Introvigne: nel breve termine potrebbero moltiplicarsi gli attentati

di Paul De Maeyer

ROMA, martedì, 3 maggio 2011 (ZENIT.org).- Non si occultava dunque in una regione difficilmente accessibile dell’Afghanistan, neppure nel complesso di bunker e caverne di Tora Bora nella provincia afghana di Nangarhar, ad ovest del famoso Passo di Khyber. Faceva invece villeggiatura in una sorta di “fortino” nella città pachistana di Abbottabad, nota per il suo clima piacevole e salubre. Situata a circa 70 chilometri a nord della capitale Islamabad, la città – ironia della sorte – porta non solo il nome del militare britannico che la fondò alla metà dell’Ottocento (Abbott) ma ospita inoltre varie installazioni dell’esercito pachistano.

Stiamo parlando del terrorista più ricercato al mondo, cioè il saudita Osama Bin Laden. Il fondatore ed ideologo della rete terroristica islamica “per eccellenza”, Al Qaeda (significa “La base”), è stato ucciso nella notte tra domenica 1 e lunedì 2 maggio durante un raid condotto da un commando elitrasportato composto da incursori delle forze speciali d’élite della Marina statunitense, i “Navy Seals”. Secondo le ultime informazioni, Bin Laden, che non avrebbe risposto al fuoco, sarebbe stato colpito alla testa dai soldati USA. Secondo il quotidiano pachistano Dawn (3 maggio), ad uccidere il capo terrorista sarebbe stato invece una delle sue guardie del corpo. Nell’assalto hanno perso la vita varie altre persone, fra cui almeno un figlio di Bin Laden – Hamza -, due dei suoi “corrieri” ed una donna, la quale non è stata usata come scudo umano (come dichiarato inizialmente).

A dare l’annuncio alla nazione e al mondo dell’eliminazione del regista di vari attentati – in particolare quello contro le Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001 – è stato domenica notte alle 23.30 (ora di Washington) lo stesso presidente americano Barack Obama, il quale ha comunque ribadito che il suo Paese “non è – e non sarà mai – in guerra con l’islam” (The Associated Press, 2 maggio). Le parole “giustizia è stata fatta” hanno provocato scene di giubilo in varie città statunitensi, specialmente a New York, dove i vigili del fuoco – gli eroi dell’11/9 – si sono uniti alla spontanea esplosione di goia.

Ma la morte di Bin Laden non significa che la guerra contro il terrorismo sia finita. Lo ha sottolineato lo stesso Obama. “Non c’è dubbio che Al Qaeda continuerà a perseguire attacchi contro di noi. Dobbiamo – e lo faremo – rimanere vigili”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca in diretta televisiva. Della stessa opinione è Mark Kimmit. Per l’analista militare statunitense, l’eliminazione dell’ideologo di Al Qaeda “non è la fine del terrorismo, ma la fine di un capitolo” (Al Jazeera, 2 maggio).

Le reazioni da parte dei simpatizzanti di Bin Laden sui siti islamisti non promettono nulla di buono. Alcuni hanno reagito alla notizia con incredulità. “Oh Allah, fai che questa notizia non sia vera”, esclama un internauta, che minaccia poi il presidente USA: “che Allah ti maledica, Obama” (Reuters, 2 maggio). Altri invece annunciano che la guerra santa continuerà, perché – così si legge su un sito jihadista – il messaggio di Osama Bin Laden “non morirà mai”. “Americani – così avverte un altro islamista – per noi è sempre lecito tagliarvi la testa”. Anche il fatto che il cadavere di Bin Laden sia stato gettato in mare (comunque dopo un funerale musulmano a bordo della portaerei Carl Vinson, nel Golfo Persico) alimenterà sicuramente la voglia di vendetta.

La presenza di Bin Laden in Pakistan suscita tutta una serie di domande pesanti. Come si spiega infatti che il “ricercato no. 1” si nascondeva tranquillamente in una città pachistana piena di militari (Abbottabad ospita anche una prestigiosa accademia militare), inoltre in un quartiere abitato soprattutto da ex militari in pensione, il tutto a solo un’ora di macchina della capitale Islamabad? Come ricorda il New York Times (1 maggio), poche settimane fa era stato arrestato ad Abbottabad già un altro terrorista superricercato, l’indonesiano Umar Patek, ritenuto il pianificatore dell’attentato di Bali del 2002, in cui morirono più di 200 persone, soprattutto turisti australiani.

Nonostante le dichiarazioni “rassicuranti” lanciate poco più di una settimana fa dal capo delle forze armate pachistane, il generale Ashfaq Pervez Kayani, il quale aveva affermato che il Pakistan è riuscito a “spezzare la schiena” del terrorismo locale, a Washington in molti si chiedono se Islamabad sia un partner affidabile nella guerra contro il terrorismo. Specialmente nella vicina India la notizia del nascondiglio pachistano di Bin Laden ha suscitato reazioni forti. Il ministero degli Interni di Nuova Delhi, Palaniappan Chidambaram, ha lanciato lunedì 2 maggio un veemente attacco contro il Pakistan. Per il ministro, il raid americano conferma “la nostra preoccupazione che terroristi appartenenti a diverse organizzazioni trovano rifugio in Pakistan” (The Mumbai Mirror, 3 maggio). L’India accusa ad esempio il suo vicino di offrire asilo agli autori e ai pianificatori dell’attentato del 26 novembre 2008 a Mumbai (o Bombay).

La preoccupazione per eventuali rappresaglie da parte di Al Qaeda e dei suoi alleati è molto grande fra la comunità cristiana del Pakistan. L’arcivescovo emerito di Lahore, monsignor Lawrence John Saldanha, ha chiesto alle autorità pachistane di rafforzare la sicurezza dei cristiani, un “obiettivo facile” per gli estremisti (UCA News, 2 maggio). “Gli eventi post 11/9 hanno influito su tutta la mia carriera e vita episcopale”, ha dichiarato a caldo il presule, ordinato arcivescovo lo stesso giorno degli attentati del settembre 2001.

Secondo quanto riferito dall’agenzia Fides (2 maggio), le autorità pachistane hanno già aumentato le misure di sicurezza per la comunità cristiana in varie città del Paese, fra cui Islamabad, Lahore, Karachi e Multan. “La situazione è tesa. Vi sono, in effetti, forti timori di reazioni, del tutto insensate, contro le minoranze cristiane. Il governo sta ponendo la massima attenzione alle misure di prevenzione”, ha raccontato a Fides il consigliere speciale del governo per le Minoranze religiose, il cattolico Paul Bhatti.

Lo ha confermato anche il direttore delle Pontificie Opere Missionarie in Pakistan, padre Mario Rodrigues, residente a Karachi. “Ci hanno messo in allerta chiedendo la chiusura dei nostri istituti e disponendo altro personale di polizia davanti alle chiese. I cristiani in Pakistan sono vittime innocenti, anche in questa situazione: ogni pretesto è buono per minacciarli o per sferrare attacchi”, ha detto il sacerdote a Fides. “Secondo alcuni, nei prossimi mesi le persecuzioni contro i cristiani potrebbero diminuire e la lotta ideologica talebana affievolirsi. Staremo a vedere. Constatiamo, però, che l’intolleranza e i gruppi islamici radicali sono fiorenti nel paese, e altri leader estremisti potrebbero imporsi e proseguire in azioni terroristiche”, ha aggiunto.

L’uccisione di Bin Laden cade infatti nel momento di maggiori tensioni fra musulmani e cristiani in Pakistan, come dimostrano i nuovi attacchi ai quartieri cristiani di Gujranwala, a nord di Lahore, nella provincia del Punjab. La città è da settimane teatro di violenze anticristiane, scoppiate a metà aprile in seguito al “ritrovamento” di alcune pagine bruciate del Corano e culminate con l’arresto di due cristiani, membri della famiglia Gill (ZENIT, 19 aprile).

Come rivela l’agenzia AsiaNews (2 maggio), a suscitare gli ultimi attacchi è stata la “scoperta” la mattina del 29 aprile di una copia bruciata del Corano nel cimitero cristiano. Secondo le fonti di AsiaNews, la notizia ha provocato una vera e propria caccia all’uomo contro i cristiani, le loro proprietà e i loro luoghi di culto, ed ha costretto le autorità ad applicare la Legge 144, la quale vieta gli assembramenti pubblici di più di quattro persone.

Proprio in questi giorni sono stati uccisi nuovamente due cristiani in Pakistan. Come riferito da AsiaNews, la prima vittima è Younas Masih, un commerciante del sottodistretto di Chak Jhumra, a Faisalabad, ucciso a colpi di pistola dopo una collutazione con due clienti che non volevano pagare l’acquisto di sigarette. La seconda vittima è un cristiano incarcerato dal 2005 per blasfemia e condannato a morte nel 2007. Si tratta di Yiunas Masih, deceduto il 28 aprile in ospedale in seguito alle ferite riportate nel carcere di Faisalabad. L’uomo, come ricorda AsiaNews, era stato oggetto di minacce di morte da parte dei suoi compagni di cella.

A richiamare l’attenzione sulla situazione dei cristiani in Pakistan è stato anche Massimo Introvigne, rappresentante dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE) per la lotta al razzismo e all’intolleranza e discriminazione contro i cristiani. In una nota diffusa lunedì 2 maggio, Introvigne ricorda che la protezione dei cristiani è “grave e preciso dovere dei governi del Pakistan e degli altri Paesi dove minoranze cristiane sono minacciate dall’ultra-fondamentalismo islamico”. “I governi interessati – ribadisce il sociologo – non potranno dire di essere stati colti impreparati: ci sono siti jihadisti che in queste ore già chiedono di assaltare le chiese e uccidere i cristiani”.

Per Introvigne, autore di una biografia su Bin Laden, la morte dell’ideologo del jihadismo è “fondamentale dal punto di vista simbolico, ma non tale da distruggere Al Qaeda, che opera ormai come network e non come movimento, dal punto di vista operativo”. Secondo il sociologo, “c’è anzi il rischio che nel breve periodo la frammentazione dei centri decisionali produca una moltiplicazione degli attentati”.