di Francesco Ognibene
Tratto da Avvenire del 30 novembre 2009

Resteranno a lungo nel cuore dei tanti che ie­ri hanno preso parte a Milano al convegno dei medici cattolici sulla dignità del nascere e morire le im­magini della neonata che a­pre gli occhi alla vita appena dopo la tracheotomia d’ur­genza per superare una crisi respiratoria alla nascita. Oc­chi sorpresi dal primo respi- ro, occhi grati, colmi di una quieta speranza. Occhi di chi è stato restituito alla vita quando tutto pareva perdu­to. Ecco: con quel breve filmato – e a molti in platea luccica­vano gli occhi – il direttore della Neonatologia alla Man­giagalli di Milano, Fabio Mo­sca, ha reso palpabile a tutti il senso dell’impegno dei medici che si battono per la vita senza lambiccarsi sulle zone grigie: «Dare una possi­bilità di giocarsela a quel 10% bambini che nasce con un problema più o meno grave». Non c’è l’ombra di accani­mento nelle parole e nella prassi clinica di Mosca, che all’Amci milanese ha porta­to la straordinaria testimo­nianza di chi conosce cosa sia la «dignità umana» per come l’ha definita don Ari­stide Fumagalli, il docente del Seminario di Venegono latore del saluto del cardina­le Dionigi Tettamanzi: «Ai punti estremi e più fragili del­la parabola terrena, quando viene accolto e si congeda – ha detto Fumagalli –, l’uomo mostra più evidente la sua natura di ‘essere affidato’, e l’appello che da essa nasce, quello di ‘essere preso in cu­ra’». Si rivela sempre più de­cisivo lo sguardo di chi ci ‘prende in cura’: se cioè sa vedere o meno, come ha sug­gerito il cardinale Carlo Ma­ria Martini in un suo mes­saggio, che «non è questione di alcune condizioni esterne, ma di qualcosa che inerisce il profondo della persona». Riportare il confronto alla questione decisiva della di­gnità (e non della ‘qualità’) è determinante per non la­sciarsi ingannare. Solo così è possibile «evitare l’urlato, la polemica e la contrapposi­zione rigida», come ha ricor­dato il presidente dell’Amci Milano, Giorgio Lamberten­ghi Deliliers alludendo in particolare alle decisioni di fine vita. Decisioni per le quali il pa­ziente non sempre ha la competenza e la serenità ne­cessarie: nei casi estremi de­scritti da Guido Bertolini, che guida il gruppo italiano per valutare gli interventi in te­rapia intensiva, è il medico a doversi prendere la respon­sabilità della scelta di conti­nuare con le cure o lasciare che sopravvenga la fine na­turale. Tra impedire la mor­te o non opporsi più a essa c’è grande differenza. Eppu­re il 62% di decessi nelle ria­nimazioni dovuti a desisten­za terapeutica sono stati let­ti come ‘eutanasia’, una di­storsione «aberrante e misti­ficatoria». Nelle scelte sul confine ulti­mo prende sempre più peso la consapevolezza che non si è soli davanti alla propria vita – l’ha spiegato il supe­riore per l’Italia dei gesuiti padre Carlo Casalone – ma che questa esiste solo come relazione. E se per Massimo Cacciari l’idea di libertà sot­tesa a una concezione utili­taristica dell’uomo resta ra­dicalmente incompatibile con quella cristiana, monsi­gnor Gianfranco Ravasi ri­trova nelle Scritture «il sen­so profondo del limite uma­no» e la somiglianza a Dio «nella vita e nell’amore: l’uo­mo è un io che si apre inin­terrottamente all’altro». Fuori di qui, c’è solo ideolo­gia di morte.