Due domande in margine al caso Englaro. C’è una differenza tra essere liberi ed essere soli?

Nessun uomo è un’isola;
Nessuno uomo sta solo.
Ogni uomo è una gioia per me;
Il dolore di ogni uomo è il mio dolore.
Abbiamo bisogno l’uno dell’altro,
perciò io difenderò
ogni uomo come mio fratello;
ogni uomo come mio amico.
(John Donne, «Nessun uomo è un’isola»).

C’è una differenza tra vivere nel mondo in felice dipendenza dagli altri, e nella speranza, e vivere oscenamente di se stessi, della propria autodeterminazione, sempre sotto l’inflessibile e vano sguardo del proprio Io indulgente ma non misericordioso? Camillo Ruini, cardinale, ha posto la vera questione quando ha detto che non si può essere cattolici e al tempo stesso credere nell’autodeterminazione della propria vita (e della propria morte). Carlo Caffarra, cardinale, in una bella lettera diocesana di sabato scorso, ha chiamato le cose con il loro nome e ha aggiunto che non siamo solo cittadini di uno stato, apparteniamo a un genere comune, quello umano, che ha le sue regole innate, prima della costituzione dello stato, e siamo infine un animale, l’unico, capace di carità perché riconosce la dimensione metafisica della persona, la sua dignità intrinseca e il suo ethos anche nella sofferenza, non solo l’utilità o l’inutilità del suo bios.

Il mio amico Sofri cavilla, per eccesso di sentimento. Quando gli ho proposto il tema della libertà di nascere, un fatto definitorio di ogni possibile autodeterminazione del soggetto, mi ha contrastato, “contro Giuliano”, opponendomi la libera autodeterminazione della donna. Ora quella stessa libera autodeterminazione, esercitata per il nulla mediante aborto moralmente indifferente, diritto invece che peccato, converge verso il suo esito eutanasico naturale, raddoppia la sua logica, e definisce la buona morte non come possibilità acre dell’esistenza privata, come peccato che attenda di essere perdonato, ma come morale pubblica, come definizione di quale sia una vita degna di essere vissuta, come pedagogia laica ed esistenzialista, come cristianizzazione moderna e anticlericalismo d’antan, come eredità del Novecento totalitario dispensatore di morte a vite non degne di essere vissute.

Né Sofri né gli altri (pochi) con i quali conviene discutere si accorgono dell’obbrobrio fatto di cavilli in cui si sono impegolati. Il loro uomo-isola è libero di mangiare e di rifiutare il cibo, di vivere e suicidarsi, e noi tutti lì a osservare e a prendere lezioni di libertà. Con la chiusura del cerchio aborto-eutanasia si sutura il dare la morte per vivere liberi (libertà di procreazione) con il darsi la morte per essere vissuti liberi (libera autodeterminazione): due libertà per la morte in una. Le donne hanno sempre abortito, d’accordo. E gli uomini e le donne hanno sempre trovato modi, anche rituali, per “liberare” pietosamente l’estremo infermo senza accanirsi su di lui, d’accordo. Ma siamo noi i primi ad avere il privilegio civile di un aborto praticato come un diritto, o imposto come una pianificazione, e di una eutanasia procurata in pubblico, a mezzo di sentenza, con sequestro di un corpo sottratto a chi lo curava con le cautele della carità cristiana.

Giuliano Ferrara (Giuliano  Ferrara)