani.

In Francia René Guitton è una vera e propria autorità in ambito culturale. Per anni è stato corrispondente della televisione France 2 dal Marocco, poi produttore delegato al Grand Prix Eurovision, quindi ha assunto la carica di direttore generale delle edizioni Hachette. Attualmente è direttore della prestigiosa casa editrice Calmann-Levy e dal 1996 è pure membro della giuria del premio Prix François Chalais al Festival di Cannes. A settembre uscirà il suo primo libro in italiano, Il principe di Dio, in cui Guitton prova a tracciare la via di un possibile dialogo interreligioso tra le tre grandi religioni monoteistiche a partire dalla figura del grande patriarca Abramo. Nelle ultime settimane in Francia ha suscitato scalpore il suo ultimo lavoro, definito «il libro nero della cristianofobia»: Ces chrétiens qu’on assassine, edito da una delle case editrici più in vista a Parigi, Flammarion, titolo che letteralmente sta per «questi cristiani che vengono uccisi». Si tratta di un viaggio in diverse tappe nell’Internazionale anticristiana: Maghreb, Medio Oriente, India, Cina ed Estremo oriente. Nel libro Guitton denuncia l’indifferenza che circonda i cristiani perseguitati: «Il silenzio che sperimentiamo ricorda altri silenzi di sinistra memoria, e provocherà forse, nell’arco di due o tre decenni, gli stessi imbarazzati appelli al pentimento e lo stesso rammarico di non aver voluto far risaltare la verità quando questa doveva essere conosciuta da tutti». Nel saggio – ben documentato – lo scrittore e giornalista francese punta il dito contro l’indifferenza laicista dell’Europa verso i pogrom dei cristiani: «Le persecuzioni anticristiane non rientrano nell’ambito abituale della denuncia degli attentati contro i diritti dell’uomo. Per una semplice ragione: i cristiani, almeno in Occidente, faticano ad associare l’idea di cristianità e di minoranza. In Occidente prendere le difese dei cristiani vorrebbe dire prendere la difesa della maggioranza. L’Occidente, sempre più scristianizzato, non riesce ad immaginare che i cristiani possano essere perseguitati perché cristiani, in quanto cristiani».

Monsieur Guitton, il suo “viaggio” nelle persecuzioni contro i cristiani l’ha condotto in diversi paesi del mondo. Dov’è che i cristiani vengono maggiormente osteggiati? In quali paesi il governo è più ostile al cristianesimo?
Si tratta di due dimensioni diverse. Oggi il paese dove avvengono più massacri di cristiani è l’India, in particolare lo Stato dell’Orissa. Lì si sono verificati omicidi di massa, distruzione di chiese e di beni che appartenevano ai cristiani da parte di integralisti indù: scuole, dispensari, centri di accoglienza, case delle suore di Madre Teresa di Calcutta, con le religiose fuggite nella foresta. In tutto questo le autorità pubbliche non sono intervenute se non quando tutto è stato distrutto. C’era una compromissione tra autori di questi attacchi e la polizia. Le stesse cose succedono in Nigeria e nel Sudan meridionale. Un fatto è da sottolineare: quando nel dicembre dello scorso anno ci sono stati gli attentati terroristi che hanno colpito Mumbai, in India, non si è trattato di un attacco di tipo religioso ma contro uno Stato. Invece, negli stessi giorni, in Nigeria, c’è stata la carneficina di oltre 300 cristiani da parte di musulmani, con persone bruciate vive nelle chiese. E la stampa occidentale, almeno qui in Francia, vi ha dedicato solo qualche riga. Evidentemente ci sono due pesi e due misure nel trattare queste notizie. Anche in Sudan ci sono stragi di massa contro i cristiani, motivate anche in chiave politica perché gli arabi del Nord perseguitano i neri del sud, che prevalentemente aderiscono al cristianesimo, oltre a voler mettere le mani sul petrolio del Sud Sudan.

In quali altri paesi vede una situazione difficile per i cristiani?
L’Egitto. I turisti occidentali che vi si recano dimenticano o non conoscono le azioni contro i cristiani: ultimamente qui l’islamismo si è rafforzato. A febbraio mi trovavo proprio al Cairo quando ci sono stati alcuni attentati contro i cristiani locali, presenti nel paese da centinaia di anni prima dell’avvento dell’islam. In Egitto la carta d’identità deve indicare la religione di appartenenza, praticamente non si possono costruire nuove chiese sebbene ve ne sia la necessità, tanto che nelle celebrazioni dei copti la gente è costretta a stare sui sagrati. Ho incontrato il patriarca copto Shenouda e ho sentito da lui una situazione terribile: le donne cristiane sono obbligate ad indossare il velo, ci sono rapimenti di ragazze costrette a sposare uomini musulmani e a convertirsi all’islam. Anche la recente pandemia suina ha colpito la minoranza cristiana in Egitto (10 per cento della popolazione): il governo ha imposto la soppressione di tutti i suini, sebbene sia stato appurato che l’influenza non si trasmette dal suino all’uomo. Ma questa misura ha colpito e danneggiato economicamente i cristiani visto che sono solo loro ad allevare i maiali.

Cosa può fare la comunità internazionale, ad esempio l’Unione Europea, di fronte a questa situazione?
Ci sono diverse azioni possibili. Basta guardare cosa è successo con Gaza: l’Ue, dopo la breve guerra di fine 2008, ha deciso di far arrivare aiuti umanitari nella Striscia a condizione, però, che si arrivi ad un accordo tra Hamas e Fatah e che vi sia un interlocutore unico. Se queste condizioni non si raggiungono, non verranno inviati aiuti. Dunque si può operare una pressione economica in tali situazioni, chiedendo il rispetto dei diritti umani tra cui la libertà religiosa.

Nel suo libro lei descrive una situazione di “cristianofobia” diffusa anche in Israele…
La Terra Santa non è un paradiso per i cristiani: anche in Israele ci sono diverse azioni anticristiane, non sono incoraggiate dal governo ma i problemi che lo Stato ha ancora con la Chiesa creano una situazione di confusione per cui a livello sociale non si fa distinzione tra le diverse presenze cristiane. È paradossale, ma il terreno su cui sorge la Knesset, il parlamento israeliano, è di proprietà della chiesa ortodossa. Anche l’area dove si trova la Grande Sinagoga di Gerusalemme appartiene agli ortodossi. Da parte degli israeliani i cristiani vengono trattati come i musulmani: quando ci sono le elezioni, la minoranza cristiana araba non ha spazio.

Dopo la sua lunga e corposa indagine riesce a darsi una spiegazione del perché i cristiani siano così contrastati e violentati nel mondo?
La chiave di volta per capire tutto è l’11 settembre. Il mondo non occidentale, nella sua maggioranza, ha considerato l’attacco alle Torri gemelle come una vittoria. Anche i buddisti e gli induisti radicali, oltre naturalmente ai musulmani estremisti, hanno gioito per quel fatto. Ora si assiste ad una recrudescenza anticristiana perché i vari estremismi si sentono più forti di prima. Tutto quello che si può fare contro l’Occidente viene considerato lecito. E qui rientrano anche gli attacchi verso i cristiani. Il cristianesimo e l’ebraismo vengono presi di mira insieme dal mondo non occidentale. Così il piano diventa quello di cacciare i cristiani dall’Oriente in base all’assioma “ognuno a casa propria“ e che non vi deve essere nessun mescolamento di popolazioni. Basta guardare in Palestina: i musulmani cercano di comprare case e terreni dei cristiani per ridurli in povertà e costringerli ad emigrare. Anche in Libano i cristiani stanno sempre più lasciando il paese. In Turchia, a causa della questione cipriota, migliaia di cristiani sono partiti, senza parlare dell’Iraq dove, per colpa della guerra, c’è un amalgama tra cristiani e americani che porta all’uccisione dei primi considerati “alleati” dei secondi. I paesi europei, ed occidentali in genere, non devono accordare visti di ingresso in gran quantità ai cristiani iracheni perché questi fuggano dal loro paese. Se capita questo, è come se l’Europa lanciasse un messaggio di “favoreggiamento” dell’azione dei terroristi e degli estremisti che operano in Iraq, i quali vogliono sradicare la presenza cristiana da quel paese. Serve invece una pressione politica per permettere ai cristiani iracheni di restare a vivere nel loro paese in condizioni di sicurezza.

Esistono ormai, almeno in Italia, diversi libri, giornali, riviste e agenzie che documentano la “cristianofobia” di cui lei parla. Tuttavia non si assiste ad una mobilitazione popolare su questo fronte. Perché?
In Francia la “laicità” è diventata qualcosa di così estremo che si è tramutata nel “laicismo”. Io sono il primo a manifestare in piazza quando è attaccato un ebreo oppure se vengono sfregiate una sinagoga o una moschea. Quando succede qualcosa di simile, tutti in Francia alzano la voce. Se però la stessa cosa coinvolge i cristiani, nessuno parla: ogni anno da noi ci sono decine di tombe cristiane profanate, ma non c’è una riga sulla stampa. Penso che, rispetto alla persecuzione anticristiana nel mondo, i cristiani occidentali ritengano che non si tratti di un loro problema. C’è una sorta di razzismo strisciante per cui si pensa che i cristiani nei paesi islamici, in zone lontane del mondo, siano “altro”. Il cristiano cinese, arabo, nero è visto come una questione che non ci riguarda.

È cosa nota che la condizione dei cristiani nei paesi islamici è molto difficile. Esiste uno Stato musulmano che può essere considerato “un modello” per il rispetto della libertà religiosa dei cristiani?
Posso citare il caso della Giordania, della Siria, o di alcuni stati del Golfo dove di recente – penso al Qatar – è stata costruita una chiesa cattolica. In questi Stati si verifica un paradosso: si tratta di paesi che mai finora avevano conosciuto il fenomeno migratorio e ora ricevono in massa cristiani che vengono dall’India, dalla Malaysia, da alcune zone delle Filippine, dall’Indonesia, dove la loro condizione non è facile. E così si ritrovano in paesi islamici a pregare nelle case e a non avere grandi disponibilità di chiese. Ma le autorità pubbliche islamiche stanno capendo che è nel loro interesse controllare questi cristiani in luoghi pubblici piuttosto che lasciarli pregare nelle case. E così ad Abu Dhabi, nel 2008, è stata eretta una chiesa dedicata a Nostra Signora del Rosario.

C’è in atto un cambiamento dell’agenda politica internazionale rispetto alla realtà della “cristianofobia”? Non assistiamo ancora a iniziative concrete degli organismi internazionali come l’Onu in favore dei cristiani perseguitati. Che speranze ci sono?
Posso attestare che qualcosa sta cambiando. Ho appena concluso un rapporto per l’Alleanza delle civiltà, un’agenzia delle Nazioni Unite, sulla persecuzione anticristiana nel mondo e i massacri che colpiscono le minoranze cristiane: l’ho appena consegnato al presidente dell’Alleanza Jorge Sampaio, ex presidente del Portogallo, che si è interessato alla questione. Stiamo cercando il modo di agire concretamente su questo fronte. La situazione dei cristiani non è ancora un argomento di discussione politica a livello internazionale ma lo sta pian piano diventando. Il mio libro in Francia ha avuto una certa eco, giornali laici e televisioni ne hanno parlato; il sindacato delle grandi imprese, Medef, e il suo presidente Laurence Parisot, mi ha chiamato per tenere una conferenza sul tema della “cristianofobia”. Sono convinto che si sta pian piano costruendo la percezione pubblica di questo dramma.