Buona parte del Natale così come lo conosciamo oggi – piaccia o meno – è “invenzione”.
E’ così per il Babbo Natale di rosso vestito, trovata pubblicitaria della più globale delle bevande, la Coca Cola; il presepe pare risalga al 1223 quando San Francesco – ottenuto il placet di papa Onofrio III – ne costruì il primo “ufficiale” a Greccio, un piccolo paese laziale, anche se esistono testimonianze ancora precedenti, che raccontano del grande interesse del presepe da parte dei monaci cistercensi, persuasi più di tutti dell’importanza di far conoscere alla gente tutte le fasi della vita di Gesù.
E’ “invenzione”, infine, pure l’albero, tradizione inaugurata, pare, nel 1525 a Sélestat, una località dell’Alsazia. Anche se non si direbbe, risulta tradizione tardiva pure l’idea dei doni, degli auguri e del pranzo natalizio: trattasi, in questo caso, di un’eredità culturale che celebriamo a partire dall’epoca vittoriana.
Più precisamente, il merito è tutto di “A Christmas Carol” di Charles Dickens, racconto che vide le stampe il 18 dicembre 1843 riscuotendo subito successo e vendendo ben 6.000 copie in appena una settimana. George Orwell, non a caso, dirà che a Natale è “automatico” pensare a Dickens. Accanto a questi dati di fatto, che ci ricordano come il Natale contemporaneo sia in effetti una piacevole stratificazione di tradizioni e usanze differenti per origine storica e geografica, da tempo si sta facendo largo, negli scaffali delle librerie e negli interventi degli intellettuali, un’idea di per sé non nuova, ma che non smette di affascinare, vale a dire la convinzione che, dopotutto, la stessa ragion d’essere del Natale, ossia la nascita di Gesù tramandataci dai Vangeli, non sia che un’invenzione. Pensiamo ad una delle ultime fatiche di Corrado Augias, “Inchiesta sul Cristianesimo come si costruisce una religione”, testo che sin dal titolo mira ad equiparare il Cristianesimo ad un artificio politico, ad un abuso di credulità popolare.
Oppure pensiamo a Michel Onfray, che nel suo “Trattato di Ateologia” scrive:”Con ogni evidenza Gesù è esistito come Ulisse e Zarathustra” (p.113).
Gli fa eco Piergiorgio Odifreddi, che in una delle ultime fatiche sostiene che “il Gesù dei Vangeli non è altro che una costruzione letteraria” (“Perché non possiamo essere cristiani, Longanesi”, p.104).
Vi sono poi tentativi più tiepidi e leggeri, quasi comici a dir il vero, di criticare la storia di Gesù e della sua nascita, come quello proposto – non si è capito se volontariamente o meno – da Eugenio Scalfari, il fondatore di Repubblica, secondo cui vicino al Bambino, accanto all’asino, anziché il canonico bue, vi sarebbe stata “una mucca” (L’Espresso, 10/1/2008, p.154).
Decisamente meno morbidi sono stati invece i toni usati da Marcello Craveri e della sua “Vita di Gesù” (Feltrinelli, 1966), opera fortemente critica sulla vita di Gesù così come siamo abituati a immaginarla.

A seguire ed estremizzare queste tesi ci ha pensato, in tempi recenti, Luigi Cascioli, ex prete nonché autodidatta di storia del cristianesimo arciconvinto che Gesù sia una creazione truffaldina della Chiesa delle origini, che avrebbe stravolto la storia di un personaggio del II secolo – a dire di Cascioli – realmente esistito, Giovanni di Gamala.
Per render l’idea della stravaganza delle tesi di Cascioli è sufficiente ricordare il titolo dell’opera che egli ha scritto e pubblicato a sue spese, “La Favola di Gesù Cristo”.
Chissà se Bruno Bauer, il teologo berlinese che nella prima metà dell’Ottocento dubitava dell’esistenza storica di Gesù, si sarebbe immaginato – dopo quasi due secoli – di avere ancora così tanti discepoli pronti a riproporre le sue tesi. Il punto è che oggi, lo scetticismo nei confronti della nascita e dell’esistenza di Gesù, non è più un fenomeno ascrivibile solo ad atei praticanti quali Augias ed Onfray.
Basti ricordare quanto riferito ai microfoni della Bbc da Rowan Williams, arcivescovo di Canterbury nonché massima carica della Chiesa anglicana, a detta del quale “il mito della natività non è altro che una leggenda” (Avvenire, 21/12/07, p.27).

Anche tra i giovani iscritti a percorsi di studio universitari, la conoscenza di Gesù risulta contrassegnata da una confusione che sconfina talvolta nel ridicolo. A questo proposito, è significativo riprendere quanto riferito dal filosofo Giovanni Reale:”Un collega mi ha detto che nel corso di un esame, alla domanda che il candidato dicesse chi era Cristo, quel candidato rispose che si trattava di un autore che pubblicava le sue opere per l’editore Mondadori. E la risposta veniva data da uno studente universitario, con alle spalle tutte le scuole elementari, medie e superiori. Si tratta di un monstrum dal punto di vista culturale, di cui non avevo mai sentito l’uguale” (Il Giornale, 14/8/2009, p.10).
Dinnanzi ad affermazioni ed episodi così gravi e sconcertanti, è bene interrogarsi e chiedersi se quella del Natale non sia davvero tutta una fiaba di successo, una sorta di best-seller ante litteram. Lo stesso Santo Padre, allarmato da questa tendenza a screditare la storicità della figura di Gesù, durante l’udienza tenuta il 3 gennaio 2007 ha denunciato con forza il “dramma del rifiuto di Cristo, che, come in passato, si manifesta e si esprime, purtroppo, anche oggi in tanti modi diversi […] dal netto rigetto all’indifferenza, dall’ateismo scientista alla presentazione di un Gesù modernizzato o postmodernizzato […] oppure un Gesù talmente idealizzato da sembrare talore il personaggio di una fiaba”.

Ora, per tentare di replicare a questa diffusa tendenza culturale, potremmo partire chiedendoci quali indizi possano in effetti suffragare la dimostrazione dell’esistenza storica di Gesù. Ebbene, gli indizi in tal senso abbondano: di Gesù troviamo ampia traccia, oltre che nei Vangeli canonici, anche in quelli apocrifi e pure nelle testimonianze di diversi autori non cristiani, tra i quali ricordiamo: Giuseppe Flavio, Plinio il Giovane, Mara Ben Serapion, Luciano di Samosata, Celso e, dulcis in fundo, Tacito, il più grande storico romano. A farci accantonare in modo definitivo l’idea di Gesù quale personaggio leggendario, molto banalmente, è poi il Cristianesimo stesso, a partire da quello degli apostoli, dei quali si conservano ancora oggi le reliquie; possibile che costoro si siano dati alla predicazione, incuranti persino del martirio, per annunciare il verbo di un personaggio mai esistito?
Persino Rudolf Karl Bultmann, il teologo luterano pioniere di un metodo – quello storico critico – volto a ridimensionare fortemente, quando non del tutto la divinità di Gesù, se la rideva di quanti negavano l’esistenza storica di Gesù asserendo che “il dubbio che Gesù sia realmente esistito è infondato e non degno di essere confutato. Nessuna persona sana di mente può dubitare che Gesù stia dietro come fondatore al movimento storico, il cui primo livello distinto è rappresentato dalla comunità in Palestina”.

Assodata quindi – seppur in estrema sintesi – la storicità di Gesù, possiamo approfondire un’analisi del Natale vagliando i punti nodali della questione. Iniziamo con l’attesa messianica. L’Antico Testamento risulta letteralmente costellato di profezie concernenti l’avvento di un “dominatore del mondo”: nella sua “Indagine su Gesù” Antonio Socci ne ha conteggiate quasi trecento. Come ci ricorda il vaticanista Andrea Tornielli nel suo “Inchiesta su Gesù Bambino”, persino nella IV Egloga di Virgilio si annuncia la venuta di un puer, un fanciullo, che “riceverà la vita dagli dei […] reggerà il mondo pacificato per le virtù paterne”, e grazie al quale “l’età del ferrò cesserà e (quella) dell’oro sorgerà in tutto il mondo”.
Un’attesa, quella del Messia, decisamente fondata e diffusa dunque, tanto è vero che spaventò, e molto, Erode. A questo proposito, J. Schniewind annota:”La paura per la venuta del Messia (cioè del Figlio di Davide definitivo, del figlio di Dio aspettato dalla fine dei tempi dai re di Israele) ha veramente caratterizzato gli ultimi anni della vita di Erode […] la tradizione di quel tempo narra anche di consultazioni di Erode con gli scribi a riguardo delle affermazioni regali dell’Antico Testamento: il punto critico di Erode, come sovrano, consisteva nel fatto che, edomita qual era, stava al di fuori dell’attesa regale dell’Antico Testamento, della speranza messianica”.

Compresa, sia pure per sommi capi, la fondatezza storica della figura di Gesù Cristo – fondatezza, giova ricordarlo, per nulla inferiore, sul piano documentale, a quella di altri grandi personaggi storici quali Alessandro Magno – e ricordato il clima di attesa che permeava il mondo ebraico dell’epoca, passiamo ora a ricostruire più da vicino l’avvenimento del Natale.
Dove e quando nacque Gesù? Precisiamo subito che ignoriamo se effettivamente il Bambino nacque, come siamo soliti immaginare, di notte; i Vangeli canonici non dicono nulla il proposito e ci sono ottime ragioni per ascrivere la paternità di questo particolare al Sant’Ambrogio che, nei suoi Inni, scrive:”Risplende già il tuo presepe/la notte effonde la tua luce,/ che nessuna tenebra offuschi,/ma splenda d’inesauribile fede”.

Quanto al dove Gesù sia nato, sia Matteo che Luca di parlano, com’è noto, di Betlemme.
E poiché vi sono prove attestanti come Betlemme, già a partire dai primi secoli dopo la nascita Gesù, fosse meta di pellegrinaggi, non si vede ragione per dubitare dell’indicazione dei due evangelisti. Tanto più che, dopo averla rasa al suolo, l’imperatore Adriano, con l’intento di trasformare Betlemme da luogo di culto cristiano (quale già era) a sito di culto pagano, nell’anno 135, la consacra al dio Adone, ed è proprio, guarda caso, sull’area della grotta della natività che i romani piantano un bosco sacro. Tra l’altro va ricordato che esiste, nell’Antico Testamento, una esplicita profezia che riconosce quella città come luogo speciale, dove sarebbe nato un Messia. E’ il libro del profeta Michea (5, 1-3), dove possiamo leggere:”E tu Betlemme di Efrata / così piccola per essere fra i capoluoghi di Giuda / da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore in Israele”.

Anche sulla questione della data della nascita di Gesù, che molti reputano scelta convenzionale della Chiesa per soppiantare il culto pagano del Sol Invictus, andrebbe fatta chiarezza.
Iniziamo col riprendere il celebre inquadramento cronologico della vicenda natalizia offerto da Luca:”In quel tempo fu emanato un editto da Cesare Augusto per il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento ebbe luogo quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi iscrivere, ciascuno nella propria città. E anche Giuseppe salì dalla Galilea, nella città di David, chiamata Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di David, per farsi iscrivere insieme a Maria, sua sposa, che era incinta” (Luca 2, 1 -2). Ora, è provato che Publio Sulpicio Quirinio, nativo di Lanuvium, condusse un censimento in Siria e in Giudea nell’anno 6 d.C.
Ma poiché Luca (1,5) e Matteo (2,1) asseriscono concordi che Gesù nacque prima della morte di Erode, avvenuta, secondo Giuseppe Flavio, nel 4 d.C., molti usano questa apparente contraddizione per accusare Luca di essere contraddittorio.

In realtà, come ricorda la storica Marta Sordi, Luca non era affatto sprovveduto e sapeva benissimo dell’esistenza del censimento del 6 d.C, al quale peraltro allude con chiarezza(At 5,37). Infatti, a scanso d’equivoci, costui parla esplicitamente di un “primo censimento” (2,2 “apographé prote”) nell’epoca in cui Quirinio era legato della Siria. Il punto è che esiste, oltre a questo, un censimento fatto in Giudea da Senzio Saturnino, governatore di Siria fino al 7 a.C. e poi impegnato, probabilmente per la successione del trono di Armenia. L’ipotesi più verosimile, pertanto, appare la seguente: che il primo censimento, quello iniziato da Senzio Saturnino, sia stato poi continuato da Quirinio quando questo, prima del 6 a.C. , aveva finito la guerra contro gli Omonadensi, e reggeva temporaneamente la legazione di Siria. Anche lo storico Giulio Firpo concorda e aggiunge:”un altro indizio può suffragare questa ricostruzione: nel 7 a.C., ai sudditi di Erode fu chiesto di giurare fedeltà ad Augusto. Era una richiesta frequente nei censimenti provinciali e secondo molti può essere collegata al censimento ricordato da Luca” (Storia e Dossier, anno VI, n.56, 1991, p. 39).

Gesù, quindi, sarebbe nato tra il 6/7 a.C,, epoca a cui ci porta anche la triplice congiunzione tra Saturno e Giove, evento previsto dagli astrologi orientali e tale da spiegare la venuta dei Magi. Magi che, vale la pena sottolinearlo, non sono nemmeno loro frutto di fantasia. Matteo li racconta come nobili pellegrini e sapienti astronomi, anche se, è vero, i nomi Baldassarre, Gaspare e Melchiorre sono figli della tradizione medievale. Da parte loro, alcuni storici sostengono come le loro spoglie di questi Magi, da Costantinopoli, sarebbero state portate a Milano dal vescovo Eustorgio, mentre altri studiosi affermano che le loro reliquie siano giunte in Italia in seguito alle Crociate. Una cosa risulta certa: le spoglie dei Magi, nel 1162, si trovavano in Lombardia, e da qui, due anni dopo, sarebbero state portate a Colonia da Federico Barbarossa fino a quando, nel 1903, alcune di queste reliquie furono restituite simbolicamente da Colonia a Milano, precisamente a Brugherio, unica località italiana poter vantare la custodia di qualche resto dei nobili e colti adoratori di Gesù.

Abbiamo finora approfondito il contesto geografico e storico della nascita di Gesù ma, come il lettore avrà osservato, abbiamo omesso di soffermarci sull’effettivo giorno nel quale il Messia sarebbe nato. Dicevamo che molti credono il 25 dicembre una scelta strategica, politica potremmo dire, della Chiesa, intenzionata a sopprimere antichi culti pagani. Spiace deludere ancora una volta gli scettici, ma le cose stanno diversamente; ma andiamo con ordine. Il riferimento, anche in questo caso, è il vangelo di Luca. L’evangelista spiega che l’Angelo del Signore, Gabriele, sei mesi prima dell’annunciazione a Maria (Lc 1, 26-38), alla conclusione della solenne e quotidiana celebrazione sacrificale, annunciò all’anziano sacerdote Zaccaria che avrebbe avuto un figlio dalla sua sposa, l’anziana e sterile Elisabetta. Ora, noi sappiamo che nel santuario di Gerusalemme David aveva disposto che i “figli di Aronne” fossero distinti in 24 taxis, sebaot in ebraico, ossia i “turni”.

Questo significa che, avvicendandosi in ordine immutabile, tali “classi”, dovevano prestare servizio liturgico per una settimana, da sabato a sabato, due volte l’anno. Ebbene, grazie ad uno studioso israeliano, Shemarjahu Talmon, che ha studiato, servendosi del “Libro dei Giubilei”, la successione dei sopraccitati 24 turni sacerdotali, sappiamo che “il turno di Abia”, quello di Zaccaria, corrispondeva all’ultima settimana di settembre.
Un dato questo, che corrisponde al rito bizantino che, da secoli, celebra l’annuncio a Zaccaria il 23 settembre.
E quindi, se consideriamo che l’Annunciazione a Maria è fissata quando Elisabetta era al sesto mese – ed è infatti festeggiata dalla Chiesa il 25 Marzo -, capiamo come, in realtà, sia tutto tranne che fantasioso credere che, nella notte tra il 24 ed il 25 dicembre, in quel di Betlemme, sia effettivamente nato un Bambino di nome Gesù destinato a cambiare la storia.

Giuliano Guzzo

© Libertà e Persona – http://www.libertaepersona.org/dblog/default.asp – 24 dicembre 2009