La gravidanza della cantante fa riflettere sulla centralità dei corpi
di Francesco D’Agostino
Tratto da Avvenire del 28 agosto 2010

Gianna Nannini aspetta un figlio.

Notizia ghiotta, che sembra spostare almeno in parte l’attenzione dal politico al personale. Come avrà fatto la Nannini a restare incinta? A quale tecnica di fecondazione assistita avrà fatto ricorso? Saranno garantiti adeguatamente i diritti del bambino che verrà al mondo tra qualche mese? Cosa rappresenta per l’universo simbolico femminile una notizia del genere? È l’esempio del trionfo di un desiderio naturale, come quello della maternità o la dimostrazione che il tabù dell’età è definitivamente crollato e che la natura è stata definitivamente sconfitta?

Domande e risposte di questo genere si intrecciano, ma hanno tutte un difetto: nascondono l’essenza della questione, che va molto al di là del caso che le ha provocate e soprattutto ci inducono a impostare in un modo molto riduttivo (per non dire sbagliato) il problema di una maternità così attempata. Se il ‘caso Nannini’ merita una riflessione, è perché, più che di un rilievo personale e individuale (che comunque esiste e merita la dovuta attenzione), ben esemplifica una questione epocale, di carattere ‘biopolitico’. Conosciamo tutti le cause sociali che portano le donne (e gli uomini) a spostare sempre più in avanti l’età in cui si attiva la vita di coppia e si decide di fare un figlio. Ci rendiamo tutti conto degli effetti di questa dinamica, che ha mutato nell’arco di pochi decenni la struttura della famiglia, producendo denatalità, l’alterazione dei rapporti cronologici tra le generazioni (le mamme hanno a volte l’età che un tempo era delle nonne), una riduzione, spesso fino alla scomparsa, di alcuni importanti rapporti familiari, soprattutto orizzontali (cugini, fratelli, ecc.). Rileviamo come l’adolescenza, che un tempo conosceva una drastica fine col raggiungimento della maggiore età legale, oggi si stia dilatando per anni e in qualche caso per decenni. Non abbiamo alcuna idea risolutiva di come si possano combattere queste dinamiche sociologiche, anche perché, almeno nei Paesi occidentali, sono così consolidate da farci apparire vistosamente ‘innaturale’, quello che fino a due generazioni fa era invece naturalissimo, come ad esempio il diventare madri a vent’anni. Tali questioni, però, non sono esclusivamente sociologiche: c’è in esse qualcosa che va ben oltre quello che ci può spiegare la sociologia. Riteniamo in genere che tutte le pratiche sociali e le tecniche biomediche che stanno alterando le relazioni familiari e più in generale la quotidianità della vita umana corrispondano alla soddisfazione di desideri individuali (più o meno legittimi, a seconda dei diversi punti di vista etici).

Non è così. Quella che è in gioco è piuttosto «l’assunzione della vita biologica come compito politico supremo». Se il singolo riesce a soddisfare un suo desiderio biologico un tempo inappagabile (come procreare oltre il limite della menopausa), ciò non dipende dal fatto che la società benevolmente si attiva per compiacerlo, ma al contrario dipende dal fatto che egli (più o meno consapevolmente) affida la sua fisicità al complesso gioco tecnologico e tecnomorfico oggi dominante, illudendosi di usarlo e dominarlo, quando invece ne viene usato e dominato. Non si procrea all’età in cui la Nannini vuole procreare solo grazie al fatto che genetica e medicina hanno fatto dei grandi progressi, ma perché si è consolidato (senza che i più se ne rendessero conto) un sistema di potere biopolitico, che esige una docilità che, essendo difficile ottenere dalle persone, viene ben più facilmente ottenere dai corpi. Se incentriamo il problema dell’aborto sulle persone, dobbiamo impegnarci in difficili politiche di prevenzione, mentre se lo incentriamo sui corpi, sarà sufficiente produrre e diffondere pillole abortive; se incentriamo il problema della fine della vita umana sulle persone, dovremo attivare politiche impegnative e costose di assistenza umana e morale ai malati terminali, mentre se lo incentriamo cui corpi dovremo semplicemente studiare come gestire la somministrazione di farmaci di sostegno vitale. Analogo è il discorso che va fatto per la procreazione assistita: espressioni come ‘madre-provetta’ o ‘figli della provetta’ mostrano, nella più totale inconsapevolezza di coloro che le usano, una progressiva depersonalizzazione dei rapporti intergenerazionali, che è il segno più impressionante di un mutamento antropologico profondo. Molti continueranno a ripetere: il ‘caso Nannini’ rientra in una dinamica di nicchia, che non dovrebbero inquietarci più di tanto. Osservazione giusta, se il problema fosse solo quantitativo. Ma quantitativo non è, bensì qualitativo, cioè antropologico e non dovremmo mai stancarci di ricordarlo.