di Marco Respinti da La  Bussola Quotidiana
Sabato 30 aprile scade il termine utile per protestare contro il tentativo della Commissione Europea di introdurre surrettiziamente in tutta Europa il riconoscimento forzato delle unioni civili, dei “matrimoni“ omosessuali e delle adozioni di bambini da parte di coppie gay.

La Bussola Quotidiana ha lanciato da tempo l’allarme contro la proposta dell’EuroCommissione di varare un provvedimento che consenta la libera circolazione dei documenti pubblici e il reciproco riconoscimento automatico degli effetti degli atti di stato civile in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, fra i quali appunto anche quelli riguardanti matrimonio e adozioni. Infatti, se la proposta passasse, sarebbe sufficiente che un documento pubblico venisse validamente emesso in un certo Paese per essere senza colpo ferire recepito in un altro. Per esempio un certificato di stato di “famiglia” omosessuale.

Ora, da quando abbiamo lanciato il primo allarme, il 7 aprile, diversi lettori ci hanno scritto o telefonato segnalandoci che l’indirizzo e-mail fornito dalla stessa Commissione Europea affinché fosse possibile a qualsiasi cittadino europeo intervenire nel dibattito appositamente da essa intavolato non funzionava, rimandando al mittente ogni e qualunque messaggio inviato.

Dopo avere più volte provato anche noi stessi, abbiamo segnalato il problema alla Commissione Europea attraverso i responsabili dello European Dignity Watch di Bruxelles, l’organizzazione non governativa che ci ha instradato alla campagna di sensibilizzazione.

A quel punto ci è stato fornito un secondo indirizzo e-mail, quello della persona direttamente responsabile della raccolta delle opinioni dei cittadini europei, e così abbiamo prontamente aggiornato il nostro articolo, arricchito nell’occasione di una nota esplicativa.

La cosa è andata liscia fino a pochi giorni fa, allorché un nuovo esercito di lettori è tornato a segnalarci un problema. I messaggi inviati dai cittadini europei al secondo indirizzo e-mail fornito arrivavano sì a destinazione, ma innescavano – innescano – una risposta automatica: la persona contattata è fuori ufficio fino al 2 maggio. Cioè dopo la scadenza utile del 30 aprile. Pare sia in missione. O in ferie. Sacrosanto. Ma allora? Allora pare che l’EuroCommissione abbia adesso sistemato il problema originario che affliggeva il primo indirizzo e-mail da loro – e quindi anche da noi – fornito. All’inizio pareva che il problema fosse l’“intasamento” della casella di posta elettronica dovuto all’eccezionale ed evidentemente inaspettato numero di messaggi inviati dai cittadini europei soprattutto polacchi. Sia come sia, adesso pare che il suo funzionamento sia stato ripristinato: abbiamo provato, il messaggio non viene rifiutato.

Certamente non vogliamo sovrastimare la questione, né gridare al sabotaggio. Epperò ci sentiamo di dire che la “democrazia diretta” con cui l’EuroCommissione interpella i suoi cittadini – che però se non fosse per certe brave ong di certi provvedimenti pericolosi non saprebbero alcunché – è alquanto farraginosa. Peraltro, se codesta farragine la si somma al palese colpo che il caso qui di specie infligge alle legislazioni democratiche promosse dai parlamenti democratici dei Paesi democratici dell’Unione Europa la cosa si fa esplosiva.

Scrivete allora il vostro dissenso all’indirizzo:

[email protected]

Pare che finalmente funzioni. Mancano solo poche ore.