di Anna Bono
Tratto da La Bussola Quotidiana

Dopo la sospensione del decreto di espulsione, a Kate Omoregbe, la donna nigeriana che ha chiesto asilo politico in Italia sostenendo di rischiare la lapidazione se rimpatriata, la Commissione territoriale incaricata di esaminare il suo caso ha deciso per la concessione di un permesso di soggiorno per motivi umanitari, che le consente di soggiornare in Italia per un anno ed è rinnovabile. Invece le sono stati rifiutati lo status di rifugiato, ai sensi della Convenzione di Ginevra, e la protezione sussidiaria, accordata agli stranieri che in patria rischiano di subire gravi danni (condanna a morte, tortura e altre violenze, sfruttamento…).

Sembra dunque che anche chi ha esaminato il caso di Kate abbia fondati dubbi sul versante nigeriano della vicenda.

E qui, o Franco Corbelli – il leader del Movimento diritti civili che ha organizzato la campagna in difesa di Kate – sconta dei notevoli difetti di comunicazione e non si è spiegato bene, oppure i giornalisti e gli attivisti dei diritti umani italiani sono in gran parte impreparati quando si tratta di vicende come quella in questione.

Il risultato è che alcune migliaia di persone di buona volontà hanno firmato un appello in favore di Kate Omoregbe, indirizzato al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, senza sapere esattamente di che cosa si trattasse. Anche perché chi ha tenuto in mano le informazioni sul caso, ha dato pochi dettagli e vaghi, il che impedisce una precisa verifica del racconto, che in ogni caso – conoscendo la situazione della Nigeria – appare se non poco credibile almeno molto forzato.

Quasi tutti i mass media hanno riportato che la donna rischia la lapidazione perché ha rifiutato un matrimonio combinato e la conversione all’islam. Qualcuno ha aggiunto che si temono ritorsioni da parte dei parenti del marito respinto.

Quanto al matrimonio combinato, e imposto, in effetti le tradizioni di molte etnie africane lo prevedono. Si tratta di un’istituzione tipica delle società arcaiche, tuttora molto praticata non solo in Africa, ma anche in Asia. Ogni anno in questi due continenti si celebrano centinaia di migliaia di matrimoni decisi da famiglie che propongono ed eventualmente impongono ai loro figli – alle femmine, ma anche ai maschi – le loro scelte. “Piacersi – dicono i Mijikenda del Kenya – riguarda le persone, sposarsi è affare delle loro famiglie”. Centinaia di etnie prevedono inoltre che per una moglie si paghi il cosiddetto ‘prezzo della sposa’, una somma di denaro oppure dei beni in natura il cui ammontare viene discusso e concordato dai genitori dei futuri coniugi.

All’età di 34 anni, e dopo dieci anni di assenza, l’eventualità che Kate Omoregbe sia costretta a un matrimonio combinato sembra remota. Però, nel caso che la sua etnia – che comunque non è stata resa nota – pratichi quell’istituzione, potrebbe darsi che, per lei, ai suoi genitori il prezzo della sposa fosse stato corrisposto. La sua fuga li avrebbe costretti a restituirlo. Se invece avessero rifiutato di farlo, o non ne fossero stati in grado, allora le regole tradizionali imporrebbero che Kate venisse consegnata al suo legittimo proprietario che ha pagato e che la reclama. Resterebbe sempre possibile evitarlo rimborsando l’importo senza neanche calcolare gli interessi maturati, se il marito è islamico.

Tuttavia in Nigeria, così come nella maggior parte dei paesi africani, la Costituzione prevede che il diritto consuetudinario, tribale, possa continuare a essere rispettato, essenzialmente per quel che riguarda le leggi di successione e di famiglia, ma solo a condizione che le parti in causa siano d’accordo. In caso contrario, prevale la legge nazionale e ad essa Kate potrebbe appellarsi.

Quanto alla lapidazione, in Nigeria nessuna donna cristiana – e per fortuna nessuna donna, benché due in passato abbiano corso il rischio, Amina Lawal e Safiya Husseini – è mai stata lapidata. I cristiani infatti non sono soggetti alla shari’a, la legge coranica, nemmeno nei 12 stati settentrionali della federazione, quelli a maggioranza islamica, che l’hanno adottata a partire dal 1999, violando peraltro la Costituzione che assimila la shari’a alle leggi tribali, consuetudinarie, e quindi, come si è detto, ne ammette l’applicazione solo in materia di diritto civile.

Quasi tutti i mass media hanno scritto che Kate Omoregbe ha rifiutato di convertirsi all’islam il che implicherebbe che è nata in una famiglia cristiana. Diversa sarebbe la situazione se la sua famiglia – come si legge solo su alcuni mass media – fosse invece islamica e lei si fosse convertita al cristianesimo perché la shari’a prevede la pena di morte per il reato di apostasia. Vi è poi un caso in cui chiunque, anche se di fede non islamica, può essere condannato a morte in base alla legge coranica ed è la bestemmia contro Allah: è il reato commesso, ad esempio, dallo scrittore di origine indiana Salman Rushdie, con il libro “I versi satanici”. La sua condanna a morte emessa dall’Iran si estende tuttora a tutti coloro che hanno partecipato alla divulgazione del libro. È costata la vita al traduttore giapponese del romanzo, mentre il traduttore italiano dell’opera, Ettore Capriolo, è stato ferito nel corso di un attentato nel 1991.

Con la morte, nel 2004, è stato punito anche l’olandese Theo Van Gogh, autore del cortometraggio ‘Submission’, ritenuto per il suo contenuto – una denuncia delle violenze istituzionalizzate subite dalle donne islamiche – un oltraggio ad Allah. Una condanna a morte incombe anche su Ayan Hirsi Ali, la donna somala, ora residente negli Stati Uniti, che aveva scritto i testi del cortometraggio e che da allora vive sotto scorta. Comunque, è bene sottolinearlo, nessuno di questi casi ha a che fare con la Nigeria.

Comunque sia, se in futuro Kate Omoregbe vorrà o dovrà tornare in patria, una relativa sicurezza le deriverà dalla scelta di vivere in uno dei 24 stati nigeriani che non applicano la legge coranica. Potrebbe essere utile incominciare a pensare a una nuova raccolta di firme: questa volta indirizzata al Presidente della repubblica nigeriano affinché si impegni a garantire a Kate il diritto di abitare dove meglio crede, per la propria sicurezza, e una ferma applicazione delle leggi nigeriane a sua tutela.