di Gianfranco Amato

Tratto dal sito Cultura Cattolica.it

A Varese non è passata la proposta di istituire il registro delle coppie di fatto.

Il Consiglio Comunale, infatti, ha respinto a maggioranza la proposta avanzata dai gruppi SEL e PD. Il blitz non è riuscito. Lo diciamo senza iattanza o presunzione ma è stato proprio il sito di CulturaCattolica. it a sollevare la questione lo scorso luglio, e a porre il tema al centro del pubblico dibattito. Il nuovo orientamento laicista della linea maroniana che pare caratterizzare la nuova Lega Nord, aveva fatto correre il rischio di una clamorosa approvazione di questo inutile registro. Considerando, infatti, la libertà di coscienza data ai leghisti ed il voto convintamente favorevole del capogruppo Moroni, la situazione appariva numericamente molto difficile. Grazie all’intelligenza del Sindaco leghista Attilio Fontana, che ha condiviso la nostra impostazione rigorosamente laica della questione, il colpo di mano è stato sventato. E’ stata senza dubbio determinante, infatti, in questa vicenda la coraggiosa uscita del Primo Cittadino sulla stampa locale del 4 luglio 2012:

La mia è una posizione assolutamente laica. Semplicemente, se esistono dei “contratti” che le persone devono stipulare, ottenendo così oneri e onori, non vedo perché debbano esserci coppie che possono ottenere, con un’altra forma, solo onori e non gli oneri. Potrei capire se non esistesse il divorzio. Anzi, se non esistesse, sarei il primo a favore delle coppie di fatto. Ma in Italia è possibile separarsi. Inoltre se qualcuno non è religioso, c’è sempre la possibilità di sposarsi in Comune. Secondo me è un finto problema con l’esistenza dei matrimoni civili, che risolve i problemi di chi non è religioso, non esiste la necessità di riconoscere le coppie di fatto.

 

Il pensiero di Fontana corrisponde esattamente a quanto avevamo scritto su CulturaCattolica. it:

L’errore di tale impostazione sta nel fatto di non considerare che esiste un rimedio per tutti questi problemi, e quel rimedio, che si chiama matrimonio, è disciplinato dal codice civile, il quale sancisce esattamente quali siano i diritti e gli obblighi, gli oneri e gli onori, e disciplina anche le modalità con cui può sciogliersi, attraverso, ad esempio, il divorzio.

 

Ebbene, nel nostro ordinamento laico, nessuno è obbligato a ricorrere a quell’istituto giuridico se vuole convivere con un’altra persona. In quel campo vale la libera e personalissima scelta individuale. Ma una volta deciso, legittimamente, di non contrarre matrimonio (con tutti i suoi obblighi ed oneri), non se ne possono rivendicare i diritti. Se scelta è, deve essere coerente fino in fondo. Ecco perché, ad esempio, se la convivenza termina, il convivente in stato di bisogno non ha diritto a nessun sostegno economico da parte dell’altro.

Ciò che occorre chiedersi è perché queste coppie di fatto intendano rinunciare volontariamente al matrimonio ma vorrebbero essere pubblicamente riconosciute e registrate. Se il vero motivo fosse quello di pretendere diritti senza assumersi obblighi, allora occorrerebbe interrogarsi anche sui motivi per cui lo Stato dovrebbe tutelare un simile rapporto giuridico parassitario a carico della comunità. Si può aggiungere, inoltre, che la convivenza di fatto senza assunzione di obblighi è una scelta privata fatta da due adulti consenzienti che desiderano mantenere intenzionalmente il loro rapporto nella prospettiva della più assoluta precarietà e libertà. A questa scelta non può essere data rilevanza pubblica, quindi non possono essere pretesi diritti dallo Stato. Restando nell’ambito strettamente privatistico la scelta dei conviventi, i loro rapporti possono in realtà essere regolati dagli strumenti del diritto privato (testamento, contratti, polizze assicurative, procure, ecc.). Così, tra l’altro, si potrebbero trovare soluzioni anche a molti dei casi sopra menzionati che vengono sbandierati come diritti negati alle coppie di fatto.

Anche l’assunto secondo cui riconoscendo le coppie di fatto si aggiungerebbero diritti e non se ne toglierebbero alle coppie sposate, è assolutamente infondato. Prima di tutto, tale riconoscimento rappresenterebbe un’ingiusta e intollerabile discriminazione nei confronti di chi, contraendo matrimonio, assume impegni pubblici nei confronti dello Stato e, in forza di tali impegni, può legittimamente vantare dei diritti. I conviventi, invece, si troverebbero nella comoda quanto ingiusta situazione di pretendere diritti senza sottoscrivere solennemente e pubblicamente dinanzi all’Ufficiale di Stato Civile, e alla presenza di due testimoni, l’atto con cui si assumono gli impegni matrimoniali, tra i quali vi sono quelli previsti dagli articoli 143, 144 e 147 del Codice Civile, di cui, peraltro, occorre dare obbligatoriamente lettura durante la celebrazione.

In secondo luogo, il sano realismo ci insegna che le risorse finanziarie a disposizione dello Stato non sono purtroppo infinite (soprattutto in questi drammatici momenti di crisi), per cui ogni forma di sostegno pubblico, mediante contributi economici, sgravi fiscali, agevolazioni nell’assegnazione di alloggi, ecc., andrebbe inevitabilmente a discapito delle famiglie costituzionalmente riconosciute poiché fondate sul matrimonio.

Questa vicenda del registro delle unioni civili a Varese mostra ancora una volta che è sbagliato pensare che esistano battaglie perse in partenza. Che occorre avere il coraggio di non rassegnarsi di fronte a ciò che si percepisce come ineluttabile. Che occorre nutrire, anche quando tutto appare essere contro, quella spes contra spem cui ci ha esortato San Paolo. E che troppi cattolici, oggi, sembrano aver dimenticato.