di Tonino Cantelmi

Il tasso di violenza nella società postmoderna liquida è aumentato? Secondo alcuni osservatori, sì: delitti intrafamiliari, derive del tifo, bullismo, eccessi di violenza nell’esecuzione di alcuni reati, mobbing, uso della forza per la risoluzione dei conflitti, stalking, aggressioni correlate all’abuso di cocaina e di altre sostanze psicotrope…, riportati con risalto dai media, sembrerebbero confermare questa ipotesi.
Insomma, i dati disponibili segnalano che la violenza e l’aggressività interpersonale presentano indici di incremento: che cosa sta succedendo?
I fenomeni in gioco si intrecciano fra loro per costituire la gelatinosa realtà che consente lo sviluppo di un’impressionante espressione della violenza dell’uomo sull’uomo. Essi sono riconducibili a una forte crisi della relazione interpersonale, propria della «condizione liquida» (come è stata definita) dei tempi postmoderni, con il conseguente trionfo da un narcisismo che esalta i desideri individuali e l’ineluttabile necessità di soddisfarli.
Cosa ha determinato la crisi della relazione interpersonale? Molte osservazioni inducono a pensare che alla radice ci siano almeno tre fenomeni, essi stessi amplificati a dismisura dalla rivoluzione digitale. Il primo è senz’altro costituito dall’incremento del tema narcisistico, dell’amore egoistico per se stessi (di cui gli innamoramenti in chat e le amicizia in facebook sembrano essere i corrispettivi telematici), sostenuto da una civiltà dell’immagine senza precedenti nella storia dell’umanità, con la conseguenza che l’agire è determinato e sostenuto dalla necessità quasi incontrollabile di soddisfare i propri desideri a qualunque costo. Il secondo fenomeno è quello della ricerca di emozioni, anche estreme, capace di scomporre l’esperienza delle relazioni interpersonali, facendola coincidere con l’emozione stessa (è come se tutta la relazione coincidesse con l’emozione). La ricerca esasperata di emozioni e la lotta contro il vuoto interiore si traducono spesso in comportamenti antisociali e violenti. Infine, il terzo fenomeno è legato al tema dell’ambiguità, cioè alla rinuncia all’identità e al ruolo in favore di un’assoluta fluidità dell’identità stessa e dei ruoli, con la conseguente rinuncia alle responsabilità che la relazione inevitabilmente comporta. Le relazioni diventano così prevalentemente irresponsabili, trasformandosi in caricature grottesche, incapaci di consentire l’elaborazione dei conflitti, che possono facilmente degenerare in comportamenti violenti, a volte apparentemente incomprensibili.
Relazioni narcisistiche, fondate sull’esperienza emotiva ‘forte’ e sull’ambiguità, non lasciano spazio all’empatia, cioè alla capacità di capire e di condividere (anche emotivamente) il dolore altrui e, di conseguenza, di mettere in atto comportamenti solidali e di aiuto verso l’altro. In questo contesto, il conflitto si risolve con la fuga e la rottura, oppure con la violenza.
Perciò la sfida urgente di questi anni è proprio questa: la liquidità delle relazioni ucciderà la solidarietà, costringendoci a relazioni sempre più virtuali e mediate dalla comunicazione via Internet come unica soluzione per limitarne l’espressione violenta?
Oppure l’uomo saprà riscoprire la fatica, ma anche il piacere, di guardarsi negli occhi e di entrare in relazioni autentiche e solidali con il suo prossimo?
«Avvenire» del 13 maggio 2010