di Paola Binetti
Tratto da cronache di Liberal

Le ludopatie costituiscono un fenomeno decisamente in crescita e i numeri con cui è possibile descriverlo sono preoccupanti non solo in termini di valori assoluti, ma soprattutto in termini di un trend che cresce in modo sempre più accelerato.

Sono 800mila i giocatori d’azzardo patologici; 2 milioni i giocatori a rischio. In termini di spesa: 1.250 euro è la spesa pro capite, decisamente la più alta al mondo e 76 miliardi di euro la spesa complessiva nel 2011. Dati e cifre provengono dai Monopoli di Stato, e sottolineano come oltre il 58,9 sono tornati ai giocatori sotto forma di vincite, con una spesa netta da parte dei cittadini di circa 17,7 miliardi. Il gioco illegale sembra aver realizzato almeno 2 miliardi di euro l’anno, evadendo totalmente le imposte sui profitti realizzati. Evidentemente siamo di fronte ad una vera e propria emergenza sociale, che si sta convertendo in un fattore di impoverimento per molte famiglie italiane. Infatti anche quando un solo membro della famiglia è affetto da questa patologia, le conseguenze si scaricano su tutta la famiglia. La ludopatia legata al gioco d’azzardo, proprio per la dipendenza che rivela, sottrae agli metadulti che ne sono affetti qualsiasi energia morale per farsi carico della educazione e della formazione dei più giovani. Incrina il patto di lealtà tra i coniugi e nelle forme più gravi comporta una sistematica tendenza a mentire, ad appropriarsi dei beni familiari per alienarli in omaggio al demone del gioco. Contro questa nuova aggressione alla famiglia in questi giorni si sono fatte sentire due voci molto autorevoli: quella di Francesco Belletti, Presidente del Forum delle famiglie, e quella di Andrea Riccardi, Ministro della Famiglia, con delega importante proprio per la prevenzione e il contrasto delle dipendenze. Non stupisce che chi ha il compito di tutelare la famiglia abbia sentito il bisogno di alzare la propria voce davanti al paradosso di uno Stato che, gestendo in prima persona molte forme del gioco d’azzardo, crea intorno a loro curiosità ed interesse e stimolando un gioco che ha molte probabilità di finire male. E il paradosso più vistoso è che lo Stato si troverà ben presto nella necessità di dover convertire in interventi di cura molti dei proventi di questa attività, apparentemente lecita e legale, ma francamente ambigua e pericolosa. Per cercare di venire a capo di questo paradosso, vale la pena ricordare due sentenze del Consiglio di Stato, che probabilmente sono ineccepibili sotto il profilo giuridico, ma certamente non colgono il senso e lo spirito di un fenomeno che sta crescendo in termini esponenziali. Un fenomeno patologico che crea un disagio sempre più profondo nelle famiglie e nella società e che mostra quanto possa essere sottile la distinzione tra gioco d’azzardo e gioco pubblico. In linea di massima non si può certo considerare il Superenalotto un gioco d’azzardo, eppure nel 2005 si era creata una vera e propria “febbre dell’oro”, che cresceva mano a mano che si alzava il livello del Montepremi, senza che nessuno riuscisse ad indovinare la formula vincente. In sostanza un numero sempre maggiore di cittadini, sperando di essere così fortunati da vincere una cifra oggettivamente iperbolica, sono indotti a scommettere cifre di volta in volta più ingenti, rischiando di compromettere la serenità e le condizioni generali della vita delle famiglie. Il Codacons allora, facendo riferimento all’art. 140 del Codice del Consumo, aveva impugnato il Decreto del Ministro dell’Economia e delle Finanze in cui si stabiliva la disciplina del Superenalotto. Ma il Consiglio di Stato, con la sentenza del 28 Gennaio 2010, ha stabilito che “nel vigente sistema delle fonti deve escludersi la possibilità di una introduzione del tetto o limite in questione ad opera di un atto legislativo” Nella sentenza del Consiglio di Stato ci sono tre passaggi interessanti: non è di competenza del Consiglio di Stato stabilire la ragionevolezza del sistema di accumulo del jackpot attualmente vigente; poiché però le attuali modalità di accumulo obiettivamente vertiginoso del montepremi sono disciplinate da una norma, il Parlamento potrebbero introdurre forme di depotenziamento o parziale sterilizzazione dell’incremento; allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non sembra che ci sia una diretta correlazione tra l’aumento del jackpot e la diffusione delle ludopatie. Evidentemente tocca al Parlamento affrontare il problema, tenendo conto che tra gioco e ludopatia il confine è molto sottile, anche quando si tratta di giochi solo apparentemente innocui. È un dato di fatto che il panorama dei giochi in Italia è cresciuto esponenzialmente esercitando un grande appeal per il pubblico, soprattutto per i più giovane. Contemporaneamente sono cresciute anche le patologie connesse al gioco. È indispensabile verificare quali siano effettivamente i pericoli connessi alle ludopatie, analizzando il fenomeno per determinare un quadro di interventi efficaci a tutela degli individui più vulnerabili. Motore trainante, nell’universo del gioco d’azzardo, sono le New Slot, che nel 2008 con 21,68 miliardi di euro costituivano da sole quasi la metà della raccolta economica complessiva e nel 2010 erano aumentate di oltre il 14,7% rispetto allo stesso periodo del 2008. Il fenomeno davvero emergente resta però quello del gioco online. Attualmente, il poker online sembra vantare una posizione di indubbio monopolio. Viaggia verso i cinque miliardi di raccolta e si conferma come campione d’incassi tra tutti i giochi online. Ma il vero punto dolente, se si vuole intervenire con energia per ridurre questo fenomeno, è il dato Eurispes per cui i giochi on line portano nelle casse dell’erario quasi il 45% dell’intero settore dei giochi. Nel 2007, l’industria del gioco online nel mondo aveva prodotto ricavi per un totale di 15/20 miliardi di euro. Difficile parlare di prevenzione davanti ad un settore così produttivo, se non si fa un riferimento forte all’etica a tutto campo: etica e democrazia; etica e comunicazione; etica e salute; etica e buon governo. La vera denuncia da fare in questo momento è met tere in evidenza un altro fatto paradossale. In questo momento infatti non abbiamo nessuna iniziativa di carattere preventivo dal sapore dissuasivo. Stiamo invece assistendo ad un incremento della pubblicità dei vecchi e nuovi giochi, soprattutto nelle nuove forme on line. E questo aspetto è quello che il Presidente della Cei ha sottolineato intervenendo lo scorso 24 febbraio ad un convegno: «La falsità sistematica di certa pubblicità è delittuosa. Uccide il modo corretto di pensare e agire. È un attentato alla società: si tratta di una vera e propria emergenza sociale». Secondo Bagnasco bisogna “resistere alle malattie nuove della post modernità” come quella “del gioco che crea false illusioni”. Di fatto mentre l’AAMS in questi anni ha svolto nella lotta al gioco illegale un ruolo centrale, non c’è stata altrettanta sensibilità nell’affrontare il tema delle ludopatie, come se allo Stato interessasse maggiormente l’evasione fiscale che spesso si accompagna al gioco illegale, che non la salute e il benessere dei suoi cittadini. Sta emergendo in questi giorni l’immagine di uno Stato biscazziere, ma il Paese ha bisogno di ritrovare spazi e modi di un’etica politica, in cui lo Stato non può apparire come sfruttatore delle debolezze umane insite nel gioco. Deve reagire con la stessa energia, forse con una maggiore determinazione, come ha fatto con l’alcool, il fumo, l’alimentazione, mettendo in atto strategie di largo respiro, con investimenti adeguati sul piano della comunicazione, della formazione e della riabilitazione. Il riferimento più forte che si può fare è quello con le multinazionali del tabacco che fino agli anni ’60 fornivano loro stesse studi e statistiche sui danni delle sigarette, negando la correlazione con i tumori. Il paragone è stato fatto dalla Consulta Anti-usura che Bagnasco ha citato, sottolineando che: «La menzogna va sempre dichiarata tale….La falsità sistematica di certa pubblicità è delittuosa. Uccide il modo corretto di pensare e agire e per questo è un attentato alla società ». Non c’è dubbio che gioco, alcool, fumo e alimentazione sono realtà ampiamente accettabili, se gestite con ragionevolezza e rigore, o, come si usa dire in questi tempi, con sobrietà. In realtà ogni forme di dipendenza, di tossico-dipendenza, inizia con una fase di tossico-filia, in cui è possibile prendere le distanze dall’oggetto di potenziale attaccamento. Il punto chiave è come si crea il passaggio dalla fase di tossicofilia a uella di tossicodipendenza conclamata. Il termine tossico in questo caso rappresenta più che un prodotto specifico, ogni cosa che di fatto “intossica” l’autonomia e la libertà del soggetto, rendendolo “schiavo”, secondo i nuovi modelli di schiavitù. Non c’è nessun intento moralistico, né si effetvuole assumere un approccio proibizionistico. Il gioco è insito nella natura umana e rappresenta un bisogno irrinunciabile per l’uomo, per crescere, svilupparsi e socializzare. L’importante è evitare che la passione per qualcosa diventi incontrollabile e si sottragga a quel self control, che tanto contribuisce a definire l’autonomia del soggetto, la sua dignità personale. Il gioco deve rimanere un diversivo, coinvolgente ed emozionante, al lavoro e alle tensioni quotidiane; deve rimanere equilibrato tra la soddisfazione gratificante della vincita in sé e la conquista di valori diversi da quelli perseguiti nell’attività di cui è diversivo; valori quindi più soggettivi che oggettivi, più immateriali che materiali, più come fine che come mezzo. Se diventa più importante degli affetti e del lavoro ha travalicato i confini del giusto e dell’accettabile. Quando l’interesse per qualcosa assume la caratteristiche di una passione su cui la volontà non riesce più ad esercitare la sua funzione regolativa, viene meno la libertà del soggetto e la sua coscienza non è più in grado di formulare giudizi sereni. Il numero di “addicted”è in continua crescita in una società consumista, in cui abbiamo imparato a riconoscere anche lo shopping compulsivo. Quel bisogno continuo di comprare qualcosa di cui non c’è nessun bisogno reale, perché l’unico bisogno è quello di comprare. È uno degli effetti tra i più disastrosi del consumismo, che crea bisogni continui di riempire i vuoti creati dal desiderio di beni da consumare, arrivando alla “coazione a ripetere”: dallo “star bene con”allo “star male senza”. Si tratta di vere e proprie “distorsioni dello stile cognitivo”e come tali vanno affrontate e vanno curate. Riccardi, ministro della Cooperazione e dell’Integrazione, non solo con delega alla famiglia e, ma titolare anche della delega in materia di dipendenze, ha affermato: «Il fenomeno del gioco d’azzardo sta assumendo in alcuni casi i contorni di una vera e propria dipendenza psicologica. Ho chiesto ai miei uffici di studiare il problema, piuttosto complesso, e l’obiettivo è di arrivare al divieto di pubblicità, come nel caso delle sigarette o a una ferrea regolamentazione degli spot». Il gioco genera lavoro e consente svago: svolge, quindi, una funzione importante. Ma occorre valutare bene i rischi nascosti, i costi relativi alla gestione dei rischi e delle conseguenze dannose effet tive riscontrate. C’è sempre la necessità di distinguere tra il gioco pubblico regolamentato dall’AAMS e il gioco d’azzardo. La nostra Costituzione in un certo senso fa pensare che il gioco d’azzardo rientri fra le attività economiche da cui può derivare un danno per la libertà e la dignità umana: «L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, art.41». Giocare d’azzardo non significa però necessariamente gioco patologico. Per la maggior parte delle persone il gioco d’azzardo rappresenta uno dei tanti passatempi e rimane una semplice attività sociale. Solo per una minoranza di esse, diventa progressivamente un problema. Per le persone più soggette ad essere manipolate, con una naturale tendenza alla suggestionabilità e alla dipendenza anche relazionale. Per questo un aspetto particolarmente rilevante legato allo sviluppo dei giochi online è il coinvolgimento dei giovanissimi e degli adolescenti, dove si evidenzia il passaggio da giochi informali, auto-organizzati ed autogestiti, al consumo di forme di gioco commerciale a forte rischio di addiction. Il gioco, anche quello d’azzardo, è un’attività intimamente connessa con lo stile di personalità dell’uomo. Per questo un intervento di natura formativa non può che essere un intervento multidimensionale, volto a rafforzare nel soggetto la sua autostima, anche attraverso un processo di empowerment progressivo, che aumenti la sicurezza, l’auto-dominio, le capacità critiche. Un processo educativo che conferisca dominio sulle emozioni e sulle sensazioni, senza impoverirle, ma senza neppure lasciar loro il potere di condizionare tutte le azioni-reazioni del soggetto. In realtà come tutti i processi educativi efficaci dovrebbe rafforzare la libertà del soggetto rispetto ai potenziali condizionamenti con cui potrà imbattersi, anche quando la loro forza seduttiva sembra imprigionare il soggetto in certe forme di condizionamento sociale per cui l’immagine di sé è in funzione degli stereotipi del gruppo. Un proibizionismo sterile che si limitasse ad una tecnica dell’annuncio precettivo: questo si e questo no… non potrebbe funzionare né sul breve periodo, né tanto meno sul lungo periodo. Ma un allenamento positivo a mettersi in gioco, per esercitare liberamente la propria capacità di scegliere e di decidere, mantenendo il gusto di una sperimentazione sobria e controllata delle nuove esperienze, può essere un buon indicatore di chi nel gioco è padrone di se stesso e non lascia che le parti si invertano. Allo Stato chiediamo che le sue campagne pubblicitarie abbiano un minor carattere seduttivo e un maggior appeal educativo, come accade con le tipiche campagne di Pubblicità – progresso.