La crisi del debito
di Marcello Messori
Tratto da Il Corriere della Sera del 17 novembre 2010

L’affermazione del presidente del Consiglio europeo Van Rompuy, secondo cui gli squilibri interni agli Stati- membri più fragili dell’Unione monetaria europea rischiano di compromettere la stabilità e la stessa esistenza dell’euro, può apparire eccessiva. Essa ha però il merito di segnalare che la gravità delle tensioni, aperte dalla crisi greca della primavera scorsa e oggi riproposte dall’autunno della finanza irlandese e dalla vulnerabilità portoghese, non va misurata sui singoli e diversi casi nazionalima riguarda tutti i Paesi dell’area dell’euro. È poco produttivo limitarsi a sottolineare che le gravi difficoltà della Grecia derivano dalle sconsiderate politiche di bilancio del recente passato o che l’Irlanda è sopraffatta dalla bancarotta di gruppi bancari troppo grandi per le dimensioni del Paese, illudendosi che la soluzione consista nella cura separata di ognuno di questi mali.

Ovviamente, una volta che l’incendio è scoppiato, l’intervento ad hoc dei vigili del fuoco diventa inevitabile. Si tratta però anche di riconoscere che l’area monetaria europea è ormai troppo integrata perché gli squilibri interni a uno Stato-membro non trovino una corrispondenza in un altro punto dell’Unione. Così le banche tedesche e francesi sono vulnerabili al rischio di default greco e irlandese; e la competitività delle imprese tedesche o francesi sarebbe compromessa da un mercato interno europeo stagnante o — peggio — in disfacimento. Il segnale, implicito nell’ammonimento di Van Rompuy, è pertanto che la vera soluzione alle tensioni europee consiste in un progressivo ma rapido rafforzamento delle politiche di bilancio pubblico.

Se si percorresse tale strada, peraltro già lambita con la riforma della vigilanza europea nei mercati finanziari e con il varo dei meccanismi di prevenzione delle crisi, alcuni degli incubi della signora Merkel e del signor Sarkozy si paleserebbero come falsi problemi. In un’Unione monetaria con un grado crescente di integrazione fiscale, non avrebbe senso chiedersi se il salvataggio di uno Stato-membro in crisi debba comportare la «punizione» dei detentori privati dei relativi titoli pubblici o se il governo di uno Stato- membro in difficoltà possa rifiutare l’aiuto europeo fino a che non si trova sull’orlo del baratro. Le difficoltà nazionali andrebbero, infatti, trattate come squilibri «locali» dell’area; e la ricerca di una loro realistica soluzione andrebbe assunta a livello europeo.

In quest’ottica, come prova il limitato ma decisivo utilizzo dei programmi pubblici disegnati dall’amministrazione Obama nella primavera del 2009, il fondo per la stabilità finanziaria dell’Unione Europea (stanziato con il Fondo monetario internazionale) sarebbe sufficiente a fronteggiare i focolai di tensione; e la sanzione più severa per chi governa gli Stati-membri all’origine di tali focolai sarebbe data dalla perdita di una quota di sovranità nazionale a favore di chi è virtuoso e può così esercitare una forte influenza sulle soluzioni europee.