di Valentina Fizzotti
Tratto da Il Foglio dell’8 ottobre 2010

Milano. Nei primi due giorni di operatività sono arrivate ventidue richieste, ma sui tavoli di consultori e Centri di aiuto alla vita lombardi le domande si sono accumulate già a partire dall’estate.

Da quando cioè la regione Lombardia ha annunciato per il primo ottobre 2010 il lancio di Nasko, un fondo da cinque milioni di euro (il primo per quest’anno e il resto per il 2011) dedicato alle donne che rinunciano ad abortire per motivi economici. Il fondo – una novità assoluta nelle politiche italiane per la maternità, viene gestito direttamente dalla regione attraverso una piattaforma web e, come ha detto Roberto Formigoni, è “un provvedimento importante che conferma la nostra politica di tutela e promozione della maternità, della natalità e della famiglia”. Se le risorse si esaurissero in fretta, inoltre, potrebbero anche esserne stanziate altre. Perché in tutto il mondo complicato che gira attorno all’aborto e alle sue motivazioni più profonde e incomprensibili, fra timori e solitudine, oggi sei donne su dieci (stando ai numeri della clinica Mangiagalli di Milano) decidono di interrompere una gravidanza soprattutto perché hanno problemi di soldi. Perché se si comprano i pannolini non si paga il posto letto, perché con un pancione o un lattante fra i piedi non si può fare la domestica (e oltre al lavoro si perde l’alloggio), perché se si deve mantenere una nuova creatura agli altri figli non resta molto, perché la cassa integrazione a volte chiede di scegliere fra il pane e il latte. E perché statisticamente, davanti alle stesse umane difficoltà che una gravidanza sbatte in faccia a una donna (sarò capace di fare la madre? Lo voglio, questo figlio?), salendo le scale di un ospedale una donna bussa alla porta del consultorio chiedendo unicamente il foglio di via per l’intervento – e spesso se lo trova fra le mani senza tante chiacchiere, come a un distributore automatico – e invece un’altra chiede aiuto per potersi tenere suo figlio.

In Lombardia da venerdì scorso chi rinuncia ad abortire deve presentarsi entro i primi tre mesi di gravidanza in un consultorio o in un Cav accreditato e compilare la richiesta per ottenere una carta prepagata, che dà diritto a 250 euro al mese per 18 mesi. “Questa per noi è una svolta importante – ci dice Paola Marozzi Bonzi, fondatrice e responsabile del Centro di aiuto alla vita della Mangiagalli – perché ci permette di aiutare molte più donne”. Il suo Cav vive principalmente di donazioni e autofinanziamenti, e ha i conti in rosso da aprile: “Negli ultimi tempi su 70 o 80 richieste al mese riuscivamo ad aiutare soltanto sette o otto donne. Con questi soldi possiamo arrivare quasi a trenta. E’ la prima volta in Italia che si stanziano soldi pubblici per evitare che una donna abortisca per motivi economici”. Le donne che bussano alla porta del suo Cav sanno che il loro contratto di lavoro non sarà rinnovato, se tengono quel bambino. Sanno che nello stanzone in cui dormono con altre persone un neonato che passa la notte a piangere non ci potrà stare. Telefonano alla famiglia che è restata nel loro paese e si convincono che abortire è la scelta giusta perché la loro responsabilità è quella di continuare a mandare risparmi per posta. Certo 250 euro al mese non sono molto e i centri devono continuare a integrare gli aiuti, ma Nasko non è concepito soltanto come un bancomat. Del progetto fa parte un percorso di colloqui e incontri con la madre. “La prima vera causa di aborto è la solitudine – spiega Bonzi – è sufficiente vedere che nei casi in cui la famiglia di origine sostiene la madre, lei non abortisce”. E lo stesso vale per il ruolo giocato dagli uomini, padri che spesso si mettono in fuga appena scoprono di esserlo. O che invece accolgono la notizia con un “ma come faremo?”, ma si sentono rassicurati soltanto al pensiero di essere aiutati economicamente. “Ieri è venuta da me una coppia, lui era davvero disperato perché non prende lo stipendio da sei mesi. Alla fine, usciti da qui, hanno scelto di non abortire”.