di Marco Respinti
Tratto da La Bussola Quotidiana il 7 febbraio 2011

È ufficiale, per le cancelliere occidentali il multiculturalismo è una catastrofe. Per dirla con David Cameron, il «multiculturalismo di Stato» ha fallito.

Il primo ministro britannico lo ha detto il 5 febbraio, intervenendo alla 46° Conferenza annuale sulla sicurezza di Monaco. Ma è solo l’ultimo, in ordine di tempo, dei capi di governo europei a trarre conclusioni tanto tranchant quanto politicamente scorrette. Colpisce del resto che, per celebrare il funerale del multiculturalismo, Cameron abbia scelto il proscenio internazionale, ma soprattutto la Germania di quell’Angela Merkel che solo il 16 ottobre, a Potsdam, al congresso della Cdu-Csu, pronunciava parole identiche: «il multiculturalismo è definitivamente fallito». Aggiungendo, con riferimento alla cultura giudaico-cristiana su cui si fonda la Germania, che «chi non la accetta, da noi non ha posto».

Oggi Cameron rincara la dose: serve «meno della tolleranza passiva degli ultimi anni e più liberalismo attivo e muscoloso». Si è infatti di fronte oggi, ha spiegato il premier britannico, a un inquietante «indebolimento dell’identità nazionale» britannica dovuto al fatto che un numero enorme di giovani musulmani – che in molti casi si trasformano in veri «predicatori di odio» – non si riconosce affatto nei valori fondanti il Paese e quindi non se ne sente cittadino. Epperò, aggiunge Cameron, «solo chi crede in queste cose può avere un senso di appartenenza». Perché «una società passivamente tollerante rimane neutrale tra valori differenti. Un Paese davvero liberale fa molto di più. Esso crede in certi valori e li promuove attivamente». Basta «tolleranza passiva», insomma, occorre «voltare pagina sulle politiche fallite del Paese. Per prima cosa, invece di ignorare questa ideologia estremista, noi dovremo affrontarla, in tutte le sue forme». Infatti, «sotto la dottrina del multiculturalismo di stato, abbiamo incoraggiato culture differenti a vivere vite separate, staccate l’una dall’altra e da quella principale. Non siamo riusciti a fornire una visione della società, alla quale sentissero di voler appartenere. Tutto questo permette che alcuni giovani musulmani si sentano sradicati».

Parrebbe che Cameron avesse letto il libro Londonistan: How Britain is creating a terror state within (edito da Gibson Square a Londra e da Encounter Books a New York), pubblicato dalla giornalista Melanie Phillips nel 2006 sulla scia degli attentati jihadisti avvenuti nella capitale britannica il 7 luglio 2005.

Il rifiuto di conformarsi alle norme di convivenza tipiche dello Stato democratico di diritto su cui si regge oggi l’Occidente non produce però solo il terrorismo armato, ma pure quella versione soft dell’estremismo che comporta per esempio il ripudio della parità di diritti fra uomini e donne o situazioni insostenibili nel campo dell’educazione.

Il punto lo fa bene il giornalista di Avvenire Giorgio Paolucci nel suo recente libro Immigrazione (Viverein, Roma 2010) là dove nota che «il multiculturalismo, che ha trovato realizzazione soprattutto in Gran Bretagna e in Olanda, muove dalla convinzione che ogni comunità etnica o religiosa debba essere libera di organizzarsi a partire dalle proprie regole e tradizioni». Ciò implica la «formazione di microcosmi etnici», vale a dire di «“pezzi” di società parallele e autoreferenziali con rapporti forti al loro interno ma deboli col resto del paese. La comunità (razziale, etnica, religiosa) prevale sulla persona». E così, «anziché favorire lo scambio e la relazione, si finisce per promuovere una “pluralità di monoculture”, una torre di Babele dove diventa sempre più difficile una convivenza ordinata in nome di principi condivisi». Il multiculturalismo produce cioè l’esatto contrario di quel che auspicherebbe, la coesione fra soggetti differenti, e questo poiché alla sua «radice […] sta il relativismo culturale, che genera a sua volta il relativismo giuridico», il quale legittima le diversità, magari persino i «tribunali sharaitici». Il risultato è una mera «giustapposizione delle identità», che istituisce «riserve indiane» autoreferenziali ed etnocentriche a cui consegue solo l’«approfondimento delle divisioni di partenza».

Cameron e la Merkel constatano oggi che le società dei loro rispettivi Paesi stanno per scoppiare. La situazione dell’Italia non è ancora a quei livelli, ma dall’esperienza fallimentare estera è opportuno trarre ispirazione per tempo, magari rilanciando efficaci strumenti concreti come la Carta dei diritti e dei doveri per una civile convivenza, promossa nel 2003 dall’allora vicesindaco di Bologna Giovanni Salizzoni. Nata sulle tracce del lavoro sociale intrapreso dal giuslavorista assassinato dalle Brigate Rosse Marco Biagi, lodata all’estero (per esempio al Consiglio d’Europa) ma purtroppo da noi poco compresa e dunque presto dimenticata, eccezion fatta per il Pontificio Consiglio dei Migranti che la prese a modello, la “Carta della convivenza” è un “patto” operativo di natura più etico-morale che meramente giuridico-formale che impegna l’immigrato a rispettare le regole del contesto sociale in cui viene a inserirsi.

In nove articoli, la “Carta” tocca i temi della solidarietà, dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto dei diritti umani e della reciprocità tra etnie, religioni e culture differenti. Un colpo d’ala, cioè, rispetto alla semplice accettazione di una regola amministrativa che però s’impernia comunque sul fondamentale rispetto di norme condivise da parte sia degli ospiti sia degli ospitanti.

Il Comune di Bologna s’impegnò a suo tempo a fornire questa “carta di identità della città di Bologna”, consegnata al momento del rilascio della carta d’identità personale, in cui è sancito che «ogni persona con residenza a Bologna  che legittimamente vive e lavora nel territorio comunale, che si inserisce in un sistema di doveri originati non solo dalle norme vigenti, ma anche dalle regole sociali inerenti le tradizioni storico-culturali della città, e che tali norme accetta e rispetta, diviene componente della comunità territoriale, e pertanto bolognese». Insomma, si legge in quella Carta, «un patto ideale tra tutti i bolognesi, di qualunque provenienza, volto a creare le migliori condizioni di convivenza che sono la premessa indispensabile per l’effettivo rispetto dei valori indicati e per un percorso di vita futura di serenità e prosperità».

Ricorda oggi Salizzoni che quell’idea mirava «a superare le secche sia del falsante concetto di melting-pot, fallito, sia dell’idea della mera “integrazione”, che è sempre una forzatura». Secondo l’ex sindaco, peraltro, la proposta dei ministri dell’Interno e del Welfare Roberto Maroni e Maurizio Sacconi d’istituire un permesso di soggiorno a punti va più o meno in quella direzione. In base a quella norma, i nuovi richiedenti il permesso di soggiorno debbono sottoscrivere un accordo per l’integrazione che prevede una serie di doveri, tra i quali la conoscenza della lingua italiana, l’iscrizione al servizio sanitario nazionale e la conoscenza della nostra Costituzione. Ma quella proposta è in itinere da un annetto. Giungerà in porto?