Escalation nel corno d’Africa
di Fabio Carminati
Tratto da Avvenire del 25 agosto 2010

Un attacco preciso, devastante e simbolico a un’istituzione che, per un complesso di cose, è puramente formale: il Parlamento somalo.

Una strage – quella consumata ieri a Mogadiscio, con decine di vittime tra cui sei deputati – che per gravità si può comparare forse solo al massacro in Uganda compiuto dagli shabaab somali durante la finale del Mondiale di calcio africano. Allora, i miliziani islamici qaedisti dimostrarono la loro capacità di colpire fuori dal territorio somalo. Ieri, hanno certificato che possono continuare a fare qualsiasi cosa anche nella capitale. Dove resiste un potere che ha ormai riesce a proteggere se stesso solo grazie all’aiuto esterno dell’Amisom, il contingente armato dell’Unione Africana. In un momento che segna l’apice dello scontro armato in quella terra di nessuno che è diventata la Somalia, tornano drammaticamente sotto gli occhi di tutti tre elementi che da tempo sono oggetto della colpevole indifferenza internazionale: la costante e progressiva escalation del “conflitto di civiltà” tradotto in lingua somala; il potenziale militare raggiunto dal movimento dei “giovani islamici” e la certezza che proprio a Mogadiscio si combatte una guerra che va ben al di là dei confini del Corno d’Africa. Appena due giorni fa, un portavoce degli insorti, Sheikh Ali Mohamoud Rage, aveva annunciato in una conferenza stampa l’inizio di una vasta offensiva «contro gli invasori cristiani (dell’Amison) e il governo apostata».

Cristiani, appunto. Ugandesi, burundesi, etiopi e quindi “rappresentanti” sia di una fede “straniera”, sia di una nazione confinante. Un “link”, questo, che nella strategia mediatica di al–Qaeda (o di quello che in Somalia ormai è divenuto il primigenio progetto di Benladen) è sfruttato da tempo; quasi a significare un salto di qualità rispetto al terrore imposto dalle Corti islamiche (scalzate, si accusa, dai «cristiani etiopi»). Siamo di fronte al tentativo di catturare il sentimento della totalità della popolazione islamica della Somalia, che prima percepiva l’«invasore» come puro elemento esterno (e, forse, pacificatore) e ora, invece, dovrebbe somatizzare una elementare concezione di alterità e di ostilità basata sulla fede propria e altrui. Una condizione che i taleban hanno imposto con la violenza a Kabul, che gli shabaab hanno mutuato con le lapidazioni e le esecuzioni del passato e che ora vorrebbero però “raffinare”. Questo, inevitabilmente, porta al secondo elemento di analisi della situazione in Somalia: la forza militare. Da tempo, gli shabaab controllano più dei tre quarti del territorio e di fatto lo amministrano, così come nella capitale la loro presenza è ormai strategica. Che cosa quindi potrebbe vietare alle truppe fondamentaliste di riprendere il controllo dell’intera città? Ben poco e non certo la irrilevante presenza delle forze di pace. Molti analisti ritengono che la mancata presa del potere sia finalizzata a evitare quanto avvenuto subito dopo la vittoria delle Corti islamiche: la creazione, cioè, di quel «consenso regionale» tra gli Stati africani che aveva portato all’intervento armato dell’Etiopia a Mogadiscio.

Inoltre, come insegnano gli strateghi, attaccare è più semplice che difendere. Qui emerge il terzo elemento: l’apatia (per usare un eufemismo) internazionale. Gli Usa hanno promesso armi e logistica, ma di fatto nulla si è ancora visto.

L’Uganda, colpita al cuore a luglio, rinvia di giorno in giorno il rafforzamento del proprio contingente. E accanto al silenzio del mondo arabo, c’è quello dell’Occidente, scottato dalle disfatte del passato, dalle fallimentari missioni Onu e freddo, anzi gelido, di fronte alla prospettiva di un impegno in un territorio da decenni ormai fuori controllo. Da questo all’“implosione controllata” dello Stato somalo, controllata da quelli che semplicisticamente definiamo shabaab, il passo però è tristemente breve.