Accanimento terapeutico: i medici rispondono alle polemiche. Martini non era attaccato a una macchina per continuare a vivere

GIACOMO GALEAZZI
da Vatican Insider

Battaglia sull’addio di Martini. Ad aprire il fuoco sono stati i Radicali che, a poche ore dal decesso, hanno avviato il tam tam su tv e Web: la Chiesa non ha nulla da dire sulla scelta del cardinale di evitare l’accanimento terapeutico mentre era fermamente contraria all’interruzione dei trattamenti sanitari nei casi Englaro e Welby. «Martini è il Welby della Chiesa», attacca Mario Riccio, medico anestesista e rianimatore all’Ospedale di Cremona, che nel dicembre 2006 ha interrotto il trattamento che teneva in vita Piergiorgio Welby. Beppino Englaro, il padre di Eluana aggiunge: «È diritto di ognuno lasciarsi morire». La radicale Maria Antonietta Coscioni sostiene che «Martini ha potuto rivendicare un suo diritto che ad altri è negato» e Paola Concia (Pd) accusa la Chiesa di incoerenze: «Trovi pace». Su Radio Vaticana il genetista della «Cattolica» Roberto Colombo definisce «un paragone del tutto arbitrario e per nulla fondato, né medicalmente né moralmente» l’accostamento fatto da media e esponenti politici tra il porporato ed Englaro e Welby. La rinuncia di Martini ad essere alimentato tramite sondino dopo che l’ultima crisi l’aveva reso non più in grado di deglutire cibi, né solidi né liquidi era infatti «determinata dall’avvicinarsi ormai imminente della morte di cui il cardinale era pienamente cosciente», e non dal desiderio di accelerarne l’arrivo. «La morte di una grande figura, come Martini è stata strumentalizzata per fini squallidi», denuncia l’emittente pontificia. «La scelta di Martini è coerente col normale insegnamento della Chiesa, la rinuncia all’accanimento terapeutico è legittima», ribadisce il portavoce vaticano padre Federico Lombardi.

«Per Martini la fine era inevitabile, per Englaro e Welby no», spiega Giovanni Zaninetta, primario alla «Domus salutis» di Brescia. «Su un 85enne in fin di vita col Parkinson non ha mai senso accanirsi – concorda Girolamo Sirchia, luminare di immunoematologia e ministro della Salute dal 2001 al 2005-. La stessa terribile malattia aveva tolto il respiro a Giovanni Paolo II: è un morbo neurodegenerativo con crisi sempre più gravi. Non c’è modo di porvi rimedio». Gianni Pezzoli, direttore dell’unità di Neurologia del Centro Parkinson degli Istituti clinici di perfezionamento di Milano e medico del porporato gesuita, sgombra il campo da ogni equivoco. «Martini è stato sempre molto scrupoloso nell’assumere farmaci, e non ha mai detto: “questo non lo voglio”- sottolinea Pezzoli- L’accanimento terapeutico è una pratica scorretta che non viene attuata. Può esserci qualche dubbio nel caso di persone giovani, ma in questo caso non vi è mai stata esitazione.

La prognosi era del tutto sfavorevole. Il cardinale seguiva una terapia molto complessa ma non era attaccato ad alcuna macchina. Il suo è stato il decorso tranquillo di una malattia durata quasi 17 anni. Sapeva di essere in una fase terminale della sua malattia. Un testimonial straordinario per tutti i pazienti con il Parkinson, per la forza che ha dimostrato di fronte alla malattia». Questa, fuori ogni polemica, l’ultima lezione di Martini.