ROMA, martedì, 7 settembre 2010 (ZENIT.org).- A due anni dai pogrom anticristiani nello Stato indiano dell’Orissa, in 20 villaggi del distretto di Kandhamal più di 4.000 persone subiscono ancora discriminazioni sociali e conversioni forzate da parte degli indù.

Oltre alla paura di minacce e alla totale esclusione dall’economia locale, rivela AsiaNews, ai cristiani è proibito anche usare l’acqua delle fontane pubbliche e raccogliere legna nella foresta.

“La gente vive ancora nella miseria. Hanno diritto a vivere una vita dignitosa e il Governo dell’Orissa ha l’obbligo di proteggere i cristiani da questi trattamenti disumani”, ha affermato l’Arcivescovo di Cuttack-Bhubaneswar, monsignor Raphael Cheenath.

Il presule ha invitato le autorità locali a risarcire le persone colpite dai pogrom rimaste senza casa e ha denunciato l’insufficienza delle compensazioni erogate fino a questo momento: circa 800 euro per le case completamente distrutte e 300 euro per quelle parzialmente danneggiate.

“Lo Stato dovrebbe aumentare i finanziamenti, da 800 euro ad almeno 3mila a seconda del danno. Solo così, potranno essere ricostruite chiese, scuole, sedi di organizzazioni e istituti”, ha dichiarato.

Monsignor Cheenath ha inoltre sottolineato che è stata fatta un’assegnazione arbitraria dei finanziamenti, senza consultare le vittime.

Tra il dicembre 2007 e l’agosto 2008, gli estremisti indù hanno ucciso 93 persone, bruciato e depredato più di 6.500 case, distrutto oltre 350 chiese e 45 scuole. I pogrom hanno provocato lo sfollamento di più di 50.000 persone.

Gran parte degli autori dei crimini è a tutt’oggi in libertà, e al processo presso il tribunale di Kandhamal i testimoni sono stati messi a tacere con minacce e discriminazioni.

Dal 22 al 24 agosto, vittime, attivisti per i diritti umani e leader religiosi hanno organizzato un tribunale popolare a Nuova Delhi per far luce sui fatti e chiedere l’intervento del Governo centrale indiano.