di don Antonello Iapicca

Quello che muove la vita di ogni uomo è l’insopprimibile desiderio di qualcosa che dia senso e compimento non effimero alle nostre esistenze. Qualcosa che vinca la morte. L’omelia del Papa nella notte di Pasqua ha illuminato il dramma e la speranza, “la resistenza che l’uomo oppone alla morte: da qualche parte dovrebbe pur esserci l’erba medicinale contro la morte…” o almeno “di eliminare il maggior numero possibile delle sue cause, di rimandarla sempre di più; di procurare una vita sempre migliore e più lunga. Ma riflettiamo un momento: come sarebbe veramente, se si riuscisse, magari non ad escludere totalmente la morte, ma a rimandarla indefinitamente, a raggiungere un’età di parecchie centinaia di anni? Sarebbe questa una cosa buona? L’umanità invecchierebbe in misura straordinaria, per la gioventù non ci sarebbe più posto. Si spegnerebbe la capacità dell’innovazione e una vita interminabile sarebbe non un paradiso, ma piuttosto una condanna. La vera erba medicinale contro la morte dovrebbe essere diversa. Non dovrebbe portare semplicemente un prolungamento indefinito di questa vita attuale. Dovrebbe trasformare la nostra vita dal di dentro. Dovrebbe creare in noi una vita nuova, veramente capace di eternità: dovrebbe trasformarci in modo tale da non finire con la morte, ma da iniziare solo con essa in pienezza”. E’ qui che si gioca il destino dell’uomo.

Non si tratta di rattoppare le esistenze, tutti abbiamo bisogno di vita nuova capace di eternità, che non finisce con la morte, non solo quella fisica, ma anche quella che determina i fragili confini della convivenza, nel matrimonio, nella famiglia, nel lavoro, tra gli amici. Una vita che zampilli dentro e sia capace di custodire la fedeltà e la castità; capace di perdonare anche le offese più gravi e amare anche i nemici; capace di non chiudersi nell’egoismo che spinge ad offrire a se stessi persone e cose facendo dell’adolescenza e della gioventù una corsa sfrenata ad accaparrare esperienze che sfregiano la propria e l’altrui dignità; una vita capace di schiudersi alla vita, accogliendo i figli che Dio ha pensato in una paternità realmente responsabile davanti alla volontà divina e non alle proprie esigenze, seguendo il Magistero di Verità della Chiesa come apparso, ad esempio, nell’Enciclica Humanae Vitae; una vita capace di donarsi senza riserve e frustrazioni legate all’inganno del prestigio e del potere nel quale il clericalismo insudicia il Ministero creando i presupposti per abomini che infergono ferite profonde e dolorosissime alla Chiesa e alla sua autorità. La vita eterna che ci viene donata nel Battesimo. “Ciò che è nuovo ed emozionante del messaggio cristiano, del Vangelo di Gesù Cristo, era ed è tuttora questo, che ci viene detto: sì, quest’erba medicinale contro la morte, questo vero farmaco dell’immortalità esiste. È stato trovato. È accessibile. Nel Battesimo questa medicina ci viene donata. Una vita nuova inizia in noi, una vita nuova che matura nella fede e non viene cancellata dalla morte della vecchia vita, ma che solo allora viene portata pienamente alla luce”. La vita capace di eternità è la Grazia del Battesimo che matura nella fede. Nel mezzo della tempesta che si è abbattuta sulla Chiesa, tra le tante, troppe voci che si alzano per accusare ma anche per difendere a somiglianza di quegli amici di Giobbe pronti a sproloquiare in nome della propria presunta sapienza e smentiti senza appello da Dio, il Papa rilancia la questione decisiva. Non si difende, non lo ripeteremo mai abbastanza. Non ribatte alle accuse, ad immagine del Signore di cui è Vicario, non scende a compromessi con il mondo. Solo ribadisce la Verità e così tiene saldo sulla rotta il timone della Barca che gli è affidata.

Il Battesimo e la Vita che ne scaturisce sono il cuore della Chiesa, il nucleo sempre vivo dell’annuncio che ha trapassato i secoli: Cristo è risorto, ha vinto la morte e dona ad ogni uomo la Vita capace di eternità. Ogni vero rinnovamento, ogni conversione deve tornare all’origine di questo annuncio. “A questo alcuni, forse molti risponderanno: il messaggio, certo, lo sento, però mi manca la fede. E anche chi vuole credere chiederà: ma è davvero così? Come dobbiamo immaginarcelo? Come si svolge questa trasformazione della vecchia vita, così che si formi in essa la vita nuova che non conosce la morte?”. In fondo queste domande sono le stesse che si nascondono anche in tutti noi che assistiamo sgomenti agli eventi drammatici di questi giorni: come si svolge la trasformazione della vecchia vita della Chiesa, delle Curie, dei presbiteri, dei fedeli? Come si può formare la vita nuova che non conosce la morte, l’unica capace di riscattare la Chiesa ridonandole credibilità e autorità nell’adempimento della sua missione? “Precisamente questo – l’essere rivestiti col nuovo abito di Dio – avviene nel Battesimo… Certo, questo cambio delle vesti è un percorso che dura tutta la vita. Ciò che avviene nel Battesimo è l’inizio di un processo che abbraccia tutta la nostra vita – ci rende capaci di eternità”. Per il Papa la risposta al dramma che sta vivendo la Chiesa, come a quelli che affliggono il cuore di ogni uomo è un cammino, un processo di tutta la vita attraverso il quale si realizzi la trasformazione nella vita nuova che rende capaci di eternità. Un cammino per preti e vescovi, per mariti e mogli, per figli e figlie, per tutti. Un percorso attraverso il quale, giorno dopo giorno, si rinnova la rinuncia al demonio, il grande avvelenatore di questo mondo, che attenta pericolosamente anche la Chiesa: “Questa rinuncia costituisce una parte essenziale del Battesimo. In esso leviamo le “vesti vecchie” con le quali non si può stare davanti a Dio. Detto meglio: cominciamo a deporle. Questa rinuncia è, infatti, una promessa in cui diamo la mano a Cristo, affinché Egli ci guidi e ci rivesta. Quali siano le “vesti” che deponiamo, quale sia la promessa che pronunciamo, si rende evidente quando leggiamo, nel quinto capitolo della Lettera ai Galati, che cosa Paolo chiami “opere della carne” – termine che significa precisamente le vesti vecchie da deporre. Paolo le designa così: “fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere” (Gal 5,19ss). Sono queste le vesti che deponiamo; sono vesti della morte”. Accanto alla rinuncia cominciata nel Battesimo si apre ogni giorno il cammino nella vita nuova: “Poi il battezzando nella Chiesa antica si volgeva verso oriente – simbolo della luce, simbolo del nuovo sole della storia, nuovo sole che sorge, simbolo di Cristo. Il battezzando determina la nuova direzione della sua vita: la fede nel Dio trinitario al quale egli si consegna. Così Dio stesso ci veste dell’abito di luce, dell’abito della vita. Paolo chiama queste nuove “vesti” “frutto dello Spirito” e le descrive con le seguenti parole: “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22). Nella Chiesa antica, il battezzando veniva poi veramente spogliato delle sue vesti. Egli scendeva nel fonte battesimale e veniva immerso tre volte – un simbolo della morte che esprime tutta la radicalità di tale spogliazione e di tale cambio di veste. Questa vita, che comunque è votata alla morte, il battezzando la consegna alla morte, insieme con Cristo, e da Lui si lascia trascinare e tirare su nella vita nuova che lo trasforma per l’eternità. Poi, risalendo dalle acque battesimali, i neofiti venivano rivestiti con la veste bianca, la veste di luce di Dio, e ricevevano la candela accesa come segno della nuova vita nella luce che Dio stesso aveva accesa in essi. Lo sapevano: avevano ottenuto il farmaco dell’immortalità, che ora, nel momento di ricevere la santa Comunione, prendeva pienamente forma. In essa riceviamo il Corpo del Signore risorto e veniamo, noi stessi, attirati in questo Corpo, così che siamo già custoditi in Colui che ha vinto la morte e ci porta attraverso la morte”. Ecco descritto dal Papa lo splendore del tesoro della Chiesa, il seno di misericordia attraverso il quale durante i secoli un’infinita schiera di uomini hanno visto rinascere in loro la gioia e la speranza. Ma, oggi, quanti, nella Chiesa, oggi vive in questa certezza che animava la Chiesa dei primi secoli? E’ questo il quesito fondamentale cui non possiamo sfuggire.

Chi assume un’aspirina sperimenta sollievo dal malessere e può riprendere l’attività normale. Chi si nutre del farmaco dell’immortalità vive una vita oltre la morte. Guardiamoci attorno, oltre il fenomeno dei preti pedofili, gravissimo ed esorbitante ma comunque marginale rispetto alla stragrande maggioranza dei preti. E’ piuttosto il divorzio tra fede e vita la reale voragine che sta erodendo credibilità alla Chiesa. La carenza di testimoni, accanto alla quasi assoluta cecità rispetto al problema. Sembra addirittura che la questione pedofilia stia assumendo i contorni di un redde rationem tra fautori e antagonisti del Concilio Vaticano II, progressisti e tradizionalisti. E questo è ancor più grave perchè, strumentalizzando ideologicamente il magistero e la guida pastorale di Benedetto XVI, se ne vanificano l’uno e l’altra. Il Papa ha scritto inequivocabilmente ai fedeli d’Irlanda e a tutta la Chiesa: conversione e formazione. La notte di Pasqua il Papa ha di nuovo posto al centro il battesimo, il cuore del cristianesimo. Ad esso e all’iniziazione cristiana che esso immediatamente rimanda, occorre tornare. La questione decisiva è questa: il Mistero Pasquale è vissuto o no dal Popolo di Dio? Giovanni Paolo II ha speso la sua vita e i suoi anni da Pastore universale ad evangelizzare ogni angolo della terra per risvegliare la Chiesa al suo compito precipuo, annunciare il Vangelo e formare un Popolo che mostri al mondo i segni di una fede adulta. Per questo ha aperto le porte al soffio dello Spirito e ai carismi che esso ha donato negli anni post-conciliari, indicando la retta ermeneutica dell’assise vaticana. Ed ora, irresponsabilmente, Giovanni Paolo II è fatto salire sul banco degli imputati in un’ipocrita difesa di Benedetto XVI, tesa malcelatamente ad affossare il Concilio.

“Nel corso dei secoli, i simboli sono diventati più scarsi, ma l’avvenimento essenziale del Battesimo è tuttavia rimasto lo stesso. Esso non è solo un lavacro, ancor meno un’accoglienza un po’ complicata in una nuova associazione. È morte e risurrezione, rinascita alla nuova vita”. Senza segni non possiamo vivere. Se mancano ce li facciamo da soli perchè essi rimandano ai contenuti che sostanziano le nostre vite. I piercing e i tatuaggi son segni che esprimono un contenuto, angosciante, ma è comunque quello che muove molta gioventù. I segni che definiscono la società contemporanea sono quelli del neopaganesimo che ha cancellato Dio dall’orizzonte. Prendiamo sul serio allora le parole del Santo Padre, ritorniamo alla ricchezza dei simboli che hanno arricchito la Chiesa dei primi secoli e che ora sono divenuti più scarsi. Ovvero, torniamo ai contenuti fondanti del cristianesimo che essi esprimevano, la rinuncia a satana e il rivestirsi di una vita nuova; ritorniamo alla fede, all’iniziazione cristiana che auspicava il Concilio perchè l’avvenimento centrale del cristianesimo, il Mistero Pasquale del Signore, prenda possesso del Popolo di Dio e lo renda esso stesso un sacramento di salvezza per il mondo.