Con la crisi della secolarizzazione ritorna la teologia politica
di Paolo Becchi, Università di Genova
Tratto da L’Osservatore Romano del 30 maggio 2010

Una delle grandi narrazioni su cui si è fondato l’Occidente moderno è quella che è stata presentata esemplarmente da Max Weber come il processo di razionalizzazione e disincantamento del mondo. Questo modello di auto comprensione secolare della modernità ha comportato come risultato non solo il dissolversi della metafisica nelle scienze particolari, ma altresì la riduzione della religione, e più in generale dei valori e delle norme morali, alla sfera privata della coscienza individuale. Al positivismo scientistico orientato al paradigma di razionalità di una scienza neutrale rispetto ai valori, ha fatto così da pendant la perdita della dimensione pubblica della religione, ridotta, in modo analogo all’etica, a questione privata. Di contro alla razionalità tecnico-scientifica, le scelte etiche e religiose erano decisioni individuali, frutto di sentimenti personali, in ultima istanza irrazionali.

Da tempo l’etica cerca di affrancarsi da questo schema. Sia sufficiente qui richiamare i tentativi posti in essere da John Rawls con la sua teoria della giustizia, da Hans Jonas con il suo principio di responsabilità, per giungere sino all’etica del discorso di Karl-Otto Apel, dove massimo è lo sforzo per sviluppare una fondazione ultima razionale dell’etica. Questi tentativi di “stabilizzazione della filosofia pratica” (con la parziale eccezione di Jonas) si stagliano in un orizzonte privo di presupposti trascendenti. Il buon Dio sembrava così continuare ad aver esaurito la sua funzione e il paradigma weberiano a non essere revocato in dubbio almeno per quel che riguardava la religione. L’etica poteva pure diventare pubblica, ma la religione restava confinata alla sfera privata.

Il fatto incontrovertibile dell’irruzione della religiosità che, in forme diverse, sperimentiamo negli ultimi anni sulla scena pubblica, ha messo in crisi questo modo di pensare. Da questo nuovo fenomeno scaturisce quella che si potrebbe definire la “riabilitazione della teologia politica”. Per molti questo significa un pericoloso ritorno al passato e addirittura un grosso rischio per la democrazia. A dire il vero, credo che altri siano i rischi per la democrazia, se è appena sufficiente che un’agenzia di rating americana alzi un po’ la voce per mettere in ginocchio l’Unione degli Stati europei. Come che sia, non passa quasi giorno che sui giornali non appaia un appello a favore della ragione laica, dove si rispolverano in senso neoilluministico cianfrusaglie ideologiche del tutto inadeguate a cogliere la realtà che abbiamo di fronte.

La questione cruciale può essere così formulata: l’Occidente è minacciato da questo ritorno della teologia politica o non è piuttosto il paradigma della secolarizzazione che spinto all’estremo rischia di collassare? Proponiamo un tentativo, sia pure soltanto abbozzato, di risposta. Si vuol riempire l’assenza di Dio, o quantomeno il suo ritrarsi dalle vicende umane, trasferendo la sua (perduta) onnipotenza all’homo creator. Questo è l’ultimo ardito passo della secolarizzazione. La volontà umana diventa la controfigura di quella divina. La liberazione della libertà da ogni dipendenza esteriore che la modernità ha tenacemente perseguito si rivela, nella tarda modernità in cui stiamo vivendo, come il delirio di una libertà assoluta che genera i mostri di una volontà di potenza nei confronti non più soltanto della natura esterna, ma persino di quella interna, della natura umana.

L’affrancamento dalla trascendenza, l’assolutizzazione dell’immanente, sta avendo come paradossale conseguenza il rimpicciolimento dell’uomo: per dirla con Nietzsche, “l’uomo è finito su un piano inclinato e ormai va rotolando, sempre più rapidamente, lontano dal punto centrale”. Da soggetto di dominio l’uomo è divenuto oggetto del dominio, strumento passivo e inerte di sperimentazioni tecniche sempre più raffinate e sconvolgenti. Questo è il programma dell’ingegneria genetica e dei suoi molti adulatori, ed è questo il rischio più grande del nostro tempo, quello che mette seriamente a repentaglio la sopravvivenza dell’uomo sulla terra.

Siamo tutti in rete, ma anche tutti intrappolati nella rete. Dappertutto e in nessun luogo, abbiamo già perso la cognizione dello spazio. E ora stiamo rischiando di perdere anche la cognizione del tempo. La specie umana sembra arrivata al capolinea della sua evoluzione e già si delinea all’orizzonte una nuova realtà: il post-umano, la creazione di una nuova specie mediante l’intervento diretto sul codice genetico di quella esistente.

È possibile contrastare questa folle corsa verso il nulla? L’etica e il diritto dimostrano, al riguardo, tutta la loro fragilità: con il “patriottismo costituzionale” possiamo soltanto fare degli impacchi a un malato di cancro. Di fronte al pericolo estremo, infatti, c’è bisogno di un antidoto più efficace. L’apertura alla trascendenza, un rimosso in fondo sempre presente, non può forse di nuovo ritornare a offrire una importante risorsa motivazionale? Come fondare l’indisponibilità dell’integrità umana, se non recuperando, al limite nella forma di una teologia negativa, quella categoria del sacro troppo frettolosamente data per spacciata? Prima di assurgere a soggetto con Cartesio, l’uomo non ha mai trovato in sé, nel fundamentum inconcussum della propria certezza di sé, la misura che lo costituisce: l’ha trovata soltanto nello spazio religioso. Per impedire, oggi, che il processo di assolutizzazione dell’uomo, il mito del superuomo, paradossalmente si rovesci nel suo totale annichilimento, occorre recuperare il senso religioso del limite, riscoprire il brivido del sacro, come orizzonte ultimo di senso.

E il senso del sacro, per l’occidente giudaico-cristiano, comincia con Dio che crea l’uomo “a sua immagine”, dotandoci in questo modo di una dignitas trascendente, che ci colloca in una posizione speciale nella natura. Il richiamo a questo residuo punto religioso può essere la nostra salvezza. La razionalità da sola non basta, ha bisogno di nutrirsi di sostanze che non riesce a generare da sé. Hic Rhodus, hic saltus!