«The tree of life». Film che parla di Dio
di Marina Corradi
Tratto da Avvenire del 25 maggio 2011

Il film di Terrence Malick vincitore a Cannes, sorprendentemente, parla di Dio. Parla del dolore per un figlio morto in una famiglia americana di forse cinquant’anni fa: brava gente, di chiesa, il padre irrigidito in una durezza protestante, la madre amorosa e però come impotente a dare ai tre figli la certezza che la vita sia buona. Ma tutto il vivere onesto e pio della famiglia non evita che i figli siano infelici, e sospettosi, fra sé, che il Dio che pregano ogni mattina sia in realtà cattivo. Tutta una vita onesta e pia non risparmia la morte di un figlio, e quindi che nel dolore si alzi la straziata domanda di Giobbe.

Dunque il dolore, e il senso; certamente The tree of life (L’albero della vita) è un film religioso. Allora cos’è, il crescente senso di angoscia che può farsi largo in uno spettatore? È che il Dio cercato da questi genitori è unicamente il Dio del Vecchio Testamento: è il Creatore supremo, ordinatore del cosmo, Signore del Big bang. Un Dio che il regista Malick rappresenta in masse incandescenti di materia informe, galassie nascenti nell’universo di tenebre, abissi di oceani in cui nuotano oscure amebe informi. A questo Dio, confusa forma di luce e di vento, la madre offre infine il suo figlio perduto.

Donare un figlio a un Creatore così lontano e spaventevole? È questa l’angoscia che può prendere davanti a The tree of life. Il Dio sideralmente distante delle praterie americane raccontate da Malick non è il Dio che si è fatto uomo; non è Gesù Cristo, non è il Figlio nato da una donna. La domanda posta nel film sembra ripartire da un tempo remoto, di molto avanti Cristo; come se a Betlemme non fosse nato nessuno, e ancora si trovassero, gli uomini, a combattere con la possanza terribile di uno sconosciuto demiurgo; come se, ordinato il cosmo, Dio se ne fosse disinteressato.

E dunque soli, gli uomini, con il devastante peso del dolore e del male. Se manca Cristo manca l’incarnazione, manca la croce caricata su quelle spalle, manca la morte e la pietra del sepolcro che rotola. Manca la resurrezione e il perdono. Manca quindi la speranza.

È denso, allora, lo sgomento che si accumula in chi sta a guardare il dramma di questa famiglia americana. Non c’è, in tutto il film, una sola faccia amica, forte, certa; non c’è alcun uomo nella cui faccia buona ritrovare il volto di Cristo, come è accaduto in duemila anni di cristianesimo, come è accaduto anche pochi giorni fa, a Roma, per Wojtyla beato. Non c’è traccia di quel Dio incarnato da cui, ha detto pochi giorni fa Benedetto XVI, occorre «lasciarsi afferrare»; giacché tutti i nostri sforzi di onestà e rigore, di essere «buoni» con le nostre sole forze, possono alla fine fabbricare il padre duro e vuoto di questo film, e figli tristi e soli, che non credono in niente.

Splendida fotografia, narrazione intensa; e anche vero, come dicono e come ha titolato questo giornale, che questo film è una «preghiera»; preghiera però, come ai tempi di Paolo ad Atene, a un dio ignoto.

Altro dal nostro, di italiani, cattolici, abituati da sempre a incontrare un Dio fattosi bambino nelle Natività sui muri delle nostre chiese; abituati a cercarlo nei tratti intensamente carnali dei volti di Caravaggio. Come nella Vocazione di San Matteo, a San Luigi dei Francesi a Roma; dove un Cristo profondamente uomo e figlio e padre chiama, e Matteo attonito sembra domandare: “Io”? Nello sbalordimento di conoscere un Dio che ci chiama per nome.