La sperimentazione delle staminali embrionali
di Michele Aramini
Tratto da Avvenire del 14 ottobre 2010

La sperimentazione annunciata lunedì dall’azienda biomedica Geron di Atlanta ha fatto ripartire il dibattito sull’uso delle cellule staminali embrionali. A un paziente che ha subito da pochi giorni un evento traumatico con danni al midollo spinale sono state somministrate cellule di embrioni umani trattate. Si tratta del primo esperimento di questo tipo su una persona con lo scopo di preservare il tessuto midollare danneggiato dal trauma e, se possibile, rigenerarlo proprio per mezzo di queste cellule embrionali. Ovviamente si pongono questioni etiche, che sono fondamentali, perché non si può utilizzare la vita umana come strumento neppure per salvare un’altra vita, pena dare il via ufficiale alla disumana legge del più forte.

Accanto a quelli più strettamente bioetici vi sono però altri nodi di carattere scientifico, che hanno pure il loro risvolto etico. È noto infatti che le cellule staminali embrionali hanno la caratteristiche di proliferare senza controllo, dando origine a effetti tumorali non facilmente risolvibili. In secondo luogo, le sperimentazioni sugli animali hanno mostrato come queste cellule, una volta iniettate nell’organismo, hanno la tendenza a impiantarsi nei tessuti sani e non in quelli residui all’incidente o alla malattia, che si vorrebbero rigenerare. Esiste poi la questione del rigetto, in quanto si tratta di cellule provenienti da embrioni umani che danno la stessa problematica dei trapianti di organi.

A tutti questi interrogativi propriamente scientifici la Geron ha risposto ‘assicurando’ che il processo di ingegnerizzazione a cui sono state sottoposte le cellule embrionali (una sorta di sub-clonazione non meglio specificata) dovrebbe risolvere il problema dei tumori e del rigetto. Silenzio assoluto sulla collocazione delle cellule: se queste mettono radici in tessuti sani, oltre a non risolvere il problema di partenza, ne creano altri per la salute del paziente.

Ma anche sui problemi che l’azienda americana considera risolti vengono offerte solo rassicurazioni generiche, senza alcuna evidenza scientifica.

I problemi cui abbiamo fatto cenno avevano già costretto la Geron a rinviare di un anno e mezzo l’annuncio della sperimentazione. Ma adesso gli amministratori della società (si badi bene, non gli scienziati) quotata alla Borsa di New York non potevano più rinviare l’annuncio: una buona parte degli investitori comincia infatti a nutrire seri dubbi sul fatto che si possano ricavare profitti nel breve e medio termine. Per tacere dell’enormità di fondi mangiati sinora da una ricerca senza esiti concreti, mentre adesso si pretendono anche quelli del contribuente americano, concessi improvvidamente da Obama.

Questa sperimentazione con embrioni umani è come buttare un sasso in una caverna buia. Non si sa che effetto farà. Intanto fa un po’ di clamore e tiene buoni gli investitori. Ricorda il caso della mano trapiantata a Lione al paziente australiano: si sapeva che l’operazione sarebbe finita male. Nel frattempo l’équipe ha mostrato al mondo di essere brava nella microchirurgia e ha ricevuto abbondanti finanziamenti.

La vicenda della Geron ripropone le due grandi questioni che dovremo fronteggiare sempre più spesso. Anzitutto l’uso spregiudicato e strumentale della vita umana embrionale che, in seguito alle manipolazioni tecnologiche, si pretende di trasformare in farmaco, in una forma di utilitarismo inaccettabile perché antiumano. Che non ci sia alcuna umanità in questo progetto – e qui si apre la seconda questione – lo dice il fatto che non ci sarà mai nessuna Geron che renderà disponibile l’eventuale farmaco per i pazienti poveri: il nuovo prodotto a base di vita umana è inevitabilmente destinato a essere appannaggio dei soli pazienti ricchi. L’ingegnerizzazione delle cellule embrionali umane va dritta filata nella direzione di una medicina che non va a beneficio dell’umanità ma è pura e semplice espressione di una scienza medica sfigurata dal mercato e dalla logica del profitto. Detta tutta: è solo una questione di soldi.