Udienza di Benedetto XVI ai membri del Tribunale della Rota Romana

ROMA, venerdì, 29 gennaio 2010 (ZENIT.org).- Il processo canonico di nullità del matrimonio deve essere portato avanti sempre ricercando la verità e accertando lo stato del vincolo coniugale, senza disgiungere la carità dalla giustizia o cedere a “richieste soggettive”.

E’ quanto ha detto questo venerdì Benedetto XVI nel ricevere in udienza i membri del Tribunale della Rota Romana, in occasione dell’inizio dell’Anno giudiziario.

Il Tribunale Apostolico della Rota Romana è un tribunale ordinario di appello della Santa Sede le cui origini sono da ricercare in quella Cappella Domini Papae a cui il Pontefice Innocenzo III, sin dal XII secolo, affidò il compito di istruire in suo nome le cause, inviate per la loro risoluzione a Roma.

Nel suo discorso il Papa ha parlato del compito giuridico-pastorale dei giudici a partire da una riflessione sul rapporto fra giustizia, carità e verità in cui ha richiamato quanto già affermato nella “Caritas in Veritate”.

“Occorre prendere atto – ha osservato il Santo Padre all’inizio – della diffusa e radicata tendenza, anche se non sempre manifesta, che porta a contrapporre la giustizia alla carità, quasi che una escluda l’altra”.

“Alcuni ritengono – ha continuato – che la carità pastorale potrebbe giustificare ogni passo verso la dichiarazione della nullità del vincolo matrimoniale per venire incontro alle persone che si trovano in situazione matrimoniale irregolare”.

“La stessa verità, pur invocata a parole, tenderebbe così ad essere vista in un’ottica strumentale, che l’adatterebbe di volta in volta alle diverse esigenze che si presentano”, ha commentato.

Poco prima, nel suo indirizzo di saluto al Santo Padre, mons. Antoni Stankiewicz, Decano della Rota Romana, aveva accennato a una “diffusa tendenza che relativizza la verità” avvertita soprattutto nelle dichiarazioni di nullità del matrimonio, tanto da tramutarle “in una facile via per la soluzione dei matrimoni falliti, svuotando così sia il senso della dichiarazione di nullità, sia il senso della stessa indissolubilità”.

Al Papa il Decano della Rota Romana – secondo quanto riferito da “L’Osservatore Romano” – aveva poi confessato che ogni “giudice sperimenta sovente la difficoltà di effettuare una giusta ed equa composizione tra le istanze legittime dei fedeli, che rivendicano i loro diritti presso il foro ecclesiale, e la forza vincolante dei sacri canones che disciplinano le esigenze dello ius divinum positivum et naturale sull’istituto matrimoniale”.

A questo proposito, Benedetto XVI ha ricordato nel suo discorso che l’azione di chi opera nel campo del Diritto deve essere guidata dalla giustizia e finalizzata alla “salvezza delle anime”.

Rivolgendosi in particolare agli avvocati, il Pontefice li ha quindi invitati a “porre ogni attenzione al rispetto della verità delle prove” ma anche a “evitare con cura di assumere, come legali di fiducia, il patrocinio di cause che, secondo la loro coscienza, non siano oggettivamente sostenibili”.

In caso di dubbio, ha chiarito, è necessario tenere sempre per ferma l’indissolubilità del matrimonio, che “si deve intendere valido fino a che non sia stato provato il contrario. Altrimenti, si corre il grave rischio di rimanere senza un punto di riferimento oggettivo per le pronunce circa la nullità, trasformando ogni difficoltà coniugale in un sintomo di mancata attuazione di un’unione il cui nucleo essenziale di giustizia – il vincolo indissolubile – viene di fatto negato”.

Allo stesso tempo, ha continuato, “è importante adoperarsi fattivamente ogni qualvolta si intraveda una speranza di buon esito, per indurre i coniugi a convalidare eventualmente il matrimonio e a ristabilire la convivenza coniugale”.

Tuttavia, un errore da evitare è quello di mostrarsi accondiscendenti, sulla base di “richiami pseudopastorali”, verso le richieste dei contraenti che fanno pressione “per giungere ad ogni costo alla dichiarazione di nullità, al fine di poter superare, tra l’altro, gli ostacoli alla ricezione dei sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia”.

“Il bene altissimo della riammissione alla Comunione eucaristica dopo la riconciliazione sacramentale, esige invece di considerare l’autentico bene delle persone, inscindibile dalla verità della loro situazione canonica”, ha osservato il Papa.

“Sarebbe un bene fittizio – ha detto – , e una grave mancanza di giustizia e di amore, spianare loro comunque la strada verso la ricezione dei sacramenti, con il pericolo di farli vivere in contrasto oggettivo con la verità della propria condizione personale”.

Infine il Papa ha sottolineato come “sia la giustizia, sia la carità postulino l’amore alla verità e comportino essenzialmente la ricerca del vero”.

“Senza verità la carità scivola nel sentimentalismo. L’amore diventa un guscio vuoto, da riempire arbitrariamente”, ha detto.

E’ questo, ha concluso, il “fatale rischio dell’amore in una cultura senza verità. Esso è preda delle emozioni e delle opinioni contingenti dei soggetti, una parola abusata e distorta, fino a significare il contrario”.