Pierangelo Sequeri

Intanto, per cominciare, non è un fanatico. Il martire cristiano si consegna a una suprema chiamata, che gli chiede di affrontare la sofferenza e la morte in pura e semplice continuità con il dono della vita in favore di altri. È così che diventa un atto di fede e di amore – indisgiungibilmente. Non è un atto di puntigliosa mortificazione della propria vita, che celebra la propria superiorità sui comuni mortali. Tanto peggio, poi, quando un tale disprezzo della vita venga proclamato come imposto da Dio. Da qui, infatti, ad arrivare al sacrificio della vita altrui, in nome di Dio, passa meno di un capello. (E avevamo pensato che in questa suprema irreligione non potesse credere più nessuno!).
In secondo luogo, non è un coatto. Non obbedisce a una pulsione dell’annientamento, non ha lo sguardo fisso nel vuoto, non confonde la chiamata alla sequela del testimone con il ricatto di un destino soprannaturale. Dio «non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta» – lo ha ricordato Benedetto XVI nella catechesi di ieri, a Castelgandolfo. Il martire, ha incalzato il Papa, «è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, […] in un supremo atto di fede, di speranza e di carità». Di nuovo, atto di fede e amore, indisgiungibilmente. Di fede, perché il discepolo non si consegna semplicemente «agli uomini». Si consegna «a Dio suo Creatore e Redentore». E proprio per questo, si consegna «in favore» degli uomini. Uomini che già deve avere molto amato, e che in questo modo finisce per amare totalmente: oltre ogni umano limite. Come Edith Stein, appunto. Come Massimiliano Kolbe. E infiniti altri.
In tal modo, il credente accetta di venire associato totalmente «al Sacrificio di Cristo sulla Croce». Qui, infatti, il martirio trova il suo fondamento: nella morte di Gesù «che ha donato se stesso in riscatto per molti». E di qui – è importante questo! – prende il suo senso proprio. Inconfondibile con quello di una religione sacrificale. (Una cultura che voglia oscurare l’icona di questa differenza cristiana rimane anche simbolicamente indifesa nei confronti dell’irreligione dei sacrifici umani).
L’incisiva meditazione del Papa chiude sul vivo, oltre ogni retorica. Mi permetto due rapide chiose, per due immagini di profonda attualità. In primo luogo, è il Signore che chiama al martirio, e conosce i suoi: non siamo presuntuosi, noi, che «probabilmente non siamo chiamati». E nondimeno, «vivere in misura alta l’esistenza cristiana» comporta una qualche partecipazione alla Croce. Mettiamocelo in testa. Nel tempo e nel luogo in cui viviamo, poi, «egoismo e individualismo», opportunamente corretti e resi presentabili, pongono ormai la loro candidatura a essere iscritti fra i diritti dell’uomo e del cittadino. Le cronache registrano la crescente disposizione – per “troppo amore” (e osiamo persino scriverlo!) – a sopprimere l’altro. Effetti di fanatismo della felicità, cause di martirio coatto. Ma chi insegna a sacrificarsi per amore, liberamente e persino lietamente, senza esibizione e senza risentimento?
La Croce è il paradosso assoluto, certo, che non possiamo portare di nostra iniziativa. In essa, tutto il bene e tutto il male possibili si avvinghiano a Dio: per non tradire la dismisura d’amore, per non cedere all’eccesso dell’odio. Eppure, togliete la paradossale normalità della Croce e perderemo l’ultima colonna della verità, a proposito di ciò che significa voler bene fino in fondo. L’intercessione dei santi e dei martiri – di ieri e di oggi – ci dà un’ultima possibilità, anche civile – sì, civile – di riscatto. Per onorare tutti i sacrifici ai quali dobbiamo la vita e la dignità che sprechiamo. Per imparare di nuovo il significato elementare di libertà. E di vergogna, anche, quanta ne serve, occidentali post-cristiani alla marinara.

©  Avvenire – 12 agosto 2010