di Inos Biffi
Tratto da L’Osservatore Romano del 18 settembre 2009

Che la Chiesa non solo preghi, ma dedichi ogni suo impegno perché tutti  gli uomini si convertano a Cristo, fa parte della sua essenziale missione.

Gesù risorto, prima della sua ascensione al cielo, ha affidato a essa il preciso mandato: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”: così in Matteo (28, 18-20); e in Marco (16, 15): “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura”.

Ci sono circostanze e tempi in cui nella stessa Chiesa in qualche misura si annebbiano alcuni passi della Scrittura, e questo può avvenire, e avviene, anche in epoche in cui se ne proclama enfaticamente tutta l’importanza. Ebbene, questo è uno dei passi che sembrano, se non rimossi, piuttosto dimenticati o sottaciuti.

Un discepolato cristiano, o una evangelizzazione in ogni luogo, di “tutti i popoli” e di tutte le creature – senza che ne sia esclusa alcuna – fa quindi parte dell’intenzione di Cristo, e infatti da subito la Chiesa si è sentita radicalmente missionaria. Essere in missione permanente e universale è proprio della sua natura: se questo venisse meno, non sarebbe più la Chiesa di Gesù Cristo.

Ma forse occorre chiarire che annunziare il Vangelo significa proclamare che soltanto in esso, e nella sua accoglienza, è possibile la salvezza. Le parole di Gesù sono perentorie: “Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà sarà condannato” (Marco, 16, 16).

Pensare diversamente significherebbe rendere superfluo Gesù Cristo o annoverarlo tra altri “salvatori”: né basterebbe, tra questi stessi, riconoscergli un primato. Egli è assolutamente l’unico. Secondo le parole di Pietro: “In nessun altro c’è salvezza: non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati” (Atti degli Apostoli, 4, 12): anche questo è un passo biblico che non appare oggi molto citato.

In ogni caso, secondo la fede cristiana, non ci sono, né mai ci poterono essere, religioni aventi in sé una grazia salvifica, a prescindere da Gesù Cristo.

Affermare che chi in buona fede, con retta e trasparente coscienza, aderisce a una religione si può salvare, non significa affatto attribuire a quella religione come tale una capacità salvifica. Significa, invece, riconoscere che la volontà di salvezza universale, tutta raccolta in Cristo, predestinato dall’eternità come Salvatore assoluto e universale, opera nell’esistenza di quanti compiono il bene proposto da tale retta e trasparente coscienza. È la conseguenza del primato di Gesù, che sa diffondere la grazia della Croce, senza condizionamento di tempo, dal momento che Gesù è il Signore del tempo. Si direbbe che, da questo profilo, ogni religione giunga sempre in ritardo rispetto appunto alla “precedenza” di Gesù Cristo, nel quale ogni uomo, “prima della creazione del mondo”, è stato scelto a essere figlio di Dio (Lettera agli Efesini, 1, 2-3).

Quanto di vero, di santo, ci sia in ogni religione è oggettivamente, di là dalla coscienza che se ne possa avere, un’impronta o un desiderio di Cristo.

Ne consegue quanto sia fuorviante ritenere che, per il rispetto dovuto a tutte le religioni, si debba evitare di annunziare il Vangelo come la sola via di salvezza, ed eludere la predicazione di Gesù Cristo come l’unico Salvatore, e semmai solo contribuire a che ciascuno rimanga nella piena e coerente fedeltà al suo “credo”.

Certo le religioni vanno rispettate, in particolare va scrupolosamente rispettata la coscienza di quanti vi appartengono: nessuno può essere costretto, nell’una o nell’altra forma, a credere al Vangelo; Dio stesso è custode dell’interiore libertà religiosa. Ma questo non comporta l’equiparazione delle religioni al Vangelo, o l’annebbiarsi di Gesù come l’unico Salvatore per sempre e per tutti, o l’estenuarsi dell’urgente missione evangelizzatrice della Chiesa. Per questa strada, come già accennavo, Gesù Cristo viene completamente dissolto.

Del resto, il Verbo di Dio si fece uomo non perché gli uomini continuassero nelle loro religioni e nei loro culti, ma, al contrario, perché credessero al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo. E, neppure, il Verbo si è fatto uomo per mettersi a “dialogare” con gli uomini, e trovare un punto comune di intesa con loro. Egli si è in esclusiva proclamato “Via, verità e vita” (Giovanni, 14, 6), dichiarando per tutti indistintamente la necessità della conversione a lui. Ad altro non intese la sua predicazione, la sua morte e la sua risurrezione.

La passione del cuore di Cristo era che i figli di Abramo accogliessero lui come Messia, come l'”Inviato” (cfr. Giovanni, 9, 7); e, infatti, proclama: “Abramo esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia” (Giovanni, 8, 56), insieme affermando: “Proprio le Scritture danno testimonianza di me” (Ibidem, 5, 39).

Di fatto il cristianesimo si istituisce proprio per la fede degli ebrei credenti in Cristo, come lo furono sua madre, Maria, Giuseppe, Zaccaria, Elisabetta, Giovanni il Battezzatore, Simeone e Anna, gli apostoli e tutta la “Chiesa di Dio” (Lettera ai Galati, 1, 13) degli inizi, che vide in Gesù il compimento o il fine della Legge (Lettera ai Romani, 10, 4).

Troppo facilmente si dimentica – ma gli Atti degli Apostoli lo attestano chiaramente – che questa “Chiesa di Dio” nasce dalla fede degli ebrei credenti in Cristo, e che non si limitano solo a Paolo: se essi – compresa “una grande moltitudine di sacerdoti [che] aderiva alla fede” (Atti degli Apostoli, 6, 7) – non avessero accolto Gesù come il Messia, il cristianesimo si sarebbe spento fin dal principio.

Ed è la ragione per la quale il rapporto tra il cristianesimo e l’ebraismo è incomparabile rispetto al rapporto con le altre religioni. Il Dio dei cristiani – l’unico Dio, rispetto al quale ogni altra divinità è soltanto un idolo, che non può salvare – è esattamente il Dio della Genesi, che “in principio creò il cielo e la terra” (Genesi, 1, 1) e che in Gesù è stato rivelato come Padre, Figlio e Spirito Santo.

Ed è il Dio che la Chiesa annunzia a tutti gli uomini, dichiarando Gesù, il Figlio suo Unigenito, unico Salvatore di tutti. In questa proclamazione la Chiesa prosegue la stessa missione di Gesù e quindi l’intenzione profonda della Rivelazione iniziata con la Genesi. Essa ha la viva consapevolezza che, se ammettesse altri salvatori accanto a Gesù, porrebbe la propria confidenza negli idoli; e che, se rifiutasse la piena rivelazione del Dio che ha creato cielo e terra nella Trinità manifestatasi in Gesù di Nazaret, rigetterebbe lo stesso Dio creatore.

Risaltano così l’origine, la causa e il contenuto della missionarietà della Chiesa, la quale è chiamata a rispondere solo a Gesù Cristo, e a condividere con lui l’opera dell’evangelizzazione.

Con questo non si rigetta il “dialogo” con le religioni, che ci fu nel cristianesimo fin dagli inizi, e che appare ovvio e in certo senso preliminare. In ogni caso, comunque si intenda il “dialogo” – abitualmente molto chiacchierato e poco precisato – questo non potrà mai minimamente incrinare la persuasione della Chiesa che solo nel Vangelo c’è, identicamente per tutti, la salvezza; che il mandato ricevuto da Cristo è quello di proclamarlo come necessario e imprescindibile per ogni uomo; né potrà mai mettere in dubbio che la stessa Chiesa dovrà porre in ogni tempo il proprio totale impegno per rendere tutti – e rigorosamente tutti – gli uomini discepoli del Signore.

Del resto, fu così dal principio della vita della Chiesa. Fossero allora prevalsi un dialogico Vangelo “debole”; o la preoccupazione dei cristiani per l’edificazione dei templi pagani con le sue divinità; o la ricerca del minimo che unisce, senza il chiaro risalto della “differenza” cristiana, non avremmo avuto la testimonianza dei martiri: il dialogo non comporta il rischio del martirio, che, pure, è sempre un dramma.

Insieme, però, non avremmo più né la fede cristiana né la Chiesa, che fatalmente si stempera e scompare quando in essa si estenuino il vigore missionario, l’ansia dell’evangelizzazione, la sicurezza che c’è “un solo Dio” – il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo – di fronte al quale c’è spazio unicamente per gli idoli, e “un solo Signore” e Salvatore, Gesù Cristo, Figlio di Dio, che la stessa Chiesa è chiamata a predicare in tutto il mondo, accompagnando la predicazione con l’orazione perché tutti si convertano.