Tratto dal blog Umanesimo Cristiano

Il tempo delle vacanze può essere una occasione propizia per recuperare il nostro rapporto con  Dio nella preghiera.

Occorre aver chiaro nella mente una cosa molto importante e  cioè che siamo noi i responsabili dei doni di Dio, quale per esempio la preghiera, e pertanto abbiamo la facoltà di aprirci all’azione dello Spirito in noi o di chiuderci a Lui e di rifiutarlo. Fatta questa premessa diciamo subito che il Catechismo della Chiesa cattolica ci insegna che la preghiera è sempre possibile (Mt 28, 20), in qualsiasi tempo, quali che siano le tempeste (CCC. 2743), che non ha bisogno di formule e, mettendoci in guardia, aggiunge che la fiducia filiale viene messa alla prova quando abbiamo la sensazione di non essere sempre esauditi. (CCC. 2574).

Inoltre il Catechismo della Chiesa cattolica ci dice: “pregare significa : elevare il proprio animo devotamente a Dio”. Oppure: “trattare Dio con devozione”. C’è da chiedersi se l’animo è ciò che noi chiamiamo anche “cuore”. Quello che c’è di più intimo in noi, di ultimo, di più profondo. Il cuore è alla radice di tutto quello che siamo e operiamo, è il nocciolo della nostra essenza più intima e nascosta; per questa ragione Dio lo considera come una misura. Quindi tutto in noi è determinato attraverso il cuore. Questo cuore noi dobbiamo elevare a Dio, cioè orientarlo verso di lui, esso deve prendere la via verso Dio, riconoscendo in lui il primo principio e l’ultimo fine. Tutto l’intimo essere quindi si rivolge a Dio quando si prega. Ecco perché il Signore in Isaia si lamenta: “Questo popolo mi venera con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Se però rimane solo la parola, allora ciò non costituisce una preghiera, ma una maschera dietro la cui bellezza si nasconde qualcosa di miserabile.

S. Agostino a tal proposito, giocando, se così possiamo dire, con le parole latine, dice una cosa molto seria: “Se non riusciamo a pregare e se ci sembra che la nostra preghiera non è esaudita, è perché preghiamo male, mali, mala, nel senso che preghiamo male, siamo mali e chiediamo mala. Quando S. Agostino dice che preghiamo “mali”, vuol dire che preghiamo col cuore perverso, mettendoci in un atteggiamento di fronte a Dio come se avesse fatto male le cose e si strumentalizza a questo punto il Figlio di Dio per sanare tutte le cose che secondo noi vanno male, chiedendo con superbia che venga fatta non la volontà di Dio, ma la nostra. Preghiamo poi male, cioè malamente. con la mente incline al male. A questo punto siamo fuori dalle condizioni indispensabili per accingerci alla preghiera degnamente: con mente degna perché Dio ci chiama; attentamente: con la mente attenta a quello che diciamo o facciamo; devotamente: con devozione, dando la vita. Infine secondo l’insegnamento sempre di S. Agostino, preghiamo mala, chiediamo cioè cose cattive, è ovvio che per chiedere cose buone occorre l’aiuto dello Spirito Santo, in quanto la preghiera ha lo scopo unico di farci entrare nella volontà di Dio è questa è unicamente opera dello Spirito. Non ha senso uno zelo nella preghiera senza una, purificazione interiore, perché colui che prega non otterrà quanto richiesto se non prima di aver sperimentato di aver agito con il cuore, rimuovendo dal proprio cuore tutte la caligine dell’egoismo che lo rende sordo all’eco dell’amore di Dio. La preghiera deve sgorgare dalla pienezza del cuore e se questi è colmo d’amore, pregherai per il bene di tuo fratello ma diversamente, pregherai malamente, per cui bisogna avere la consapevolezza che la preghiera di Cristo costituisce, allo stesso tempo, il modello per la preghiera dei cristiani e la base che la rende possibile.

Occorre amare tutti, anche se stessi, accettando i propri limiti, non tanto perché si è bravi, ma perché si è fatti esperienza della misericordia di Dio che ci ama così come siamo. Colui che decide di aprirsi all’azione dello Spirito si lascerà guidare nella preghiera imparando col tempo che non deve mai permettersi di decidere lui stesso, e non pretendere di vedere attuata la sua liberazione. Innanzitutto occorre aprire il proprio essere all’azione di Dio consentendo così la relazione interpersonale: così facendo si sottomette a quella forza di attrazione che, non senza lotta dolorosa, opera nell’orante una trasformazione. A tal punto comprenderà che l’oggetto della preghiera è secondario: ciò che importa soprattutto è la relazione con Dio. “Però non come voglio io ma come vuoi tu”(Mt 26, 39). Per cui l’esaudimento della preghiera non dovrà necessariamente consistere nello sfuggire alla situazione, ma in una consapevole trasformazione della sofferenza in mezzo di salvezza.

Bisogna essere coscienti che non c’è quindi contraddizione tra l’essere esauditi da Dio ed il sottomettersi alla sua volontà; anzi c’è una coerenza profonda. L’esaudimento della preghiera opera la trasformazione del cronos in cairos, trasformazione operata da Dio attraverso quella sofferenza educativa. La situazione religiosa dell’orante cristiano si definisce anzitutto per mezzo della relazione con Cristo risorto, per cui la preghiera deve per prima cosa ravvivare questa relazione, renderla più consapevole. Innanzitutto occorre avviare ogni nostro colloquio con Dio facendo intorno a noi e dentro di noi, il silenzio delle cose, delle passioni, della fantasia, quel silenzio che è favorito da una certa solitudine o dalla pace delle nostre chiese, oasi in cui palpita la vita eucaristica del Figlio di Dio nel più completo silenzio, mentre fuori il rumore invade la città moderna. Non importano poi grandi idee o cose difficili: la nostra preghiera, iniziata con semplici e spontanee disposizioni d’animo, deve fondarsi su un atteggiamento di profonda “adorazione” e di gioiosa glorificazione del Dio sommo e infinito nella natura, potenza, bontà e giustizia.

Basta poi che da Lui, il nostro sguardo interiore si sposti su di noi perché sentiamo il bisogno di “rendergli grazie” per i suoi innumerevoli doni e “chiedergli perdono” per le altrettante nostre colpe, che hanno indebolito forse la nostra filiale unione con Lui. In questo spirito è facile poi “chiedergli grazie” per noi, per la famiglia, per la Chiesa, per la comune salvezza, per il mondo intero. La preghiera ben fatta, arriva sempre al cuore paterno di Dio, che non può dimenticarsi di noi. In un modo o nell’altro, con misterioso ritardo, egli ci viene incontro; da parte sua il Signore ci infonde tanta fiducia: “Tutto ciò che domanderete, nella preghiera, con fede, l’otterrete” (Mt 21, 22).

Il metodo della lectio divina di cui penso sia opportuno riportarne le tappe, credo possa costituire una guida valida per coloro che si rendono disponibili all’azione dello Spirito. Gli autori che ne parlano, di solito menzionano solo alcuni dei dieci momenti che si seguono: ciò dimostra che si tratta di semplici indicazioni e non di imposizioni che paralizzano la spontaneità della preghiera.

A partire da Guido II il certosino (+1188) la tradizione cristiana ha cercato di vedere nel percorso della lectio divina una sorta di scala ascendente e discendente. Le prime cinque tappe sono dunque “in salita”, “verso Dio”; le altre cinque ridiscendono dalla contemplazione alla vita quotidiana, “verso l’uomo”. Il movimento di questa “scala della preghiera” rispecchia in qualche modo l’esperienza di Pietro, Giacomo e Giovanni al Tabor: la salita sul monte, in luogo appartato, il Signore che rivela il suo volto glorioso, la gioia della contemplazione, l’invito a scendere di nuovo a valle (Mt 17, 1-8).

Pregare è un atto che coinvolge tutta la persona. E’ il gesto che spezza il ritmo delle mille preoccupazioni e ci riporta al centro di noi stessi: non può essere vissuto come un’attività fra le altre. Occorre la forza di uscire dal tran tran quotidiano, il coraggio di fermarsi un po’ in silenzio, il desiderio di mettersi alla presenza di Dio e, soprattutto, l’invocazione dello Spirito Santo, senza il quale le Scritture restano lettera morta.

Occorre leggere con molta calma e attenzione la sacra pagina: se davvero ho invocato lo Spirito, è Dio stesso che parla mentre leggo la Parola. Può essere utile rileggere più volte, sottolineare e magari imparare a memoria qualche espressione che mi colpisce o mi sorprende. E’ essenziale accogliere tutto ciò che il Signore dice, senza trascurare ciò che mi va meno a genio: La mia parola non è forse come il fuoco e come un martello che spacca la roccia (Ger 23, 29).

Non basta leggere perché la Parola scenda nel profondo del cuore. Ci vuole un paziente lavorìo di meditazione, una lenta ruminazione delle parole, delle idee, delle immagini, di tutto ciò che la sacra pagina contiene. E’ utilissimo mettere a confronto brani simili della Scrittura: l’uno illumina l’altro. La vera meditazione inizia quando capisco che Colui che parla ed opera nella storia sacra è Colui che parla ed opera anche nella mia storia personale.

La meditazione, se è vero ascolto della parola di Dio e non dei propri pensieri, genera immancabilmente nel cuore il desiderio di incontrare a tu per tu Colui che nelle parole bibliche vivificate dallo Spirito ha parlato. Si medita con l’intelletto, ma si prega soprattutto con il cuore, in uno slancio d’amore verso colui che nella meditazione ci si è rivelato, ancora una volta, come fonte di ogni amore. Gradualmente le parole cedono il passo al silenzio adorante, la riflessione e la stessa preghiera fanno spazio al puro amore. Questa tappa del cammino di preghiera non viene raggiunta ogni volta che ci si dispone all’orazione. La meditazione è possibile sempre, la contemplazione no, perché è un dono della grazia. E allora, se la contemplazione manca, bisogna riprendere la meditazione, come il marinaio si serve dei remi quando il vento non gonfia più le vele.

Il primo frutto dell’incontro con Dio è quella intima gioia, quella misteriosa ed ineffabile pace che l’uomo sperimenta dinanzi al mistero dell’amore di Dio. Questo è il momento propizio per prendere le grandi decisioni della vita, decisioni da non mutare in momenti di scoraggiamento o di desolazione. Lo spirito cattivo cerca di spingerci alla sfiducia totale e alla tristezza; il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace (Gal 5, 22). Con il dono del consiglio, lo Spirito mi suggerisce come interpretare le situazioni della vita personale, familiare, comunitaria e sociale. Si tratta di sintonizzarsi con i pensieri di Dio, di leggere con fede anche il libro della storia che la Provvidenza divina compone con sapiente amore. E’ lo Spirito che mi insegna a capire dove e come posso agire nel mondo per preparare la strada del Signore.

La preghiera non deve fermarsi ad una contemplazione inerte, che gratifichi il mio desiderio di religiosità senza trasformarmi il cuore. Chiedo allo Spirito il dono della fortezza, perché sappia decidermi a realizzare le scelte evangeliche e i propositi scaturiti dal discernimento. Spesso si tratta di piccole decisioni; ma è con la fedeltà nelle piccole cose di ogni giorno che si costruisce una piena fedeltà alla chiamata di Dio. Quando è possibile, risulta di grande utilità condividere il frutto della preghiera con i fratelli nel cammino di fede. Non sono solo a cercare il volto di Dio: siamo invece Chiesa, comunione di persone chiamate a crescere insieme nella carità. Le grazie che il Signore concede a ciascuno, soprattutto quelle spirituali, non sono possesso privato dei singoli, ma doni offerti per l’utilità comune. Se davvero ho accolto la Parola, se mi sono lasciato avvincere dalla sua forza, è impossibile che tutto finisca lì, quando termino la preghiera. Se ho compiuto con amore il percorso della lectio divina, il mio operare sarà animato dal soffio dello Spirito. Allora dire che “tutta la mia vita è preghiera” non sarà più un comodo alibi per sfuggire all’impegno dell’orazione, ma di traboccare della carità divina in ogni mio gesto. Dopo quanto esposto possiamo concludere dicendo che in un cammino di educazione e interiorizzazione alla preghiera, dobbiamo cominciare col vivere con frequenza momenti di preghiera; distesi e da soli; allo spuntare del nuovo giorno non dobbiamo pensare che semplicemente inizia “una giornata in più”. No; questa è un’opportunità molto concreta che Dio ci offre per estendere il suo Regno. Apprezziamola come tale. Usciamo dalla convinzione che “qualsiasi azione” che possiamo realizzare, possa essere suscettibile di essere convertita in “preghiera”. Procuriamoci di scegliere – nel limite del possibile- quelle che più favoriscono la venuta del Regno di Dio e della sua giustizia. Ricordiamoci poi che Gesù ci ha detto: “Andate per il mondo; io resterò con voi ogni giorno”. Immaginiamo che lo ripeta ad ogni orante che inizia la giornata. In tal caso non ci sentiremo mai soli in nessun momento. Camminando gomito a gomito con lui, non potremo far a meno di chiedergli che tutte le nostre intenzioni, parole e azioni siano, durante il giorno, orientate al suo servizio. Non sarà male che in determinati momenti poniamo lo sguardo con un po’ più di pace, amore e fede su questa Persona che abbiamo vicino, sull’ambiente che ci circonda o quell’avvenimento che ci giunge all’orecchio. Motivo? Per cercare di approfondire e scoprirne la presenza o l’assenza di Dio. Poi alla sera, stanco del lavoro della giornata, sediamoci più vicini a Gesù e cerchiamo di riprodurre la scena di Mc 6, 30-31.