La Turchia post-kemalista ed ex filo-occidentale come leader del mondo islamico anti-occidentale e come possibile nuovo elemento nel gruppo dei Bric
Alexandre Del Valle (Geopolitico)

La Nuova Turchia post-kemalista: nuovo leader del mondo islamico e dei Non-Allineati contro L’Occidente?

A materializzare questo cambiamento di schieramento globale e questa nuova diplomazia multilaterale, panislamica e eurasiatica di Ankara, possiamo menzionare alcuni evventi strategici e diplomatici molto recenti:

– Primo evvento, l’accordo storico russo-turco firmato in occasione della visita del presidente russo Dimitri Medvedev in Turchia mercoledi 16 maggio 2010. Un accordo che prevede di vendere ai turchi il 70% del gas e del petrolio necessario ad Ankara, e che garantisce in cambio il free-pass navale dai Dardanelli e la costruzione di una centrale atomica in Turchia. Secondo, occorre sottolineare che, come si è visto in occasione del vertice del Bric a Brasilia, il 15 aprile 2010 (secondo vertice dopo quello del giugno del 2009 ad Ekaterinburg, in Russia), lo scopo dei nuovi attori emergenti e strategici del dopo guerra fredda è di porre fine al mondo unilaterale euro-americano e di approfondire la strategia eurasiatica della nuova Turchia panislamista e panturchista che ambisce a controllare lo spazio ex-sovietico d’Asia centrale (ex- via della Seta verso Pechino), grazie ai paesi turcofoni “fratelli” membri del T6 (sei paesi turcofoni del Caucasio e dell’Asia centrale), assieme all’ex-nemico russo, diventato il primo partner economico regionale. La nuova diplomazia della Turchia post-kemalista o “neo-ottomana” concepita dal ministro degli affari esteri turco Ahmed Davutoglu ambisce a schierare la Turchia con il mondo islamico e i paesi dell’Eurasia (Russia, Cina e India), pero’ anche a tornare nelle zone ex-ottomane del Mare Egeo, dei Balcani, e del Medio Oriente.

– Secondo evento di estrema importanza strategica, il Primo Ministro turco Erdogan (convinto da Davutoglu), si è recato a Teheran il sabato 15 maggio 2010 per incontrare il presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad assieme al leader di un altro attore strategico del nuovo scacchiere mondiale post-guerra fredda, il presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva, invitato d’onore del 14esimo vertice del gruppo del 15 (G-15 dei Non Allineati). Ricordiamo che il G15 riunisce la Russia, la Cina, l’Iran, il Brasile, l’India o la Turchia, e altri paesi storici dei non-Allineati, come l’Algeria. Da sempre contrari alle nuove sanzioni rafforzate contro l’Iran, i due leader del Sud, i cui paesi hanno proposto durante questo summit, di soluzionare il problema iraniano convincendo Teheran a depositare 1200 chilogrammi di uranio iraniano arricchito al 3,5 per cento in Turchia, e in cambio, la Turchia e il “Gruppo di Vienna” (Aiea, Usa, Russia, Francia), si sono impegnati a fornire all’Iran il combustibile arricchito al 20 per cento necessario per il reattore di ricerca (medico) di Teheran. Lo scopo di Erdogan e di Lula, nuovi partner strategici dell’Iran, era infatti di impedire gli Occidentali e l’alleato americano di fare adottare all’ONU nuove sanzioni rafforzate contro Teheran, sospettato di voler dotarsi di un arsenale nucleare militare.

Lezione: per la prima volta, l’ex Turchia filo-occidentale, filo-israeliana e filo-americana non solamente si allontana delle posizioni americane (come durante la guerra del Golfo del 2003), ma prende l’iniziativa di contraddire le posizioni dei suoi ex-alleati. Infatti, benchè le nuove sanzioni siano state votate nel Consiglio di sicurezza dell’ONU anche dalla Cina e dalla Russia, la proposta a doppio senso del tandem Lula-Erdogan ha contribuito a delegittimare le proposte di nuove sanzioni rafforzate. Quindi in occasione del summit del G15 del 17 maggio, la Turchia e il Brasile, da sempre contrari a nuove sanzioni contro l’Iran, hanno tentato di bloccare le iniziative occidentali proponendo all’Iran di depositare 1200 chilogrammi di uranio iraniano arricchito al 3,5 per cento in Turchia. In cambio, la Turchia e il “Gruppo di Vienna” (Aiea, Usa, Russia, Francia), si sono impegnati a fornire all’Iran il combustibile arricchito al 20 per cento necessario per il reattore di ricerca (medico) di Teheran. Questa vicenda ha dimostrato che l’Occidente è sempre più discusso dai nuovi blocchi geocivilizzazionali che esigono un mondo multilaterale e, la cui volontà di contro-bilanciare l’egemonia occidentale attraverso l’ONU, è popolare ma ostacolata solo dal fatto che i cinque grandi, membri permanenti del Consiglio di sicurezza, hanno l’interesse allo status quo, benchè la Cina e la Russia condividano gli scopi multilateralisti dei paesi emergenti.

Il Blocco emergente dei BRICT: La Turchia neo-ottomana, nuova componente dei BRIC ?

Per tornare ai paesi Non-Allineati e del Bric (le economie emergenti: Brasile, Russia, India e Cina), occorrerebbe includere la Turchia neo-islamica e sempre più schierata coi paesi anti-occidentali nel blocco emrgente dei BRIC, pertanto si dovrebbe parlare piuttosto di BRICT (BRIC più Turchia). Alcuni aggiungono alla Turchia e ai BRIC tradizionali l’Indonesia e l’Africa del Sud (BRIICTS). Lo scopo dei paesi emergenti è di tradurre in termini strategici i loro vantaggi geografici (Turchia), energetici (Russia), geoeconomici (la Cina, la Russia, e i paesi del Golfo possedono una gran parte del debito dei paesi occidentali). Esigono di riformare il sistema economico e finanziario mondiale (condanna del protezionismo occidentale, fine alla supremazia del dollaro), e difendendo i “paesi canaglia” come l’Iran che sfidano l’Occidente “arrogante”. Il Brasile e la Turchia auspicano l’edificazione di un nuovo scacchiere internazionale nel quale l’Occidente non possa più dettare né la sua concezione “ipocritamente” droit-de-l’hommiste della geopolitica, né l’imposizione di sanzioni contro i paesi del Sud che vogliono anche loro fare parte del club di quelli che contano, cioè del club nucleare. Esigono un nuovo sistema internazionale basato non sui diritti del’Uomo, considerati spesso da loro come una “superstruttura” dell’egemonia occidentale, ma sul pragmatismo geoeconomico, la realpolitik, la supremazia degli interessi nazionali (”alter-nazionalismo”) e regionali e una nuova definizione dei diritti dell’Uomo più ”olistica”, quindi snaturata, come lo vediamo all’interno del Consiglio dei diritti dell’uomo basato a Ginevra.  Ricordiamo che questo Consiglio è composto e controllato da paesi dittatoriali del sud che calpestano questi stessi diritti in nome della superiorità dell’interesse collettivo su quello dell’individuo secondo loro troppo sacralizzato in Occidente.

La Turchia, club islamico  e nodo del nuovo asse turco-siro-iraniano

La Turchia di oggi è membro di un club esclusivamente musulmano: l’Organizzazione della Conferenza Islamica (Oci), associazione degli Stati islamici con sede in Arabia Saudita e la cui presidenza è stata affidata a un turco: Ekmeleddin Ihsanoglu. Ricordo inoltre che alla 36esima sessione dei ministri degli Esteri dell’Oci, riunitasi di recente a Damasco per discutere di “promozione della solidarietà islamica”, si è parlato di: “solidarietà” incondizionata ai palestinesi; condanna delle “aggressioni” del regime israeliano; lotta all’islamofobia e anche all’iranofobia, riguardo il dossier nucleare iraniano e il tentativo occidentale di “isolare” e “umiliare” Teheran. Una delle proposte è stata quella di creare dei “caschi verdi”, composti da truppe dei 57 Paesi dell’Oci, che appoggia l’applicazione della legge islamica e la condanna dell’islamofobia in seno alle Nazioni Unite, dove Ankara esercita, assieme al Pakistan, alla Lega Araba e all’Arabia Saudita, una efficace lobby pro-islamica. Ankara è diventata l’alleata strategica delle dittature islamiche come l’Iran o il Sudan, degli Stati dittatoriali alleati a Teheran e anti-occidentali come la Siria, il Sudan, il Venezuela e la Bolivia. Con la Siria degli Assad, che appoggiano Hamas ed Hezbollah, Ankara ha firmato tre accordi di cooperazione dal 2005. È inoltre diventata un alleato diplomatico del regime militar-islamista del Sudan del generale Al-Bashir, condannato dall’Onu e dalla Corte penale internazionale per genocidio. Dagli anni Novanta,Ankara si è molto avvicinata all’Arabia Saudita. Lo stesso presidente turco Abdullah Gul ha lavorato 8 anni come consulente presso la Banca Islamica dello Sviluppo (Bis) che finanzia organizzazioni islamiche radicali col denaro della Zakat. Parallelmente, la Turchia si è avvicinata all’Iran. Quando nel giugno 2009, i giovani manifestanti democratici iraniani contestavano la legittimità della rielezione di Ahmadinejad, i dirigenti turchi furono tra i primi al mondo a congratu congratularsi con Ahmadinejad. I motivi profondi della nuova alleanza geopolitica Iran-Turchia sono: 1) gli interessi geopolitici comuni. Ankara ha bisogno dell’energia (petrolio e gas) iraniana per il proprio consumo. Le pipeline e i gasdotti attraverseranno sia il territorio turco sia quello degli altri paesi membri dei paesi turcofoni (i cosiddetti T6: Azerbaigian, Turkmenistan, Tagikistan, Uzbekistan, Kirgikistan e Turchia). 2) Gli scambi commerciali, che si calcola supereranno a breve i sei miliardi di euro all’anno. 3) L’antikemalismo: benchè l’Iran sia sciita e la Turchia sunnita, e benchè la costituzione turca si riferisca al kemalismo laico di Ataturk, i due governi sono ugualmente contrari al kemalismo “anti-islamico” inaugurato da Ataturk, visto come un apostata. 4) Il nucleare iraniano: secondo Erdogan, è ingiusto fare pressioni sull’Iran per il suo programma atomico, visto che nella regione “qualcun altro”- ovvero Israele – possiede queste armi. L’Asse Turchia-Siria-Iran o l’alleanza con i nemici dell’Occidente e d’Israele si spiega anche alla luce di questa diplomazia neo-ottomana e orientale multilateralista che consiste nel bilanciare le vecchie alleanze occidentali con nuove alleanze islamiche e eurasiatiche. Lo scopo essendo di migliorare l’immagine della Turchia ex-apostata alleata alla NATO e a Israele con nuove alleanze contrarie.