Don Spataro propone di evitare il “buonismo ecumenico”

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 2 settembre 2009 (ZENIT.org).- Nel quinto centenario della nascita di Giovanni Calvino, si è sviluppato in Italia un intenso e acceso dibattito sulla figura e sugli insegnamenti del protestante riformatore francese Giovanni Calvino (1509-1564).

A proposito delle opere di Calvino, pubblicate nella prestigiosa collana editoriale francese della Pleiade, edizioni Gallimard, lo storico francese Alain Besançon ha formulato su ‘L’Osservatore Romano’, giudizi positivi nei confronti del riformatore protestante, scrivendo che “l’organizzazione calvinista, è una creazione geniale” e perfino la dottrina calvinista della predestinazione potrebbe essere in qualche modo riabilitata.

Mentre don Roberto Spataro sdb, Preside dello Studium Theologicum Salesianum “Saints Peter and Paul” di Gerusalemme ha scritto un lungo e dettagliato saggio su “Cristianità” (marzo 2009), in cui illustra le ragioni del perchè non è proprio il caso di celebrare il quinto centenario della nascita di Calvino.

Per meglio comprendere le implicazioni della discussione in atto, ZENIT ha intervistato il salesiano don Roberto Spataro.

Lei sostiene che Giovanni Calvino non ha meriti per essere commemorato. Perché?

Spataro: Le commemorazioni hanno una duplice finalità: ricordare fatti positivi e personaggi esemplari a cui ispirarsi o episodi da biasimare affinché non si ripetano più. Nel caso di Calvino ci sono aspetti negativi che rendono, quanto meno, imbarazzante il suo ricordo per tutti coloro che hanno realmente a cuore il cammino ecumenico e sono pensosi del futuro dell’umanesimo cristiano europeo. Meglio adottare un prudente riserbo.

Pochi ricordano la storia di Calvino violento e intollerante. Può illustracene la storia?

Spataro: Ha proprio ragione. I maîtres à penser del laicismo di ieri e di oggi non perdono occasione per ricordare episodi tipici della presunta intolleranza della Chiesa Cattolica ed eccoli pronti a menzionare Giordano Bruno o Galileo Galilei. Difficile trovare chi parli, ad esempio, delle carneficine provocate dalla violenza e dall’intolleranza giacobina.

La memoria che seleziona è sempre un po’ sospetta. Ma torniamo a Calvino. A Ginevra egli introdusse un’organizzazione teocratica della comunità cristiana, abolendo, di fatto, ogni forma di distinzione tra dimensione civile e religiosa e imponendo una legislazione implacabilmente opprimente, tra il 1541 e il 1564.

Il regime teocratico che installò governò la città attraverso una serie di ordinanze che prevedevano severe punizioni non solo per deviazioni dottrinali ma anche per atti quali la danza, il gioco, la vendita e la consumazione di birra.

Il governo fu affidato alla responsabilità ministeriale dei quattro ordini introdotti da Calvino: pastori, dottori, anziani e diaconi.

Il Concistorio, composto dai pastori e da dodici anziani eletti dalle autorità civili, diventò una sorta di suprema corte inquisitoria e giudicante finanche la vita privata dei cittadini.

Una cappa, plumbea e asfissiante, gravò su Ginevra. Molte furono le vittime del sistema calvinista. I grandi peccatori come i sacrileghi, gli adulteri e gli avversari ostinati della nuova fede, venivano consegnati al consiglio cittadino per la punizione.

Furono eseguite molte condanne a morte, più ancora all’esilio. La tortura fu usata nel modo più rigoroso. La lista delle vittime è tristemente lunga: il predicatore Sebastiano Castillo, biblista che proponeva un’interpretazione del Cantico dei Cantici sgradita a Calvino, fu costretto all’esilio. Il medico Girolamo Bolsec, un ex-monaco carmelitano apostata che aveva osato contestare la dottrina della predestinazione insegnata da Calvino, fu bandito dalla città nel 1551.

L’affaire Perrin è sintomatico della situazione imposta a Ginevra a Calvino e dei metodi da egli adoperati per reprimere ogni forma di dissenso. In questo episodio, infatti, si ritrovano tutti gli elementi che concorrono a mostrare il volto spaventoso di questo “riformatore”: proibizione dell’espressione delle gioie più umane, come la danza in occasione di un matrimonio, sistema inquisitorio, carcere, esilio ed anche spargimento di sangue.

Protagonista ne fu Ami Perrin, che inizialmente era stato un sostenitore di Calvino. Questi i fatti: in occasione di un matrimonio tra giovani di distinte famiglie borghesi, si festeggiò con un ballo. Il Concistorio convocò tutti i partecipanti che, per paura, ricusarono l’accusa, eccetto due di essi, tra cui Ami Perrin che fu costretto a fare ammenda del “crimine commesso”.

Sua moglie, però, Franchequine Perrin, figlia di François Faivre, personaggio altolocato a Ginevra, continuò a protestare pubblicamente e, provocatoriamente, a danzare ancora. Poiché godeva dell’appoggio di molti cittadini, stanchi delle vessazioni del Concistorio, comparvero anche scritti anonimi contro Calvino e i suoi partigiani. Infuriato, quest’ultimo ordinò una perquisizione in casa di uno degli amici delle famiglie Perrin et Faivre, Jacques Gruet. All’interno fu ritrovato materiale compromettente: quaderni e annotazioni polemiche verso il regime teocratico di Calvino.

La punizione fu implacabile: condanna a morte per decapitazione.

Il caso più noto è quello di Michele Serveto, il medico spagnolo che negava il dogma della Trinità. Benché condannato in Francia, Serveto, probabilmente con la dissimulata accondiscendenza del blando tribunale inquisitorio cattolico, fuggì e si rifugiò proprio a Ginevra, ove, riconosciuto, fu immediatamente condannato a morte e arso vivo, nel 1553.

Il ruolo giocato da Calvino in questa vicenda mostra lati umani veramente riprovevoli: non solo fanatica intolleranza ma anche ricorso allo spionaggio, spirito vendicativo e, a vicenda conclusa, menzogneri tentativi di ritrattazione delle sue responsabilità.

Secondo le ricerche da lei condotte, Calvino diffuse un ostile e rabbioso livore anticattolico. Lei ha scritto che “i martiri cattolici torturati e giustiziati durante le persecuzioni perpetrate dai calvinisti costituiscono una pagina cospicua del martirologio e inducono a una silenziosa riflessione in questo quinto centenario della nascita di Calvino”. Potrebbe farci qualche esempio?

Spataro: Ecco una sintesi del pensiero del riformatore sulla Chiesa Cattolica romana con citazioni tratte dalle sue opere. “È una consorteria di preti perversa e fatta di menzogne che pratica, al posto della Cena un sacrificio abominevole e che si compiace di superstizioni infinite: le sue riunioni pubbliche sono come scuole d’idolatria ed empietà.

Ci si può separare da essa senza scrupolo né timore. È più un’immagine di Babilonia che la Città santa di Dio”. I provvedimenti che lo “zelo” riformatore di Calvino introdusse sono ispirati da una furia iconoclasta tesa a far scomparire ogni traccia della spiritualità e della pietà cattolica per rimpiazzarla con una fede espressa in forme irrispettose della ricchezza di un’autentica antropologia che sappia valorizzare la sensibilità, le emozioni, la corporeità, insomma la caro cardo salutis. E Calvino è stato un “cattivo maestro”: i calvinisti olandesi, gli “ugonotti” francesi si macchiarono di crimini efferati contro coloro che desideravano conservare la fede dei loro Padri.

Le cronache riportano episodi raccapriccianti: preti crocifissi, sventrati per poi riempire il cadavere di avena data in pasto agli animali, esecrabili mutilazioni del corpo. Orrori, questi, che furono associati alla dissacrazione di chiese, d’immagini venerate e persino delle realtà più sante: si diede pure il caso dell’Eucaristia profanata al punto da darla in pasto ad una bestia.

Nel suo saggio lei argomenta anche un travisamento del Vangelo da parte di Calvino. In che senso?

Spataro: Al cuore della proposta religiosa di Calvino c’è la dottrina della doppia predestinazione, secondo la quale, essendo tutta l’umanità “massa dannata” a causa del peccato originale, per un imperscrutabile giudizio divino, alcuni soggetti sono destinati all’inferno ed altri alla salvezza eterna.

Si tratta di una deformazione radicale del Vangelo che pregiudica l’universalità della Redenzione di Cristo, annulla l’annuncio liberante della predicazione apostolica secondo la quale “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tim 2,4), immiserisce la speranza cristiana. Questo si legge nella magna charta del Calvinismo, la Christianae Religionis Institutio: “Noi intendiamo per predestinazione l’eterna disposizione di Dio, in virtù della quale egli ha deciso tra sé ciò che deve accadere, conformemente alla sua volontà, di ogni singolo uomo.

Gli uomini non sono infatti tutti creati con lo stesso destino, ma agli uni viene assegnata la vita eterna e agli altri l’eterna dannazione. Or quindi, come il singolo è creato per l’uno o per l’altro fine, così noi diciamo: egli è predestinato alla vita o alla morte”. Leggendo questa pagina è inevitabile domandarsi: Il Dio di Calvino è ancora il Dio del Vangelo, testimoniato e rivelato da Cristo? È ancora il Padre, testimoniato e rivelato da Cristo, che ama e che chiede amore filiale?

Ci sono ancora altri aspetti che rendono la domanda legittima. Il Vangelo di Cristo propone un comportamento etico fondato sulla libera adesione e non sulla pressione di uniformità che fu esattamente la degenerazione morale provocata dall’imposizione del governo teocratico ginevrino teorizzata negli scritti dottrinali di Calvino.

Che cosa rimane del “se vuoi” evangelico nella Ginevra soggiogata al verbo calvinista?

Il clima di “caccia alle streghe” che rattristò la Ginevra calvinista e la spiritualità puritana, ispirata a Calvino, snatura la gioia evangelica, il godimento della creazione, mai del tutto corrotta dal peccato, e rinnovata dall’opera della Redenzione.

Ma se questa è la storia, perché alcuni vorrebbero quasi “beatificare” Giovanni Calvino?

Spataro: Io non so se ci siano in giro persone che vogliano “beatificare” Calvino. Certamente, quest’anno, in occasione del quinto centenario della sua nascita, all’interno della Chiesa Cattolica ci sono manifestazioni di un certo “buonismo ecumenico”, dalle quali ho modestamente voluto mettere in guardia con il mio contributo.

L’ecumenismo avanza anzitutto con la pratica della carità fraterna, della quale mi consenta – non hanno dato eccellente prova alcuni esponenti della comunità valdese italiana che hanno diffuso in rete la loro disapprovazione nei confronti del mio saggio, attribuendomi epiteti che potrei eufemisticamente definire irrispettosi.

Forse sarebbe stato più proficuo produrre un saggio storico-teologico per stabilire un auspicabile dialogo. Il cammino ecumenico progredisce, serenamente e fiduciosamente, nell’approfondimento della Rivelazione, che ha anche un suo contenuto veritativo.

Il “buonismo ecumenico” invece annulla le differenze o le “anestetizza” in un melting-pot in cui le verità teologiche, accolte dalla fede ed illustrate dalla ragione, perdono i loro contorni.

Anche il cammino ecumenico ha tanto bisogno della naturale amicizia tra fede e ragione, tanto raccomandata dal Magistero dell’attuale Pontefice. Mi sembra che per questi motivi sia meglio evitare qualsiasi elogio di Calvino.