Prima o dopo una proposta di insegnamento del Corano nelle scuole pubbliche qualcuno doveva farla. Man mano che la nostra società si avvia a diventare sempre più multireligiosa è facile che arrivino altre richieste. Sarebbe importante che la politica italiana non si faccia trovare impreparata sull’argomento.

Stefano Fontana editorialista del quotidiano online L’Occidentale, ha una tesi originale, lo strumento che la politica deve adoperare in questi casi non può essere quello religioso. Lo Stato è laico e quindi deve adoperare solo la ragione. Non si può quindi dire no all’insegnamento dell’Islam nelle scuole pubbliche per motivi di “cristianità”.

La politica che deve mirare al bene comune e non può essere indifferente davanti alle religioni. Non può considerarle tutte uguali. Quindi l’argomento quantitativo qui non trova posto. Si dice: ormai in certe zone 1 su 5 degli alunni delle scuole pubbliche è musulmano. Questo non è un argomento accettabile, perché bisogna chiedersi – con la ragione politica e quindi laicamente – se quella religione rientri nel concetto di bene comune che noi politicamente condividiamo e che è fissato, sempre provvisoriamente ma autorevolmente, nella nostra Costituzione. Se 1 alunno su 5 praticasse i riti woodoo, non avrebbe perciò titolo a pretendere dallo Stato un insegnamento apposito. (Stefano Fontana, L’ora di Islam a scuola? Frutto di una ragione politica debole, 19.10.09 L’Occidentale)

Quindi la politica proprio perché ha ricevuto il mandato dai cittadini di orientare al bene comune ha il dovere di giudicare, esaminare, discriminare le varie religioni e confrontarle con quello che c’è scritto nella nostra Costituzione, con la consapevolezza che essa non esprime una posizione di parte, ma incarna valori universali, come la libertà, l’uguaglianza, lo Stato di diritto, la parità uomo e donna, la famiglia tra un uomo e una donna a fondamento della società e così via. Del resto inclusione non può voler dire spostarsi un po’ per far posto anche all’altro, a qualsiasi altro. Vuol dire costruire con la ragione un quadro di valori umani, una cornice del bene comune e dentro questa cornice far posto a chi la condivide, pur se di religione o di cultura diversa. Senza di ciò non si dà vera inclusione. Questo compito è eminentemente politico e la politica che se ne volesse esimere, limitandosi ad accogliere senza includere, non svolgerebbe il proprio ruolo.

Da questo esame che il Parlamento italiano è tenuto a fare, invece di impelagarsi in tutt’altri esami (gossip e amenità varie) può arrivare al risultato che alcune religioni promuovono l’accoglienza e la dignità umana, valorizzano la libertà e l’uguaglianza, danno garanzie sul rispetto dello Stato di diritto contro ogni forma di integralismo o fanatismo politico. In primo luogo questo è il caso del Cristianesimo, come dimostra il fatto stesso della nostra vita politica attuale, frutto non di una qualsiasi civiltà, ma di una civiltà nata dal cristianesimo.

Tra l’altro se oggi noi possiamo discutere se fare o no l’ora di insegnamento del Corano nelle scuole pubbliche lo si deve anche ai principi di libertà frutto della civiltà cristiana, scrive Fontana. Nei paesi musulmani non si apre nessun dibattito analogo e speculare. Ma è il caso anche di altre religioni. Ci si chiede se sia il caso dell’Islam. Su questo possiamo almeno dire che la questione è aperta e che meriterebbe un approfondimento che la politica non può esimersi dal fare. L’accoglienza non può consistere nell’includere un corpo estraneo, che rimarrà tale anche se incluso, e che metterà in pericolo la necessaria solidarietà del corpo politico su alcuni fondamentali baluardi della dignità umana. Mi sembra di risentire le stesse parole del cardinale Giacomo Biffi all’inizio del duemila. A questo proposito sono da condividere le tesi espresse dal cardinale Angelo Bagnasco di qualche settimana fa in un’intervista al Corriere della Sera. La nostra identità, non intesa in senso esclusivista e chiuso ma vista come condivisione matura e razionale di alcuni valori legati alla dignità della persona e ai fondamenti della società, verrebbe compromessa se si accogliesse nella scuola pubblica l’insegnamento dell’Islam.

Il discorso di Bagnasco però non deve essere inteso solo in senso storico e culturale; a riguardo dell’ora di insegnamento della religione cattolica e del Concordato, giustamente il cardinale disse senza conoscere il cristianesimo non sarebbero comprensibili la nostra arte o la nostra letteratura. Certo, anche questo, ma non solo, la ragione politica deve anche misurarsi con la verità delle religioni e considerare se i loro insegnamenti sono utili al bene comune o meno. Non si tratta di limitare la libertà di religione, ma di vedere se e quando lo Stato possa assumere pubblicamente un rapporto con una religione. Il criterio laico, razionale e politico non può essere che uno: quando quella religione non contraddice i diritti fondamentali dell’uomo, non si oppone su punti qualificanti al bene comune, non predica la violenza o non discrimina la donna. La religione islamica si attiene a questi criteri? Potrebbero rispondere Hina e Sanaa. Ma la politica può utilizzare questo criterio se è in grado di fissare dei principi non convenzionali, quei principi inderogabili di cui spesso fa riferimento Benedetto XVI, in altre parole di non essere relativista sul piano dei valori. Se non è “capace di verità”, cioè discriminare, l’alternativa è quella che ha scritto il senatore Marcello Pera nel suo splendido libro, Perché dobbiamo dirci cristiani, se una comunità di  cannibali si trasferisce a Roma, il sindaco ha il dovere di riconoscergli il diritto al pasto?

DOMENICO BONVEGNA