Il nuovo ordine mondiale, dopo la breve parentesi dell’unipolarismo Made in Usa seguito al collasso sovietico, è diviso in blocchi geoeconomici e di civiltà, come l’Asia, l’Oci (Organizzazione della Conferenza islamica),i Bric (Brasile, Russia, India, Cina)e i non-allineati. Quali sono i nemici del panoccidente?
Alexandre Del Valle (Geopolitico)

Durante la guerra fredda, il sistema geostrategico internazionale era diviso in due grandi schieramenti ideologici e strategici: il mondo Libero d’una parte e il mondo comunista d’altra parte. L’ordine internazionale che fece seguito al sistema bipolare fu caratterizzato tra gli anni 90 e il 2005 dal dominio non contestabile della superpotenza americana. Questa fase transitoria del sistema internazionale unipolare è sempre più discussa e respinta dai nuovi attori geoeconomici e civilizzazionali dell’Asia, dalle potenze islamiche riunite nell’OCI (Organizzazione della Conferenza islamica, 57 paesi), dai paesi emergenti o “outsiders” dei BRIC (Brasile Russia, India Cina), e poi dal gruppo dei paesi Non-Allineati, che esigono l’istaurazione di un Nuovo ordine internazionale multipolare.

Dopo un breve periodo di incertezza geopolitica, caratterizzato dall’opposizione tra l’Unipolarismo della superpotenza americana e il Multipolarismo richiesto dagli outsiders ma anche dai nemici dichiarati dell’Occidente, siamo entrati nell’era del multipolarismo. Come spiegava il defunto e spesso mal letto o capito professore di Harvard Samuel Huntington, il nuovo paradigma internazionale geopolitico è quindi il ritorno dei blocchi geoeconomici e “civilizzazionali”. Il fatto che si osservi dappertutto l’edificazione di blocchi economici regionali, non vuol dire che il ritorno delle civiltà sia un’invenzione o che la logica commerciale cancelli le considerazioni di civiltà oppure gli scontri. Perchè questi nuovi blocchi geoeconomici non sono senza radici, anzi, rappresentano nello stesso tempo dei blocchi “geocivilizzazionali” (scusate il brutto neologismo!), cioè dei blocchi di civiltà singolari che si riuniscono anche economicamente ma non solo, come fece la Germania pre-nazionale col Solverein. Per riassumere, questi blocchi, spesso in logica di guerra economica con altri blocchi malgrado gli scambi internazionali e gli accordi di libero-scambio (rispettati veramente solo dall’Europa e solo in parte), sono i seguenti: l’India per la civiltà induista, la Cina totalitaria per il mondo sino-confuceano, l’America per il “Panoccidente” (che Benjamin Barber chiama Mc World, cioè l’Occidente giudeo-cristiano globalizzato a economia di mercato), la Russia per il blocco “post-bizantino-ortodosso post-sovietico; l’Africa del Sud per l’Africa nera subsahariana, il Brasile per la sub-civiltà latino-americana (concorrente dell’Argentina, del Messico e del Venezuela); e la nuova Turchia post-kemalista e neo-ottomana per i paesi musulmani (concorrente dell’Egitto, dell’Iran, dell’Arabia Saudita oppure del Pakistan nucleare).

E’ chiaro che bisogna distinguere tra anti-occidentalismo (Corea del Nord, Iran, Venezuela, Sudan, Talebani, ecc) e richiesta di un ordine mondiale post-occidentale e multilaterale. Ma a volte la richiesta legittima del multipolarismo serve per concretizzare gli obbiettivi convergenti di quelli che odiano l’Occidente e combattono i suoi valori fondamentali (sacralità della vita umana individuale, diritti dell’Uomo, laicità, uguaglianza fra i sessi, ecc). Lo osserviamo sia con le iniziative del blocco islamico (OCI) all’ONU e al Consiglio dei Diritti dell’Uomo di Ginevra, (ddove i 57 paesi musulmani esigono la penalizzazione dell’Islamofobia e la limitazione della libertà d’espressione in nome della teocrazia), sia con il rifiuto della Cina o di altri paesi non democratici come l’Iran o la Corea del Nord, che impediscono la libertà mediatica e giustificano la censura in nome di una tradizione culturale diversa che privilegia l’interesse del gruppo rispetto a quello dell’individuo e in nome del “diritto alla differenza” ribaltato in “differenza di diritti”.

Questi paesi non-occidentali che rivendicano un sistema politico diverso semi o anti-democratico, vogliono tradurre in termini strategici i loro nuovi vantaggi geoeconomici (i paesi emergenti possiedono una gran parte del debito dei paesi occidentali), e richiedono anche di riformare il sistema economico e finanziario mondiale (condanna del “protezionismo” occidentale; fine della “supremazia del dollaro”), contestano gli scopi strategici della NATO, e difendono i “paesi canaglia” come l’Iran, che sfidano l’Occidente “arrogante”. Auspicano l’edificazione di un nuovo scacchiere internazionale nel quale l’Occidente non possa più dettare né la sua concezione “ipocritamente” droit-de-l’hommiste della geopolitica né imporre sanzioni contro i paesi del Sud che vogliono, anche loro, far parte del club di quelli che contano, cioè del club nucleare. Esigono un nuovo sistema internazionale basato non sui diritti del’Uomo, considerati spesso da loro come una “superstruttura” dell’egemonia occidentale, ma sul pragmatismo geoeconomico, la realpolitik, la supremazia degli interessi nazionali (”alter-nazionalismo”) e regionali e una nuova definizione dei diritti dell’Uomo più ”olistica”, quindi snaturata, come lo vediamo all’interno del Consiglio dei diritti dell’uomo con base a Ginevra.  Ricordiamo che questo Consiglio è composto e controllato da paesi dittatoriali del sud che calpestano questi stessi diritti in nome della superiorità dell’interesse collettivo su quello dell’individuo secondo loro troppo sacralizzato in Occidente. Fra questi due blocchi, l’Occidente e il Sud, alcuni paesi di tradizione pro-occidentale come il Brasile, il Pakistan, l’Egitto oppure la Turchia, non possono più apertamente schierarsi con l’Occidente, perchè il solo fatto di essere targato filo-occidentale, alleato dell’America “imperialista” che protegge il Satana “israeliano” fa perdere legittimità, popolarità e mette anche fisicamente e elettoralmente in pericolo i dirigenti musulmani o non-occidentali “sospetti”.

La Turchia lacerata tra Occidente e Panislamismo

L’evoluzione recente della diplomazia turca, sempre meno filo-occidentale e più schierata con il mondo islamico, la causa palestinese, la Russia e i paesi emergenti del Sud e dell”Asia, è un esempio emblematico di questa nuova realtà globale geostrategica. Ovviamente, nel dirigere l’OCI, attraverso il suo segretario generale, il prof Eshanoglu nominato dal potere di Ankara, la Turchia non è solo un paese musulmano “moderato” di tradizione “laica-kemalista” che vuol entrare nell’Unione europea, ma anche un paese profondamente reislamizzato che ambisce a diventare il leader del mondo islamico sunnita. La Turchia governata dal partito islamico al potere AKP è diventata l’alleato strategico del suo ex-nemico siriano e del suo vicino iraniano, dopo aver fatto la pace con l’Irak e pur mantenendo rapporti cordialissimi con i paesi del Golfo e islamici in generale. Infatti, la nuova diplomazia della Turchia post-kemalista o “neo-ottomana”, concepita dal ministro degli affari esteri turco Ahmed Davutoglu, ambisce a schierare la Turchia con il mondo islamico e i paesi dell’Eurasia (Russia, Cina e India), e di tornare nelle zone ex-ottomane del Mare Egeo, dei Balcani, e del Medio Oriente, senza dimenticare l’ex- via della Seta verso Pechino, grazie ai paesi turcofoni membri del T6 (sei paesi turcofoni del Caucasio e dell’Asia centrale).