Il termine martire (dal greco μάρτυς – testimone) indica oggi colui che ha testimoniato la propria fede o ideale nonostante la persecuzione. Originariamente diffuso soprattutto in ambito giuridico stava a indicare semplicemente un testimone che garantiva la verità degli avvenimenti e che normalmente prendeva le difese dell’accusato. Col tempo il termine è stato usato anche in ambito filosofico (soprattutto in ambito stoico) di testimonianza della verità (che non includeva necessariamente la morte), per passare successivamente a un significato di testimonianza di una avvenimento religioso di cui il credente, con la sua vita e la sua predicazione era testimone. Il termine non è mai stato usato in ambito biblico, né giudaico, né cristiano nel significato odierno: di testimonianza fino alla morte. Solo nel cristianesimo primitivo, con l’avvento delle persecuzioni dei cristiani, il termine è stato riservato in modo …

… praticamente esclusivo alla testimonianza estrema fino alla morte. Il termine martire come testimone della fede è nato in ambito cristiano e indica i fedeli che hanno sacrificato la propria vita per testimoniare la religione cristiana. Si tratta in genere di cristiani vissuti in un contesto sociale ostile, che furono messi a morte in odio alla fede cristiana dalle autorità, dai tribunali, o uccisi da persone private. Il “martire” è il “santo” per eccellenza nella concezione della Chiesa antica e solo in seguito altre categorie di santi si sono aggiunte ai martiri. La lista dei martiri cattolici è riportata nel Martirologio.

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS , 26.12.2007

<< All’indomani del Natale, la liturgia ci fa celebrare la “nascita al cielo” del primo martire, santo Stefano. “Pieno di fede e di Spirito Santo” (At 6,5), egli fu scelto come diacono nella Comunità di Gerusalemme, insieme con altri sei discepoli di cultura greca.

Con la forza che gli veniva da Dio, Stefano compiva numerosi miracoli ed annunciava nelle sinagoghe il Vangelo con “sapienza ispirata”.

Fu lapidato alle porte della città e morì, come Gesù, invocando il perdono per i suoi uccisori (At 7,59-60). Il legame profondo che unisce Cristo al suo primo martire Stefano è la Carità divina: lo stesso Amore che spinse il Figlio di Dio a spogliare se stesso e a farsi obbediente fino alla morte di croce (cfr Fil 2,6-8), ha poi spinto gli Apostoli e i martiri a dare la vita per il Vangelo.

Bisogna sempre rimarcare questa caratteristica distintiva del martirio cristiano: esso è esclusivamente un atto d’amore, verso Dio e verso gli uomini, compresi i persecutori. Perciò noi oggi, nella santa Messa, preghiamo il Signore che ci insegni “ad amare anche i nostri nemici sull’esempio di [Stefano] che morendo pregò per i suoi persecutori” (Orazione “colletta”).

Quanti figli e figlie della Chiesa nel corso dei secoli hanno seguito questo esempio! Dalla prima persecuzione a Gerusalemme a quelle degli imperatori romani, fino alle schiere dei martiri dei nostri tempi. Non di rado, infatti, anche oggi giungono notizie da varie parti del mondo di missionari, sacerdoti, vescovi, religiosi, religiose e fedeli laici perseguitati, imprigionati, torturati, privati della libertà o impediti nell’esercitarla perché discepoli di Cristo e apostoli del Vangelo; a volte si soffre e si muore anche per la comunione con la Chiesa universale e la fedeltà al Papa.

Nella Lettera Enciclica Spe salvi (cfr n. 37), ricordando l’esperienza del martire vietnamita Paolo Le-Bao-Thin (morto nel 1857), faccio notare che la sofferenza è trasformata in gioia mediante la forza della speranza che proviene dalla fede.

Il martire cristiano, come Cristo e mediante l’unione con Lui, “accetta nel suo intimo la croce, la morte e la trasforma in un’azione d’amore. Quello che dall’esterno è violenza brutale, dall’interno diventa un atto d’amore che si dona totalmente. La violenza così si trasforma in amore e quindi la morte in vita” (Omelia a Marienfeld – Colonia, 20 agosto 2005). Il martire cristiano attualizza la vittoria dell’amore sull’odio e sulla morte.
Preghiamo per quanti soffrono a motivo della fedeltà a Cristo e alla sua Chiesa. Maria Santissima, Regina dei Martiri, ci aiuti ad essere testimoni credibili del Vangelo, rispondendo ai nemici con la forza disarmante della verità e della carità >>.

La definizione martire, dunque,  ha preso, nel corso della storia dei credenti e del mondo laico, un uso comune ben differente dal suo significato iniziale. Martire infatti dal greco significa testimone.  Ma testimone di che cosa?  Volutamente abbiamo citato un’affermazione fondamentalista che, al pari di ogni visione opposta di carattere “lassista”, ha snaturato il significato autentico del martirio e talvolta del martirio cristiano. S. Stefano primo martire cristiano è così considerato per la sua aderenza e testimonianza fino alla fine della Signoria di Cristo.  A questo punto molti sono i modi di essere “martire”, cioè testimoni non vittimistici di qualcosa o di qualcuno. Si può morire per un ideale, per un proprio caro; ma nessuno da la vita per i propri nemici.

Il cristiano, cioè colui che segue Cristo, non come ideale utopistico ma come persona viva e reale, si muove in questa direzione.  Cristo ha dato la vita per i propri nemici, cioè noi.  Il Suo amore per noi ci ha reso suoi amici, cioè importanti per Lui benché immeritevoli.  Solo l’amore gratuito di Dio che si fa uomo poteva porre in evidenza questa logica che umanamente appare illogica.

Da che mondo e mondo un torto equivale ad un’ingiustizia e come tale necessita una riparazione. Così va il mondo e su questo si muove, per certi versi giustamente, il sistema civile e penale. Tuttavia la logica reale che regge il mondo non è questa ma è la gratuità. La gratuità è una logica che sfugge completamente sia ad i fondamentalisti che ai sostenitori di una ideologia laicista. Tale logica non è stata inventata da Cristo ma rivelata da Cristo. Logica che esisteva sin dall’inizio dei tempi per il cuore di Dio.

Come se Gesù avesse detto con la Sua vita, la Sua Passione-Morte-Resurrezione:  “Uomo, Donna, il Padre da sempre ti ama così, gratuitamente, anche se il peccato ha obnubilato in te questa visione delle cose. Ed Io per Amore del Padre e per Amore Tuo ti mostrerò fino alla fine, e senza sconti, com’è la realtà delle cose!”

Il peccato dell’uomo, però, ha totalmente oscurato e assopito questa gratuità e ne ha deformato totalmente il significato. Anche per questo era importante l’avvento del Figlio. Perché rivelasse,  la vera natura delle cose. Il vero volto di Dio, del Padre.  E portasse a compimento realmente la rivelazione della gratuità che sostiene tutte le cose. Solo il figlio rivela il Padre. Solo il Figlio poteva, con se stesso e la sua vita, rendere inequivocabilmente manifesto, con la sua carne, il volto del Padre.

Il perdono come dimensione di Amore gratuito che passa da  Dio e attraversa l’uomo per diventare storia è sostanzialmente sconosciuta all’Islam, se non in alcune dimensioni mistiche o moderate. L’inevitabile condizione di porre Dio come assoluto verticistico sia nell’ebraismo e tanto più nell’Islam pone inevitabilmente le basi per non essere fecondi né culturalmente, né storicamente nello spiegarsi del tempo.

Carlo Di Pietro

da Pontifex.roma.it