Da che pulpito di Assuntina Morresi

da L’Occidentale

“Nel 931 il figlio di un Papa veniva eletto Papa. Prese nome Giovanni XI, tutte le fonti concordano nel ritenerlo figlio di Sergio III e Marozia. Benché il nome di Giovanni XI resti legato a quello disprezzato della madre (entrambi finirono in prigione), egli fece del bene alla Chiesa. In particolare non ostacolò le nuove forme di vita monastica, anzi concesse una speciale fiducia all’abbazia di Cluny fondata vent’anni prima. Questa rimembranza storica si fa largo nella memoria passando in rassegna i giornali delle ultime settimane. Zeppi di pruriginose notizie su dimissioni eccellenti di vescovi. Due negli Stati Uniti, uno in Irlanda, due in Olanda. Tutti costretti a lasciare il governo pastorale delle rispettive diocesi in seguito a rivelazioni giornalistiche inerenti la loro vita privata. Storie vere o presunte di amanti, figli segreti, omosessualità. Persone psicologicamente distrutte, esposte senza pudore alcuno agli sghignazzi della stampa popolare. Una catena così, di dimissioni provocate da campagne scandalistiche, non ha precedenti. Diventa un segno dei tempi”. Questo è l’incipit di un editoriale titolato “Il ricatto della morale”, e pubblicato su Il Sabato (mitico settimanale di cui ancora sentiamo tutti la mancanza) del 27 marzo ‘93, un pezzo particolarmente significativo che ben si addice a quello che sta accadendo in questi giorni, riguardo il furto delle carte in Vaticano.

Non è per mera consolazione, giusto per ricordare che la Chiesa ne ha passate tante – il figlio di un Papa e della sua amante quindicenne suona decisamente peggio rispetto a un pacco di carte trafugate – ma piuttosto per dire una semplice verità: la Chiesa è sempre stata nel mondo, e i peccati del mondo l’hanno sempre investita attraverso i suoi appartenenti anche più illustri, ma è proprio il suo permanere millenario, nonostante tutto – e non è una battuta – a mostrare a che la sua esistenza si nutre di qualcosa d’altro, misteriosamente ed infinitamente più grande della somma del bene e del male che possiamo vedere tutti i giorni.

La tempesta di queste ultime settimane apparentemente è esplosa con il libro di Nuzzi, che raccoglie molte carte riservate, rubate in Vaticano da “corvi” ancora sconosciuti, alcune delle quali già pubblicate su diversi giornali. Ma sostanzialmente le “rivelazioni” principali di quelle carte erano già note, e non solo agli addetti ai lavori. Sul caso Boffo avevano scritto esplicitamente Il Foglio, e poi Sandro Magister e Massimo Franco, per esempio, così come erano noti i contrasti per il controllo del Toniolo (e quindi della Cattolica) e la faccenda del San Raffaele.

Sui contatti fra il Ministro dell’Economia Tremonti e il Vaticano per la faccenda dell’Ici, non capisco cosa ci sia da stupirsi, visto che il ricorso pendente in Europa avrebbe avuto conseguenze per tutti, mentre la questione di Viganò era a conoscenza di meno persone ma non certo segreta: nell’insieme possiamo dire che di novità vere e proprie in quel libro ce ne sono poche.

Sicuramente dal punto di vista giornalistico è uno scoop senza precedenti, che rimarrà nella storia, e sarebbe un errore madornale prendersela con chi ha pubblicato quei documenti, anziché con chi li ha rubati: chiedere l’arresto di Nuzzi (!), una sua condanna o il ritiro del libro sarebbe un clamoroso autogol da parte del Vaticano, e speriamo che siano solo “sparate” inventate dai media, e nient’altro.

Altro è capire chi ha sottratto le carte e cercare di fermare questo stillicidio – anche ieri nuovi documenti erano su Repubblica – che rischia di gettare nel discredito internazionale, alla fin fine, lo stesso Pontefice, insieme alla Chiesa tutta.

Ma il problema non è “solo” condannare il furto e scovare i ladri. Diversi altri libri, negli ultimi mesi, hanno denunciato gravi carenze nell’organizzazione del governo della Chiesa, e senza alcun ricorso a documenti segreti, ma semplicemente osservando i fatti accaduti sotto gli occhi di tutti: mi riferisco per esempio a “Attacco a Ratzinger”, di Paolo Rodari e Andrea Tornielli, e a “C’era una volta in Vaticano”, di Massimo Franco, entrambi del 2010. Tutti giornalisti affidabili e credenti sinceri noti al pubblico.

Non a caso, il fatto che ha lasciato francamente più sconcertati non esce da carte rubate: la cacciata di Ettore Gotti Tedeschi dallo Ior è stata resa nota dal Vaticano stesso, che tramite un membro del Consiglio di Amministrazione della stessa banca ha reso pubblico il memorandum della riunione con cui veniva presa la decisione. Un testo devastante, che demolisce professionalmente Gotti Tedeschi con espressioni che tanti commentatori hanno giudicato sul filo dell’insulto. Di Gotti Tedeschi è nota la serietà professionale, oltre che la sua personale e sincera devozione al Papa, e un trattamento del genere non aiuta certo a capire cosa stia succedendo in Vaticano. Sconcerto pure per l’accusa al maggiordomo del Papa, del quale, onestamente, si stenta a credere che conservasse in casa sua (all’interno dello Stato del Vaticano) “casse di documenti” rubati, mentre era in corso un’indagine senza precedenti per scovare i ladri.

Ma la Chiesa non coincide – per fortuna – con gli uffici curiali romani. Notoriamente i cristiani debbono obbedienza ai vescovi e al Papa, e non alla Segreteria di Stato Vaticana, indipendentemente dal fatto che a capo vi siano il Card. Sodano, o Bertone, o Casaroli, o chicchessia. Non è neppure necessario che ci sia, un Segretario di Stato: come noto, per esempio Pio XII non lo aveva, ha preferito fare senza.

La struttura organizzativa intorno al Papa non ha carattere sacramentale, ma deve essere un supporto per aiutarlo nel suo compito petrino, di guida della Chiesa. Il vero peccato sarebbe se questi problemi oscurassero il pontificato di Benedetto XVI, mettendo in secondo piano un grande Papa.

Ed è stato veramente provvidenziale che nel cuore della bufera ci sia stata la VII Giornata Mondiale della Famiglia, a Milano. Il popolo cristiano raccolto intorno ai suoi vescovi e al suo Papa: questa è la Chiesa che abbiamo visto, la Chiesa viva, consapevole dei suoi problemi e dei suoi limiti, ma che ha chiara la strada su cui camminare, ed è lieta nel cammino e certa della sua guida. Le immagini del popolo cristiano in festa hanno scaldato i cuori, ed anche il volto di Benedetto XVI, pur invecchiato, appariva evidentemente felice. Un Papa molto amato che, come titolava felicemente ieri Avvenire, “Guai a chi ce lo tocca”.